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PPP Confidential, com’era Roma quando Pasolini arrivò da Casarsa della Delizia

La voglia di vivere per vivere il poeta la conobbe a Roma, quando si presentò a Cinecittà per fare la comparsa

Il primo capitolo di “Pier Paolo Pasolini vivere e sopravvivere” dal libro di Italo Moscati, edito dalla Lindau.

Pier Paolo Pasolini credeva di vivere in Italia, ma viveva altrove. Nel Paese che cominciava a non essere più lo stesso. Un Paese che si dissolveva a poco a poco, sotto gli occhi di tutti, occhi spesso ciechi, senza voglia di vedere. Il giovane poeta lo sapeva, una grande sensibilità gli permetteva di andare veloce. Si stava preparando qualcosa di decisivo che accadrà dopo la vittoria degli Alleati allineati dietro la bandiera a stelle degli americani, dei marines che si spartivano l’ingresso nelle città della Liberazione con inglesi, polacchi, mentre rombavano nel trionfo storico i camion dei partigiani italiani. Gli inni lasciavano contemporaneamente spazi agli ottoni di Glenn Miller, sinuosi e potenti. Dilatati dal cinema.

Miller morirà cadendo con un aereo nell’oceano e la sua splendente musica si farà da parte, subito sostituita dal rock and roll, invadente e prepotente. Forte iniezione nelle vene dei ragazzi. Il tempo incalzava pressante. Voglia di altra musica, voglia di vivere. La grande maggioranza dei giovani guardava ad occhi spalancati verso Hollywood che era uscita dall’invisibile prigione dei divieti censori politico- militari dei nazisti e fascisti. I suoi film spedivano il senso di una rivincita, l’urlo di un sentimento di libertà e di fine della paura. Arrivavano i giorni dell’ amore dopo i giorni dell’odio. Divi e amori, formula della felicità. Pasolini era uno spettatore come tanti altri; dedicò in “Amado mio”, righe più che affettuose, tenere, di desiderio, a Rita Hayworth che era bellissima: Gilda, nel film omonimo del 1946, capelli rossi in bianco e nero, striptease totale, un guanto dopo l’altro. Il poeta aveva ventiquattro anni e vibrò davanti allo schermo. Quella volta e altre, anche se in lui i brividi li accendevano i giovani delle campagne e, quando si trasferì, delle borgate romane e del mondo, grazie ai viaggi venuti dopo il successo come regista i in Africa e Asia, con gli amici di grand tour con Alberto Moravia e di Dacia Maraini.

Venivano archiviati gli anni della guerra mondiali, ne arrivavano altri, che saranno diversi, e fondarono un’altra epoca. Meravigliosi anni Cinquanta. Potenti calamite. Sul filo di una curiosità e dei fuochi d’artificio esplosi nei cieli e nei cuori dei ragazzi. Voglia di ogni felicità, incendi di passione anche a Casarsa della Delizia, in campagna, dove Pier Paolo viveva con la madre Susanna, fece il professore in una scuola privata aperta da lui a della madre e poi in una scuola media, sognando un futuro diverso, uno qualunque, grazie alla scrittura che fluiva e fu il suo vero passaporto. Subito dopo di lui, altri giovani arriveranno con le nuove generazioni e sogneranno California.

Arriveranno i ragazzi del Sud per approdare nelle fabbriche del Nord, una folla di occhi sgranati che scendevano dai treni dalla Sicilia alle città sotto le Alpi. Erano le generazioni che reintegravano i vuoti delle guerre, dei caduti nelle battaglie e nei campi di sterminio e di concentramento. Trovarono un’identità, anzi un identik sorprendente che si rovesciava su di loro a causa di un’offensiva pacifica, gradita, di un entertainment, la vita e lo spettacolo, incesto travolgente, fraternamente erotico. La storia cambiò passo. Forniva gli archivi prima del cinema e poi della tv; e costruiva un presente imbevuto di futuro, labile, pronto a cedere. Giorni in parte prefabbricati da stupendi film e in parte ripresi dalle nuove generazioni per vestirsi alla moda, secondo allucinazioni, il cui piacere era dolce come il piattino di latte per i gattini in crescita. I giorni fantastici di una realtà ghiotta: desideri promessi, accolti.

