Far East Film Festival, parte 7

Stiamo arrivando alla fine (almeno per me) di questa nona edizione del festival, ancora è presto per tirare le somme (lo farò domani, assieme agli ultimi tre film che ho visto) ma certo è che quando fra qualche ora saluterò Udine lo farò con un po’ di tristezza, parlando in cantonese e con poca voglia


Stiamo arrivando alla fine (almeno per me) di questa nona edizione del festival, ancora è presto per tirare le somme (lo farò domani, assieme agli ultimi tre film che ho visto) ma certo è che quando fra qualche ora saluterò Udine lo farò con un po’ di tristezza, parlando in cantonese e con poca voglia di guidare.

The slit-mouthed woman: Peccato per questo J-horror che punta più sull’atmosfere inquietanti, sui colori lividi e sulla morale dello spettatore (tema centrale è la violenza sui bambini) che sulla bocca larga (ha uno sbrego da orecchio a orecchio) della protagonista. Non è che si era su livelli altissimi, ma il finale cade nel ridicolo e nel comico involontario, tutta la sala scoppiava in fragorose risate mentre ci si sarebbe aspettato (almeno credo se lo aspettasse il regista) della sincera paura. Cheap.

The Unseeable: Non faccio mistero del mio amore per il cinema Tailandese, e il regista di questo film, Wisit Sasananiteng è uno dei più interessanti, magari non sarà proprio dal tocco leggero, ma è sicuramente un regista bravo ed efficace. Questo horror che pesca e riutilizza tutto il riutilizzabile è nella prima parte abbastanza inutile, ma cresce piano piano, con inquietudine e spaventelli, un finale decisamente troppo piacione, con tutti i nodi che vengono al pettine allo stesso momento, ma che ci ha gustato non poco, in più il film è girato benissimo, con un ottima fotografia e un’attrice stupenda, che era in sala e mi guardava (non è vero, ma sarebbe stato bello) dall’alto delle sue gambe mentre stavo sbavandogli dietro.

Roomates: Un horror coreano girato in digitale da una giovane regista esordiente: delle ragazze entrano in una scuola dal sapore militare/coercitivo per recupare il loro fallimento: non essere riuscite ad entrare all’università. Critica del sistema scolastico e sociale? Forse si, ma non ci è riuscito di farcelo piacere, anzi, lo abbiamo odiato per tutta la sua durata, ci ha indisposti, e non sappiamo nemmeno dire il perchè, non è girato male, le premesse sembravano anche interessanti; tuttavia si srotola piatto, senza un’emozione una che salti fuori, e sopratutto senza un vero spavento. Il film che mi è piaciuto meno del festival.

My Heart is that eternal rose: Non ci si può fare nulla, ai festival ci si addormenta in sala, puoi anche stare vedendo il film più bello del mondo, ma se ti prende l’abbiocco (i momenti più pericoli sono la mattina e dopo pranzo) è inutile resistere alla testa che cade e agli occhi che si gonfiano, conviene piuttosto appisolarsi una mezz’oretta e poi cercare di capire cosa è successo, giudicando il film solo dal finale. Purtroppo è stato proprio Patrick Tam a farne le spese e nelle comode poltroncione del visionario mi sono dormito quasi metà film, un po’ me ne dispiaccio, ma vedendo il finale da John Woo wannabe coi freeze frame in mezzo alla sparatoria quasi quasi sono contento di aver recuperato un’oretta di sonno.