“Contact”, quando la fantascienza mirava al cuore

Se oggi la troviamo su “Elysium”, stazione orbitante destinata a ricchi e privilegiati, 16 anni fa era un' astrofisica che viaggiava alla volta di Vega in cerca di vita aliena. Jodie Foster, alla sua prima incursione nella fantascienza, già lasciava il segno con un film, “Contact”, fra i più amati di sempre. Lo ricordiamo qui.

�Contact�, quando la fantascienza mirava al cuore

“CQ-CQ! Qui W9 GFO, c’è nessuno in ascolto?...”

Ammetto di provare sempre un piccolo tuffo al cuore quando ascolto la piccola Ellie Harroway rivolgersi al cosmo col suo baracchino nell’incipit del bellissimo film di Robert Zemeckis. Quella battuta giunge al termine di una carrellata mozzafiato attraverso le galassie, dopo che un quieto e misterioso silenzio siderale si è sostituito al frastuono delle trasmissioni radio terrestri (si sente perfino "Wannabe" delle Spice Girls!). Una sequenza che restituisce pefettamente l’"immensa piccolezza" (passateci l’ossimoro) dell’essere umano dinanzi all’imperscrutabile e non misurabile ampiezza dell’universo.

Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Al grande cinema –come in questo caso- basta una manciata di secondi per rendere concetti filosofici di tale portata (proprio come a Kubrick bastava un montaggio semplicissimo per catapultare lo sguardo attraverso il tempo, dall’alba dell’uomo fino a quella tecnologica). Allo spettatore con mente aperta basta ancora meno per lasciarsi condurre dentro un viaggio unico e sorprendente, reso ancora più memorabile sua fantastica interprete.

Perché, e non mi stancherò mai di ribadirlo, “Contact” è, prima ancora che un film di fantascienza o uno dei capolavori più sottostimati di Zemeckis, un viaggio dell’uomo attraverso la propria natura. Che è sì quella di un indagatore in cerca di risposte ma anche quella di una coscienza (e un’anima) mai pacificate con se stesse. Perché sin dal momento in cui mette piede su questa terra, l’essere umano deve fare innanzitutto i conti con quell’insopprimibile senso di incompiutezza che lo accompagna sia nelle azioni che nei sentimenti. Lo scienziato che sublima il vuoto attraverso la ricerca (Jodie Foster) o il prete che cerca risposte in tutto ciò che non può essere provato (Matthew McConaughey) non sono che rappresentazioni di una dicotomia esistenziale che affligge l’uomo sin dalle sue origini. Proiezioni tangibili di quel classico dibattito fra scienza e religione che non vedrà mai un vero vincitore, almeno finchè queste non ammetteranno di essere originate dalla medesima scintilla o si riconosceranno reciproca dignità e diritto di cittadinanza all’interno dell’essere umano.

“Contact” il film (il romanzo di Carl Sagan contiene altre implicazioni identitarie legate alla figura della scienziata) sceglie di mettere in scena questo conflitto, interlacciandolo ulteriormente con un’importante riflessione sull’atto del "vedere" (cinematografico e non) e soprattutto su quello del "sentire". Immagine e suono. Paradossalmente il secondo appare come unico latore di verità, mentre la prima è quasi una subdola mistificazione. L’immagine-griglia di Hitler o la proiezione mentale e olografica della spiaggia di Pensacola e del padre scomparso del resto parlano chiaro: vedere significa essere ingannati, mentre ascoltare (sentire?) è forse l’ultimo sentiero. Sia che si tratti di un sentire segnatamente scientifico (lo statico, i rumori cadenzati dallo spazio), che di una sensibilità che attinge da dentro.

Incredibile come alle soglie del terzo millennio un film di fantascienza di un autore di blockbuster scegliesse di mettere in scena così disinvoltamente il cortocircuito fra scienza e religione e, soprattutto, di denunciare la crisi in atto dell’immagine, cioè del veicolo informativo per eccellenza dell’era tecnologica. I più (tra critici e pubblico) ne colsero solo l’incoraggiante e pacificatoria svolta new age, sol perché, alle soglie del nuovo millennio (era il 1997), era operazione intellettuale abbastanza diffusa bollare ogni "happy end" come manifestazione di questa spiritualità positiva. In realtà si dimenticavano che dal film sia la scienza che la fede uscivano entrambe con le ossa rotte: tutto ciò che non è dimostrabile forse non esiste, o magari esiste solo in presenza di quella chiave interpretativa che è l’uomo. Domande aperte (come è giusto che siano) e risposte che in fondo conoscevamo già fin dall'inizio. Il viaggio forse ha reso solo un po' più consapevoli di questa realtà e, soprattutto, della finitezza dell'essere umano.

Al di là di ogni lettura (per carità, personale) e anche senza un simile e implicito sottotesto “Contact”, a distanza di 16 anni dalla sua uscita, resta sempre quella meravigliosa avventura scientifico-spirituale capace di conquistare vecchi e nuovi cuori. Forse la più emozionante avventura degli anni '90, nonostante all’epoca l’accoglienza in sala non sia stata quella che avrebbe invece meritato.

Jodie Foster, attrice “aliena” in ogni senso, prestava al personaggio di Ellen Harroway non soltanto l’unico volto possibile (Carl Sagan, morto prematuramente prima dell’uscita del film, molto probabilmente l’avrebbe amata), ma anche quella intensità, a cavallo fra ardore umano e ansia scientifica, che permette allo spettatore un’immedesimazione totale. E’ lei il nostro principale passaporto per Vega, al di là di qualsiasi capsula per il trasporto interstellare.

Curioso che quei due occhi blu, capaci di proiettarci subitaneamente in un’altra dimensione, siano stati sfruttati invece assai poco dal cinema di fantascienza. Ci voleva Neill Blomkamp e quest’ultimo “Elysium” a farlo, anche se il tema oggi non riguarda più alieni o viaggi spaziali e la nostra beniamina sfodera qui un cipiglio assai meno benevolo della scienziata del SETI. Ma poco importa: perfino sotto il look da gerarca spietata scorgeremo sempre quello sguardo da firmamento di cui ci siamo perdutamente innamorati 16 anni fa. Anche se stavolta è imprigionato in una visione futuristica e distopica, invece che dentro quel memorabile manifesto scientifico intriso di laica spiritualità.

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