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Un Destino Imprevedibile

Pasolini aveva un’educazione seria, sofferta. Era stato bambino e ragazzo – lo vedremo in questo libro che ripropone una vicenda appassionante- in un Paese inghiottito dal fascismo, rurale, di bonifiche, proiettato in un destino di divise, colonialista; di strade e treni stentati tra coste e montagne; Paese diventato nazione da sessantunanni, trascorsi dall’Unità d’Italia del 1861, quindi giovane, dal passato secolare, antico. Fu randagio Pier Paolo, seguendo le orme del padre ufficiale dell’esercito, tra la nascita a Bologna, Parma e Reggio Emilia, Cremona, Conegliano; poi Pordenone e Casarsa della Delizia, nel Friuli.

Girava l’Italia e amava la poesia, amava la madre intellettuale e riservata, soffriva col fratello minore Guido le liti di Susanna col marito Carlo Alberto, appartenente al ramo secondario di una nobile famiglia. Abitò in senso familiare e psicologico nel Friuli, scrivendo poesie nella sua lingua dialetto, della terra di sua madre. Il cui cognome, Colussi, secondo la leggenda, sarebbe coinvolto nella fondazione di Casarsa della Delizia, il borgo , da cui Pasolini partì per Roma, nel 1950.

Il 1950, un anno importante. Come racconto nel libro. Era un anno che, nella storia di Pasolini, coincise con lo scenario globale di fatti e intrecci. Accadde un fatto che lo stesso Pasolini trattò in modo molto indiretto, quasi evasivo, come sottolinea uno degli studioso più sensibili, Walter Siti, autore dei volumi sull’opera e la vita del poeta-regista, nei Meridiani pubblicati da Mondadori. Un’accusa che cambiò in fretta, imprevedibilmente, il suo percorso di poeta, artista, uomo. Un fatto avvenne quando il clima del dopoguerra, con la Liberazione, stava creando una situazione nuova, a cui gli italiani non erano abituati. In gran massa erano stati fascisti affascinati da bonifiche, dapolavorismo, impero, Cinecittà. La Resistenza fu opera di eroiche minoranze. I partiti ritrovavano esistenza e intendevano sostituire la dittatura con la democrazia,un compito immane dopo vent’anni regime, e molti di essi erano impreparati.

Pasolini, prima della fine della guerra, prima della Resistenza, scrisse articoli per Architrave, la rivista Gruppo universitario fascista (Guf) e fu redattore de Il Setaccio, la rivista italiana del Littorio (Gil); e il suo potenziale antifascismo fu tutto culturale, insofferenza per la chiusura e le censure del regime. Non solo allora un giovane era prigioniero di uno stile e di una organizzazione corrispondenti a uno statalismo ideologico.Nel febbraio del 1945 il fratello di Pier Paolo, Guido, che partigiano era andato a combattere nella brigata Osoppo del Partito d’Azione, fu ucciso per contrasti politici dai partigiani garibaldini che auspicavano l’adesione del Friuli alla Jugoslavia di Tito.

Era il nero periodo delle foibe in cui furono gettati decine e decine di dissidenti, di italiani, di malcapitati. Due anni dopo, Pasolini decise di iscriversi al Partito comunista, partecipò
attivamente alle sue iniziative, come la compagna elettorale del 1918 e le manifestazioni della Camera del lavoro per l’applicazione del lodo De Gasperi (risarcimento dei danni di guerra ai contadini e obblighi della loro organizzazioni. L’impegno politico produsse un cambiamento nella sua produzione letteraria : mentre fino a quel momento aveva affrontato la narrativa da un punto di vista lirico e autobiografico, nel 1947 mise in cantiere l’ambizioso progetto di romanzo sociale, che doveva intitolarsi La meglio gioventù e che aveva al suo centro un prete, don Paolo, destinato a morire per salvare dalla polizia il fratello di un ragazzo di cui è innamorato. Il romanzo fu poi pubblicato, molto tagliato e ridotto nelle ambizioni, nel 962 con il titolo Il sogno di una cosa. Sa di campagna questo racconto che propone una svolta personale, forte, e soprattutto decisiva.

