The Hateful Eight, Quentin Tarantino a Roma - la conferenza stampa

Quentin Tarantino show a Roma per l'anteprima nazionale di The Hateful Eight.

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Questa sera, nel mitico Teatro 5 di Cinecittà, regno di Federico Fellini, si terrà la super anteprima italiana di The Hateful Eight, nuovo ed attesissimo film di Quentin Tarantino. Per l'occasione il regista due volte premio Oscar è sbarcato a Roma, incontrando nel pomeriggio la stampa al fianco del neo vincitore del Golden Globe, del Critic’s Choice Award e candidato all’Oscar per la colonna sonora del film Ennio Morricone, degli interpreti Kurt Russell e Michael Madsen, e di Andrea e Raffaella Leone, figli del grande Sergio riusciti a far loro la distribuzione della pellicola in collaborazione con quella Rai Cinema rappresentata dall'amministratore delegato Paolo Del Brocco.

Un'opera 'teatrale', potremmo quasi definirla, che ha diviso la stampa americana, tanto dall'andare incontro a risultati tendenzialmente deludenti al botteghino e incredibilmente limitati in salsa Academy. Realtà onestamente folli, potremmo definirle, vista l'elevatissima qualità di una pellicola matura, politica, impegnativa nella sua verbosità ma travolgente e tesa come una corda di violino nella sua evoluzione, tanto da farci gridare allo scandalo per il trattamento ricevuto in casa Oscar. Dimenticarsi dell'incredibile sceneggiatura originale, vuoi o non vuoi, è pura insensatezza, così come Samuel L. Jackson, a dir poco strepitoso, avrebbe meritato quella nomination che nella sua assenza tanto clamore ha suscitato, scatenando le ormai celebri proteste di Spike Lee.

Impossibile non chiedere un'opinione a Tarantino sull'argomento, con una risposta che è stata in realtà assai 'moderata' e poco articolata.

‘Ovvio che mi dispiaccia per la mancata candidatura di Samuel, perché a mio avviso la meritava, e per quanto riguarda il boicottaggio sarei comunque andato. Se mi avessero candidato.’

Il regista di Pulp Fiction è stato poi interrogato sulla sua 'fissazione' nello spaziare tra i generi, anche all'interno dello stesso film. Con The Hateful Eight, per esempio, si parte con un western per poi diventare quasi un giallo da camera alla Agatha Christie, ma non sempre questa complessa 'trasformazione' ha origine nella sceneggiatura.

‘Tendo ad essere trascinato da un genere, ma è vero che non riuscirò mai a girare tutti i film che vorrei girare. Così condenso, mettendone 5 all’interno di uno. In quanto cinefilo cavalco quei film che sono vicini l’uno con l’altro, dando così al pubblico la possibilità di vedere più pellicole pagando un biglietto unico. Credo anche di essere un buon giocoliere tra i generi, che sia una delle mie principali caratteristiche. Sulla metodologia, invece, c’è un po’ di tutto. A volte è pianificato ed altre mi lascio trascinare, trasportare da quello che è la storia. Completato lo script, a volte, mi rendo conto che ci sono elementi su cui non avevo riflettuto. Quando ho iniziato a girare The Hateful Eight sapevo che volevo fare un western che fosse anche un giallo alla Agatha Christie, ma è stato solo alla fine, sul montaggio, che mi son reso conto di aver realizzato anche un horror. E non posso che definirmi felice'.

E noi con lui, perché l'ottavo film di Tarantino cresce costantemente, ipnotizzando lo spettatore grazie anche a quel formato 70mm che amplifica il senso di inquietudine. 8 protagonisti chiusi in un emporio, mentre fuori imperversa un'epocale tempesta di neve.

‘Tempesta che io vedo come un mostro, in un film di mostri, che attende prima di poter divorare i personaggi che si nascondono al suo cospetto. Mano a mano che si fa buio, più si fa oscuro e freddo e più il mostro si ingigantisce, diventando più potente e pericoloso, ma se all’esterno infuria la tempesta all’interno ci sono 8 personaggi che giocano a scacchi. Tra di loro. Combattono per mantenere la propria posizione sullo scacchiere, tramando l’uno contro l’altro. E il 70mm panavision mi ha dato questa opportunità, di sfruttare il primo piano e in contemporanea quel che capita sullo sfondo. A meno che tu non lo voglia vedere, hai sempre l’opportunità di controllare quel che sta facendo ciascun personaggio in qualsiasi momento. Tutto questo mi ha dato l’opportunità di alimentare la suspance. Certo, si sa che prima o poi qualcosa esploderà, ma non si sa quando. Però quando avverrà si sa che avverrà l’inferno'.

Unica protagonista femminile, nonché favorita agli Oscar come miglior attrice non protagonista, una Jennifer Jason Leigh trasfigurata dal sangue e dai lividi, figli delle botte e delle sevizie che le infliggerà il 'boia' Kurt Russell. Ma non c'è nessuna 'misoginia', all'interno del personaggio della criminale Daisy.

