Babel: il peso dell’anima è ancora più forte

Babel (Babel, USA, 2006) di Alejandro González Iñárritu; con Cate Blanchett, Brad Pitt, Gael García Bernal, Mahima Chaudhry, Jamie McBride. Un (bel) po’ in ritardo, anche il CineBlog esprime il suo parere sul nuovo, intenso film di Iñárritu, premiato come miglior regista all’ultimo Festival di Cannes. Se c’è una cosa sicura in questo caso, è

Babel (Babel, USA, 2006) di Alejandro González Iñárritu; con Cate Blanchett, Brad Pitt, Gael García Bernal, Mahima Chaudhry, Jamie McBride.

Un (bel) po’ in ritardo, anche il CineBlog esprime il suo parere sul nuovo, intenso film di Iñárritu, premiato come miglior regista all’ultimo Festival di Cannes.

Se c’è una cosa sicura in questo caso, è che Alejandro González Iñárritu sa girare un film. E’ tecnicamente bravo e ce lo ha dimostrato in tutti i suoi tre lavori. Con Babel il regista messicano chiude la sua trilogia (sul dolore, sulla morte, sull’incomunicabilità e quant’altro) iniziata col folgorante Amores Perros e proseguita col sottovalutato 21 grammi. Ed in questa Babele cinematografica moderna, si parlano ben quattro lingue differenti.

L’incipit è ambientato in Marocco, dove inizierà il tutto per colpa di un’arma da fuoco. Un banale incidente, un caso, un giochetto da ragazzi. E da lì il caos, anche in California, in Giappone, in Messico. Quattro storie una legata all’altra, con alcuni personaggi che probabilmente in vita loro mai si incontreranno ma sono legati dagli eventi, che siano dettati dal destino o siano creati dalle nostre stesse mani. Una coppia che tenta di rimettersi in carreggiata dopo sbandamenti e problemi coniugali che si ritrova a vivere un incubo, con lei ad un passo dalla morte; una famiglia marocchina, con due bambini che, appunto per gioco, sparano contro un autobus e creano tragedia ma anche inumanità; un padre e una figlia sordomuta, lontani anni luce l’uno dall’altra, con conseguenze tristi soprattutto su di lei che è sempre più sola; ed infine una governante messicana che si ritrova a dover fare i conti in prima persona coi conflitti razziali del confine Messico-Usa. Quattro storie che s’incrociano, proseguono parallelamente ma con tempi differenti (come sempre in un film di Iñárritu il montaggio è spezzato ma ha una sua logica, checchè se ne dica), e sono ben delineate soprattutto dal punto di vista culturale e geografico.
La fotografia inquadra le tonalità brune e sabbiose di un’arido deserto nel Marocco, si fa squarciare dalle luci notturne di una Tokyo tecnologica ed elettrica, si fa avvolgere dalle tonalità calde del Messico, si fa elegante quando inquadra le case californiane. Suoni, rumori, luci, ma soprattutto lingue: con buona pace di chi ama il doppiaggio, per fortuna ognuno parla la sua lingua e non l’inglese.
Non ci sono protagonisti, ognuno ritorna in scena senza prevalere su un altro personaggio, e questo senza creare alcun peso nello spettatore. Alcune sequenze sono molto ben pensate (vedi quella in discoteca con la ragazza sordomuta), e la sensazione che resta alla fine è che il peso dell’anima sia ancora più forte.

Voto Gabriele: 8

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