Campagna, una foto, un affresco

Quale fu l’accusa a Pasolini che lo portò a fuggire da Casarsa, dal piccolo paese, la campagna, la terra della madre Susanna? E, soprattutto, cosa è veramente accaduto; perché, come, l’accusa e le conseguenze, cambiarono la disperata voglia di vivere, e non di sopravvivere, portando il giovane di ventisette anni Pasolini a trovare la morte? L’ho capito soltanto quando ho sentito l’odore. Un odore di campagna che suggerì sensazioni, pensieri, forse allucinazioni , in un ambiente piccolo, raccolto, seminato nei campi e stalle. In un giorno qualunque, nei primi anni del Duemila. Ho sentito l’odore della campagna e l’avevo riconosciuto, con le mie narici di città. In un primo momento l’avevo scambiato per una puzza.

Mi trovavo a Casarsa in auto, mentre stavo raggiungendo in compagnia di un’amica un posto che doveva essere una chiesetta e si rivelò invece grande cassaforte. Era l’odore di campagna che mi entrava in testa; non se andava, profumo del passato con i suoi sintomi e vapori. L’aria invasa dagli effluvi dei concimi naturali. Blocchi di paglia umida, là dove c’erano una volta i covoni. Ordinati cascinali, stalle di mucche, pulite, là dove c’erano una volta, poco lontano, i letti di fieno per ogni tipo amore. Odori di merda e di sesso, che a poco a poco cominciai a perdere.

Nostalgie appese al ricordo di terre poco conosciute, vissute a singhiozzi. Il respiro del dopoguerra in una periferia di una città del nord, Milano. Il breve viaggio da Casarsa stava per concludersi. La chiesetta era ormai a portata di occhi, tra i campi e i nudi filari di vite, era piccola , davvero; una chiazza grigia col tetto di coppi consumati e colorati di neve sporco, fessure stantie. Volevamo visitarla. Eravamo arrivati lì, appositamente, un tragitto breve che al cittadino di periferia quale sono stato sembrò lunghissimo a causa del recupero delle memorie odorose.

L’amica fermò il motore e andò a prendere la chiave dal contadino che era già lì convocato dal rumore del veicolo. Eccola, la chiesetta. Il suo interno. Pareti con affreschi nel vuoto grigio,resti degli affreschi che erano. Ma non furono loro a toccarmi, a provocarmi. Fu una fotografia vicino alla porta. Una vecchia foto. Gli studentelli di Pier Paolo Pasolini accanto al professore dallo sguardo serio, abito stirato, con camicia e cravatta. Impeccabili. Indimenticabili. Esemplari. Simboli della compostezza in un Paese che, con il tempo, fino all’oggi che abbiamo visto scomporsi.

Una foto commovente. Da quella foto, negli anni, è nato per me il bisogno d tornare a Pasolini e alla sua storia, cercando ancora in una vita violenta, a suo carico, che continua senza posa, nel desiderio di resuscitare un poeta il cui destino non deve e non può essere quello di una resurrezione. Nel Paese dei processi interminabili, delle archiviazioni, dei fatti spesso mai bene accertati, la brama di un sorta di resurrezione può non derivare dalla ricerca del vero,ma il proseguimento di una allucinazione senza fine. Cosa me lo fa credere? Questo libro prova a dare nel corso del racconto le le risposte possibili, provvisorie e meditate insieme, nel rito fastidioso ma inevitabile degli anniversari, ritmo dei decenni che scandiscono il requiem per Pier Paolo. Il punto di partenza alla domanda è la domanda: cosa me lo fa credere? Lo si trova alla porta degli anni Cinquanta.

