Far East Film Festival, Parte 4

Visto che ieri sono stato sempre in sala non ho molte cose da raccontare, tranne che mi sono fatto autografare il bel librone dedicato a Patrick Tam, e sono stato anche l’ultimo che poi gli organizzatori hannno portato via il regista della new wave.After This Our Exile: Il ritorno alla regia di Patrick Tam dopo


Visto che ieri sono stato sempre in sala non ho molte cose da raccontare, tranne che mi sono fatto autografare il bel librone dedicato a Patrick Tam, e sono stato anche l’ultimo che poi gli organizzatori hannno portato via il regista della new wave.

After This Our Exile: Il ritorno alla regia di Patrick Tam dopo 17 lunghi anni (dove si è dedicato principalmente all’insegnamento) è senza ombra di dubbio un gran bel film, toccante e struggente, e nonostante la durata più che ragguardevole (qui abbiamo visto la versione di 2h40′) è un continuo di emozioni e sentimenti in evoluzione. Una madre che pianta in asso figlio e marito sfigato/giocatore d’azzardo, da li in poi padre e figlio inizieranno un percorso travagliato, che li porterà alle più tremende conseguenze (il padre costringe il figlio a rubare), con la certezza che si può contare solo su se stessi. Mi sono stupito del fatto che ne avevo sentito parlare malino, troppo lungo, noioso, addirittura montaggio sbagliato, per me niente di tutto questo, ma una sensibilità realista accostata a sequenze dal forte impatto formale (oltre che emotivo). Sicuramente il film più commovente visto fino ad ora.

Sakuran: il volantino del festival parla di questo film come la risposta giapponese a memorie di una Geisha, che per fortuna non ho visto, ma diciamo che potevo perdermi tranquillamente anche questo, sono arrivato alla fine giusto perchè guardavo i colori, i vestiti e la protagonista bona. Stucchevole e volutamente elegante è un melodrammuccio banale che si sforza di piacere a tutti i costi, l’uso della musica (swing e altre musiche strumentali occidentali) è poi fastidiosissimismo. I film giapponesi qui al festival continuano a rivelarsi un pacco.

Righteous Ties: Commedia di gangster coreani, confusionaria e scritta decisamente male, non si riesce mai ad arrivare al cuore dei personaggi, ci si smarrisce spesso, ma tutto sommato, si ride, e anche piuttosto di frequente, alcune cose sono più riuscite di altre, alcune gag sembrano uscire direttamente da un film di fantozzi, ma purtroppo è tutto troppo violentemente sfilacciato per riuscire a conquistarmi, anche per una cazzatina senza pretese.

Dynamite Warriors: Attendevo questo film da molto tempo e con grande apprensione, ma purtroppo manca quel qualcosa che ha reso Ong Bak, Born to Fight e The Protector (tutti e tre titoli Tailandesi, come questo) i migliori film di arti marziali degli ultimi anni. E si fa presto a dire perchè, manca Tony Jaa e manca Panna Rittikrai (che non è un nome inventato, è un regista anche piuttosto bravo), se il protagonista del film è indubbiamente bravo non ha il carisma sufficente per reggere il ruolo di un vendicatore buono che fa surf su dei razzi scagliandosi contro i nemici. Alcune ginocchiate volanti-rotanti di ispirazione coreana però meritano di essere viste. Purtroppo ci sono stacchi orribili che tagliano l’azione, colpa del regista.

No Mercy For The Rude: Meno male che c’è la Corea, questo gangstermovie un po’ love story un po’ commedia, dove un killer muto (che uccide solo i rudi per pagarsi l’operazione alla lingua) incontra una ragazza bella e irriverente, con la quale inizierà un’assurda relazione, ma ovviamente ci si mette di mezzo il boss puttaniere di turno e iniziano a volare un bel po’ di coltellate. Romantico e violento allo stesso tempo, leggero o profondo a seconda di quello che ci vuole, è tutto quello che il cinema popolare coreano ha di meglio da offrire. Mi stupisco di non averne sentito parlare prima. check it out.

The Case: Dalla Cina Popolare questa commedia nera dove un marito succube della moglie trova una valigia con dei pezzi di umano ben tagliati e cerca di nascondere la cosa alla moglie, che sembra far finta di non sapere. I due gestiscono una locanda e quando arriva una coppia di clienti, il marito si invaghisce della bella ospite, che si scoprirà solo sul finale essere la mano che ha fatto a pezzi la donna nella valigia. Un finale aperto e enigmatico per un film che non ci si aspetterebbe mai (almeno per le cose che ho visto io) dalla Cina continentale. Le cose stanno effettivamente cambiando.

L’immagine di oggi è presa dal forum di AsianFeast, una delle comunità sul cinema orientali più importanti in italia, che sono presenti qua al festival in gran numero.

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