Ho ucciso Napoleone: recensione in anteprima

Giorgia Farina firma il suo secondo lungometraggio a due anni da Amiche da morire. Una donna ambiziosa, vittima e carnefice al tempo stesso, rimane coinvolta in uno strano complotto. Storia corale di donne, ma anche di uomini, tutta al femminile

Anita è una donna affermata, lavorativamente parlando: risoluta, intraprendente, ambiziosa… una stronza insomma, come in quella canzone di Vecchioni. Piano però con le sentenze, perché il suo totale distacco e l’apparente indifferenza verso tutti coloro che la circondano ha una radice, che sta nel suo retaggio familiare. Ho ucciso Napoleone è, sebbene per vie traverse, un film palesemente interessato alla famiglia, alle famiglie. Per vie traverse sì, ma non velatamente: la vicenda è tutto un susseguirsi di nuclei che si sfasciano e si ricompongono sotto forme diverse, in linea col dibattito del periodo storico che stiamo attraversando.

Giorgia Farina mescola di tutto un po’, prendendosi pure qualche rischio rispetto alla media delle produzioni italiane. Rischi che in alcuni casi pagano, mentre in altri si risolvono in un buco nell’acqua. Ma non è tanto la storia in sé, che sfiora con anche troppa disinvoltura a tratti la commedia, altre il thriller, altre ancora il dramma. Ciò che più ha attirato la nostra attenzione è il modo di raccontare la vicenda di Anita e di coloro in cui incappa, che non è un unicum ma è certo una rispettabile deviazione in confronto a ciò che siamo abituati a vedere. Nulla di trascendentale, solo il desiderio di lasciarsi andare un po’, di accelerare finalmente quel ritmo che si vorrebbe riflessivo e che invece è solo mancata percezione di come i tempi di una scena andrebbero modulati.

La causa scatenante tutto ciò che avviene nel corso del film emerge nelle primissime battute, quando si scopre che Anita è incinta e per questo, pare, perde il lavoro la mattina dopo aver incassato una sudata promozione. La compagnia farmaceutica per cui lavora resta però la ragione di vita della nostra protagonista, nel senso che adesso intende demolirla. Per riuscirci si serve dell’impacciato ma fedele Biagio (Libero de Renzo), l’avvocato rimasto all’interno dell’azienda, contatto indispensabile per Anita, oltre che dell'ausilio di Olga (Elena Sofia Ricci), che tira avanti spacciando ricette farmaceutiche presso un parco-giochi.

Proprio in questa prima fase la Farina riesce ad imporre il ritmo di cui sopra, controllato, pratico nel portare avanti la storia. La Ramazzotti forse calca un pelo la mano nell’accostarsi a un personaggio come Anita, anche se le va riconosciuta un’espressione funzionale al discorso della Farina, che non è mai troppo serioso e che perciò può (o forse deve) permettersi di ironizzare sulla fattispecie «donna single in carriera». Ma come si apprende nel prosieguo del film, tale misura serve anche a rendere più esplicito il gioco delle maschere, in cui non tutti i personaggi sono ciò che sembrano.

Peraltro vengono pure assestati alcuni colpi interessanti anche a livello dei dialoghi, la cui tenuta si perde strada facendo ma che, specie all’inizio, tengono discretamente botta. D’altro canto alcune delle battute più notevoli, del tipo «tutte le volte che esco con un uomo penso se è lui il padre con cui voglio che i miei figli trascorrano due weekend al mese» vengono fuori molto più avanti, oltre a dare contezza di un discorso che non si eleva mai e che della leggerezza si può quasi dire faccia un vanto.

Giusto o sbagliato, Ho ucciso Napoleone funziona così, ed in questi termini lo si può accomunare ad un altro film italiano tra i più interessanti usciti di recente in sala, ovvero Smetto quando voglio (anche per una questione di anagrafe dei due registi): si parte da una premessa che lascia poco o nessuno spazio all’ironia, parecchio centrato sulla quotidianità, per poi argomentare con uno disincanto a cavallo tra lo scherzoso ed il surreale. Perché sì, la questione delle donne sul lavoro o quella delle famiglie che non sanno più dove sbattere la testa saranno anche di un’attualità incalzante, ma la situazione in cui è coinvolta Anita va al di là di certe dinamiche, costruite a tavolino come sembrano (e chiaramente sono) dal primo all’ultimo istante.

Va inoltre riconosciuto alla Farina l’essere riuscita a districarsi con furbizia all’interno di un contesto dove la retorica si spreca, per cui a certi temi e a certe risoluzioni ci si rifà quasi en passant, proprio per evitare di restarne imbrigliati. In fin dei conti la sua è una commedia, con twist quasi da giallo, calata in un improbabile ma non impossibile scenario odierno. In un momento del nostro cinema in cui servono segnali prima ancora che capolavori (se poi quest’ultimi arrivano meglio ancora), Ho ucciso Napoleone rappresenta una scossa, seppur timida, che scava nello stesso solco in cui l’annata precedente s’inserì bene il film di Sydney Sibilia. Ripartire dalla commedia, rivedendola e diversificandola, anzitutto: sì, potrebbe essere una risposta. O quantomeno un inizio. Ancora una volta.

Voto di Antonio: 6
Voto di Federico: 6,5

Ho ucciso Napoleone (Italia, 2015) di Giorgia Farina. Con Micaela Ramazzotti, Libero de Rienzo, Adriano Giannini, Elena Sofia Ricci, Iaia Forte, Thony, Monica Nappo, Bebo Storti, Pamela Villoresi, Tommaso Ragno, Erica Blanc e Luce Caponegro. Nelle nostre sale da giovedì 26 marzo.

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