Cine/Vision: Il fantasma dell'opera

Ed eccoci di nuovo qui con l'appuntamento di Cine/Vision. Dopo aver visto Plan 9 from outer space di quel pazzo genialoide di Ed Wood e quel capolavoro horror di Nosferatu di Murnau, oggi è il turno del classico Il fantasma dell'opera di Rupert Julian del 1925 con Lon Chaney.

Ecco la recensione di Matteo di PellicolaScaduta e di seguito, su continua, anche il film (che vi ricordo è in lingua originale e di dominio pubblico, se non riuscite a visualizzarlo cliccate qui)....

E’ un lungo cammino quello che mi porta qui. Una poesia di Machado dice: “Camminante non c’è strada dove andare / si fa strada camminando” ed è un po’ quello che succede quando si sceglie un film. Io mica lo sapevo che dopo aver visto un film sul fantasma dell’opera (che peraltro non mi era nemmeno piaciuto) sarei arrivato a vedermi tutte le trasposizioni cinematografiche. E non pensate sia stato un piacere arrivare fin qui. Non ne ho trovato uno bello. E’ stata dura ma alla fine si viene sempre ripagati delle fatiche visive e non, ricordatevelo.

E arrivare fin qui vuol dire arrivare a vedere la prima trasposizione de “Il fantasma dell’opera”, datata 1925. E’ una sorta di percorso inverso quello che ho fatto. Non so perché sono partito dall’ultimo, né perché ho finito col primo, la strada si fa solo camminando, non la decidi prima. Finalmente, dopo serate estenuanti a sorbirmi versioni non proprio di mio gradimento, ho trovato il meritato e giusto approdo verso un lido. Ed è strano tutto questo. Di come un film del ’25 (e quindi in bianco e nero e quindi muto e quindi con una recitazione molto lontana dai nostri canoni) riesca, non solo a creare un fascino dove i moderni registi non sono riusciti, ma addirittura a battere i futuri colleghi anche dal punto di vista tecnico.

Insomma, ero partito con l’idea di vedere un film pesante, non fosse altro per la veneranda età e per la durata a mio parere eccessiva per un film muto (ben 93 minuti). Beh, mi hanno fregato. Il film riesce a catturare l’attenzione grazie a quel fascino e a una pomposa e gotica messa in scena. Anche la colonna sonora, funziona da vera e propria colonna, sorreggendo in modo quasi impercettibile il film, creando e suscitando emozioni, accompagnando i personaggi nel loro cammino, nelle loro difficoltà. E non può che essere Lon Chaney l’altra colonna portante del film. L’attore dai mille volti, crea questa volta un make up del tutto fedele alla descrizione che fa Leroux nel libro da cui il film è tratto (da notare tra l’altro che la pubblicazione del romanzo precede di soli 15 anni la prima trasposizione cinematografica). Gli occhi come due buchi neri, l’aspetto terribilmente spaventoso (non è solo sfigurato) che lo rende simile alla morte, a uno spettro maligno. Chaney però non cede mai al potere della maschera spaventosa, riuscendo quindi a dare al fantasma quell’aspetto aristocratico e affascinante che poi prevarrà alla figura mostruosa nelle versioni successive.

Buone anche le interpretazioni dei co-protagonisti, che contribuiscono non poco alla buona riuscita del film. Da non sottovalutare è una fotografia eccezionale, che disegna in modo esemplare i volumi, senza marcarli troppo, senza esporli troppo alla luce, proprio come la vita del fantasma, un po’ ombra e un po’ notte.

“Il fantasma dell’opera” del 1925, sotto la regia di Rupert Julian, trova un posto d’eccezione tra i film di vecchia data, proprio per la grande e inaspettata qualità di non essere una visione difficile e pesante, ma di sapere creare ancora oggi grande fascino sia nel pubblico che nei registi che si sono voluti cimentare nelle nuove versioni di questo mito moderno.

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