Un giorno del settembre 1949, quando durante una festa, ricorda Siti, il professor Pasolini si appartò con due ragazzini. L’interesse per i giovani contadini, continua Siti, era sempre stato sessuale oltre che linguistico, la ricerca del friulano parlato. Le gite in bicicletta e le sagre erano i luoghi privilegiati. Durante una festa, Pasolini si appartò con due ragazzini, ma il giorno dopo a uno dei ragazzi scappò qualche parola di troppo, qualcuno udì e informò i carabinieri. Il professore, il segretario della sezione del Pci, fu denunciato per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. Il processo finì poi con il ritiro delle querele di parte e con l’assoluzione per una insufficienza di prove. Le porte del tribunale chiusero il fatto nella sentenza. Ma intanto scattava lo scandalo. L’espulsione dal Pci e la sospensione dalla scuola. Reazioni che organizzarono automaticamente gli orizzonti diversi del professore che con i suoi studenti aveva restaurato gli affreschi religiosi, consunti, nella chiesa di campagna.

Cominciò il mondo confidential

Accadde la svolta. Il padre di Pier Paolo, tornato dalla prigionia depresso, non resse alla situazione, alla vergogna, reagì chiudendosi in casa, odiando il figlio, lasciandolo all’amore misericordioso della madre Susanna. La coppia partì per Roma. Lei gli fu ancella e perno di sentimenti. Lui le si dedicò appassionatamente, dolorosamente, conservando sempre nelle case in cui abitarono il lettino da solitario,tornando a tarda ora dopo le incursioni amorose, tra i libri, in una una cella monacale. Cercava di rimuovere la memoria dei giorni della festa campestre e le sue conseguenze penose.

Lo dimostrano i pochi accenni alla faccenda: alcune poesie, il romanzo Il disprezzo della provincia, pubblicati postumi. Siti trova strano che l’episodio più romanzesco di tutta la sua vita non abbia mai trovato, nella sterminata produzione pasoliniana, un momento di piena espressione. A Casarsa nacque un tormento senza fine. Una impossibile fuga. A Roma, cominciò la rimozione passo passo, con la ripresa del lavoro nella scuola nelle borgate come Ponte Mammolo o a Ciampino, piccolo centro, in una zona sempre più affollata di case e abitanti, della cintura della capitale, a poca distanza da Cinecittà.

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Cinecittà. Tornavano i film, dopo la chiusura del periodo bellico, dopo la Liberazione. Nel 194 8 il kolossal Fabiola di Alessadro Blasetti, coprodotto con la Francia; e “Cuore” con Vittorio De Sica, nel ruolo del maestro Edoardo Perboni. Arrivarono le commedie: la breve serie di “Pane, amore e fantasia”, l’altra che cominciò con “Poveri ma belli”. Ma arrivarono soprattutto i kolossal ricchi, ad argomento storico-mitologico come furono chiamati; cominciò la lunga Hollywood sul Tevere, con grandi divi e una pioggia di dollari.

Pasolini scelse il cinema. Propose di fare qualunque cosa a Cinecittà, pare addirittura la comparsa in “Quo Vadis?”, nel 1951, l’anno del debutto di Sofia Scicolone, poi Sophia Loren. Il libro lo racconta. Ebbe successo, l’ex maestro e professore abbandonò la scuola e divenne un brillante sceneggiatori e poi regista dal 1960. Cercò storie e ispirazioni con pazienza e coraggio nelle borgate che rubavano terra alle campagne. Non tra più i contadini friulani ma ragazzi tra campagna e città, ma tra le baracche, i bagni nel Tevere che cominciava a sporcarsi, giovani, molto giovani, in cerca di vivere invece che sopravvivere. Erano, diventeranno,“ i ragazzi di vita”, protagonisti dei primi romanzi romani di Pasolini.

Roma anticipava “Vivere e morire, a Los Angeles “ (1985). William Friedkin, regista, racconta una storia nella leggendaria capitale della California, terra di sole e di delitti, di sale da gioco e di donne favolose. Willem Dafoe, John Turturro, Dean Stokwell: due poliziotti hanno il compito di incastrare uno spietato pittore falsario, oltrepassano i confini della lgge, rubano dollari veri per comprare i suoi dollari falsi. Roma anticipava il James Franco di “In stato di ebbrezza” e “Il manifesto degli attori anonimi”. Personaggi veri e inventati. Omicidi, alcool, droga, sesso a pagamento, poco sesso per amore, amor platonico, recitazione, finzione, realtà. Le parole d’ordine sono “Fare è lo specchio in cui vediamo noi stessi”. Roma. Mafia capitale.

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