‘Quella figura è sempre stata una figura femminile, ma se fosse stato un omone da 150 kg il film non sarebbe cambiato in alcun modo. Il fatto che ci sia tanto accanimento nei suoi confronti dipende proprio dall’atteggiamento del boia, che con tutti i suoi prigionieri utilizza lo stesso comportamento. E certo non è disposto a cambiare perché si trova dinanzi ad una donna’. ‘Avrei potuto benissimo scegliere un uomo, come prigioniero, ma mi piaceva l’idea di avere una donna, in modo da complicare la visione del film nei confronti dello stesso spettatore’.

Missione riuscita, potremmo dire, per quello che è stato definito il film 'più politico' di Quentin Tarantino. Ma non erano queste le sue intenzioni.

'Quando mi son messo a sceneggiarlo non era un film politico. Lo è diventato. Soltanto quando i personaggi hanno iniziato a dialogare e a discutere della vita post-Guerra d'Indipendenza mi son reso conto quanto fosse contemporaneo, specchiandosi nell’attuale situazione tra repubblicani e democratici. Poi durante le riprese si son sommati tutta una serie di eventi, anche politici, e pian piano il film sembrava essere sempre più pertinente. Molto più di quanto non fosse ad una prima lettura dello script. Semplicemente a volte sei fortunato, perché riesci a trovare il legame con l'attualità'.

Un Quentin Tarantino Show, lo possiamo dire, che ha di fatto calamitato l'attenzione dei presenti con risposte sempre pregne di gentilezza e soprattutto enorme competenza. Poche le briciole rimaste agli altri, vedi Michael Madsen e Kurt Russell.

'I film di Tarantino tengono a risolvere i problemi, e non a crearli. Che siano politici o di intrattenimento. Sin dai tempi de Le Iene e di Kill Bill posso dire che c’è stata questa riflessione, questa connessione tra i suoi film e la quotidianità’. 'Il fatto che si ripetano a lungo termini come ‘negro, negro, negro’, a mio avviso ne sgonfia la forza denigratoria. E’ come se a furia di ripeterlo si sia svilito il loro concetto denigratorio. Io sono cresciuto in una famiglia in cui mio padre non ha sempre apprezzato i film che ho fatto, ma questo avrebbe voluto vederlo. Ci ha lasciato a dicembre, ma quando ne parlai con lui si era entusiasmato. Se mi senti, ovunque tu sia, papà, sappi che il tuo ragazzo si è ben comportato’.

Queste le parole di un Madsen contraddistinto da una voce in arrivo direttamente dall'inferno (profonda e rauca come quella del taciturno Joe Gage del film), a cui sono seguiti i pensieri di un Russell in forma smagliante. Anche perché senza i baffoni del boia John Ruth.

‘Tarantino cerca sempre di tessere una ragnatela, nei suoi film, cosa che ho sempre amato. Questo personaggio rappresenta l’America. In tutto il mondo sapevano dell'esistenza di questo Paese, gli Usa, in cui chiunque, anche la persona più insignificante, si meritava un processo in tribunale. Il mio personaggio, il boia, vuole onorare questa pietra miliera del sistema giudiziario americano'.

Parole pregne di stima, invece, quelle targate Raffaella Leone, figlio di quel grande Sergio che Quentin, ovviamente, venera da sempre.

'Riuscire a portarlo e a strapparlo ad una major è stata un’enorme soddisfazione. Abbiamo fatto di tutto per convincerlo e spero che questo sforzo, questa passione e questo amore siano ripagati con il successo in sala. Siamo malati di Tarantino, ci viene da lontano, c’è tanta similitudine con i film di mio padre. E non solo con quelli, ma anche con l’amore e il rispetto che ha nei confronti del pubblico, e per la sua competenza. Non sono mai film superficiali, sono sempre grande cinema, il Cinema di un genio. Ci sono tanti bravi registi ma lui è qualcosa di diverso'.

Poco da dire invece sul grande maestro Maestro Morricone, apparso affaticato e inciampato in una domanda su La Cosa di John Carpenter non indirizzata a lui. Quella tutt'altro che semplice collaborazione (il compositore venne nominato ai Razzies per la peggior colonna sonora) non è stata evidentemente mai dimenticata dal gigantesco direttore d'orchestra, che si è così inutilmente scaldato nel sottolineare le evidenti differenze tra le musiche dei due film. Da nessuno mai messe in dubbio. Una meravigliosa colonna sonora, quella firmata The Hateful Eight, che potrebbe portare l'87enne Morricone al suo primo 'vero' e strameritato premio Oscar, 9 anni dopo quello alla carriera. Noi, neanche a dirlo, facciamo tutti il tifo per lui.

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