Far East Film Festival

Si è aperto ieri nella ridente cittadina di Udine il Far East Film Festival, ovvero il festival occidentale più importante per quanto riguarda i film popolari. Quest’anno il festival, ricco di una sessantina di film in programma, è giunto alla nona edizione. L’avvio del festival, dopo un rinfresco a base di prosciutto e vino lolale,


Si è aperto ieri nella ridente cittadina di Udine il Far East Film Festival, ovvero il festival occidentale più importante per quanto riguarda i film popolari.

Quest’anno il festival, ricco di una sessantina di film in programma, è giunto alla nona edizione. L’avvio del festival, dopo un rinfresco a base di prosciutto e vino lolale, è avvenuto nel bellissimo teatro gremito di ospiti e di partecipanti.

In sala, oltre ad Akihiko Shiota, il regista di Dororo, il film d’apertura (di cui parleremo fra poco) c’era anche Patrick Tam, uno dei registi più importanti di tutta la cinematografia di Hong Kong, al quale il Far East Film Festival ha concesso una retrospettiva del suo lavoro televisivo e cinematografico.

Dororo: Un filmone (oltre le due ore) per adolescenti Giapponesi, tratto da un manga di Osamu Tezuka, dove un tenebroso eroe con una katana al posto di un braccio deve combattere contro i demoni per riprendersi i pezzi del suo corpo che gli erano stati rubati. Vermi giganti in digitale che si alternano a pupazzi che combattono, il digitale più brutto visto da un po’ di tempo a questa parte, e qualche battuta idiota. Il finale poi, esageratamente melodrammatico e patetico, è risultato indigesto a molti, io invece mi sono divertito più a vedere fratelli che si prendono a spadate e padri che ammazzano le mogli, comunque sia ci aspettavamo qualcosa di più, specialmente dal versante dell’intrattenimento.

Nomad: Senza dubbio il miglior film visto in questa prima giornata di festival, Patrick Tam riesce a coniugare un gusto per le immagini assolutamente non convenzinale ma che riesce comunque a non appesantire anche lo spettatore meno smaliziato. L’influsso delle modernità europee si sente forte (Antonioni, Godard) ma raramente si riflette in uno scimmiottamento di questi, piuttosto la materia formale viene piegata per assecondare i temi forti dell regista, la morte e la violenza. Immaginate di vedere L’avventura di Antonioni con un massacro nel finale.

C.I.D.: Questa serie televisiva degli anni 70, di cui Patrick Tam ha girato il pilota e altri episodi, a quanto pare fu un grosso successo di pubblico ed è il primo e unico serial di Hong Kong che abbia mai visto. Qua abbiamo visto due episodi, le indagini di una squadra di polizia alle prese con ladruncoli da strada e sfruttamento della prostituzione, ma dimenticatevi qualsiasi tipo di benevolenza nei confronti delle forze dell’ordine, qui i poliziotti appaiono più meschini e pericolosi degli stessi malviventi, vanno in giro per il quartiere ripresi come dei mafiosi, fanno irruzione in un bordello due volte di seguito per un puro sospetto, non riescono a fermare un massacro che sta avvenendo fra due bande rivali. Che dire, nonostante siano passati diversi anni è ancora piuttosto fresco, forse giusto la musica rock (i Pink Floyd giusto per citare un gruppo) risulta ora un po’ forzata.

Love Massacre: Film importantissimo non solo per la New Wave hongkongese, ma anche per la cinefilia asianofila, che in passato ha visto questo film da un VHS pirata senza sottotitoli, idolatrando questo film senza capire una mazza delle vicende narrate. In effetti non è che ci sia molto da capire, dopo un avvio lento, alla film d’autore, il racconto si srotola velocemente mutando in uno thriller sanguinolento, dove un aman te impazzito si mette a uccidere tutte le coinquiline della sua bella. Patrick Tam prima della visione ha dichiarato che è dal 1980 che non rivede questo film, e che non se lo ricorda nemmeno, tende a precisare però che fu più interessato all’utilizzo drammatico del colore (è tutto un contrasto di blu vs rosso) che all’intimo dei suoi personaggi.
Abbiamo avuto il piacere di vedere questo film per la prima volta in assoluto in versione sottotitolata, e per di più è l’unica copia rimasta al mondo, con vari tagli di censura (sembra che nell’originale si vedesse addirittura una testa spiaccicata in una porta) e i colori completamente decaduti, fa impressione pensare che un film di appena 26 anni fa si ridotto in queste condizioni e abbia addirittura rischiato l’oblio.

Bene, ora che vi abbiamo tenuti aggiornati siamo pronti a rituffarci in sala.

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