L’uomo che vide l’infinito: nuove clip in italiano del biopic con Jeremy Irons e Dev Patel

L’uomo che vide l’infinito: video, trailer, poster, immagini e tutte le informazioni sul biopic con Jeremy Irons e Dev Patel nei cinema italiani dal 9 giugno 2016.

di cuttv

 

 

Aggiornamento di Pietro Ferraro

 

Dopo il premio Nobel John Forbes Nash jr. interpretato da Russell Crowe in A Beautiful Mind, il crittoanalista Alan Turing interpretato da Benedict Cumberbatch in The Imitation Game e il fisico teorico Stephen Hawking interpretato da Eddie Redmayne in La teoria del tutto, il prossimo 9 giugno un altro genio della matematica, l’indiano Srinivasa Ramanujan, interpretato da Dev Patel (The Millionaire), approda sul grande schermo raccontato nel dramma biografico L’uomo che vide l’infinito.

Bambino prodigio, Ramanujan imparò la matematica in gran parte da autodidatta. Lavorò principalmente sulla teoria analitica dei numeri e i suoi risultati divennero fonte di ispirazione per un gran numero di ricerche matematiche. La collaborazione con il suo mentore, l’eccentrico professore G.H. Hardy interpretato nel film da Jeremy Irons, fu oltremodo fruttuosa tanto che Hardy la descrisse come “l’unico episodio romantico della mia vita”. Hardy a proposito delle formule di Ramanujan, alcune delle quali talmente complesse da risultare per lui incomprensibili, affermò che “un singolo sguardo era sufficiente a mostrare che possono essere state scritte solo da un matematico di alta classe. Devono essere vere, perché se non lo fossero state nessuno avrebbe avuto l’immaginazione per inventarle.” Paul Erdős dichiarò in una intervista che il più grande contributo alla matematica di Hardy è stato la scoperta di Ramanujan, e paragonò Ramanujan ai giganti della matematica come Eulero e Jacobi in termini di genio. Ramanujan fu in seguito nominato membro del Trinity e fu insignito, massima onorificenza nella scienza, della nomina a membro della Royal Society.

Eagle Pictures ha reso disponibili due nuove clip in italiano con scene tratte dal film con il primo icontro tra Ramanujan e il professor Hardy e Ramanujan riceve una lettera dalla giovane e amata sposa Janaki interpretata da Devika Bhise.

 

Clip – La lettera:

 

 

L’uomo che vide l’infinito: prima clip in italiano del biopic con Jeremy Irons e Dev Patel

 

Aggiornamento di Pietro Ferraro

 

Eagle Pictures ha reso disponibile una prima clip in italiano del dramma biografico L’uomo che vide l’infinito.

Il film diretto da Matthew Brown (Ropewalk) è basato sulla biografia “L’uomo che vide l’infinito – La vita breve di Srinivasa Ramanujan, genio della matematica” scritta da Robert Kanigel nel 1991.

La trama racconta la storia vera di Srinivasa Ramanujan, un matematico che dopo un’adolescenza di stenti e povertà vissuta a Madras in India ottiene l’ammissione all’Università di Cambridge durante la prima guerra mondiale dove diventa un pioniere nelle teorie matematiche sotto la guida del suo professore e mentore G. H. Hardy.

Il film vede protagonisti Dev Patel (Srinivasa Ramanujan) e Jeremy Irons (G. H. Hardy). Il cast è completato da Toby Jones, Stephen Fry, Jeremy Northam e Kevin McNally. Tra i produttori associati del film figurano i matematici Manjul Bhargava e Ken Ono.

 

 

L’uomo che vide l’infinito: trailer italiano e locandina del biopic con Jeremy Irons e Dev Patel

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Aggiornamento di Pietro Ferraro

 

Disponibili un trailer italiano e una locandina del film L’uomo che vide l’infinito, dramma biografico diretto da Matthew Brown e basato sul libro di Robert Kanigel, “L’uomo che vide l’infinito – La vita breve di Srinivasa Ramanujan, genio della matematica”.

Il film racconta la vera storia di Srinivasa Ramanujan, interpretato da Dev Patel (The Millionaire), genio indiano della matematica, completamente autodidatta. Per far conoscere al mondo la sua mente geniale, dovrà lasciarsi alle spalle la giovane e amata sposa Janaki, interpretata da Devika Bhise (Un marito di troppo) per intraprendere un lungo viaggio che lo porterà a Cambridge, dove forgerà un forte legame con il suo mentore, l’eccentrico professore G.H. Hardy, interpretato da Jeremy Irons (Il mistero Von Bulow, La corrispondenza). Sotto la guida di Hardy, il suo lavoro si evolverà in modo tale da rivoluzionare per sempre la matematica e trasformare il modo in cui gli scienziati spiegano il mondo.

L’uomo che vide l’infinito arriva nei cinema italiani il prossimo 9 giugno distribuito da Eagle Pictures.

 

 

 

L’uomo che vide l’infinito: al cinema con un genio della matematica, Jeremy Irons e Dev Patel

La storia vera di un’amicizia che ha cambiato per sempre il mondo della matematica, dal Bif&st al cinema con il biopic sul genio visionario e matematico di Srinivasa Ramanujan

Dopo A Beautiful Mind, The Imitation Game o La teoria del tutto (The Man Who Knew Infinity), la settima arte che porta sul grande schermo le personalità del mondo scientifico, si concede un’incursione nella storia di Srinavasa Ramanujan, il genio della matematica ancora poco conosciuto al di fuori dell’ambiente scientifico, protagonista del biopic scritto e diretto da Matthew Brown.

L’uomo che vide l’infinito
. La vita breve di Srinivasa Ramanujan, genio della matematica, con la sceneggiatura tratta dalle pagine di  The Man Who Knew Infinity: A Life of the Genius Ramanujan di Robert Kanigel, si focalizza sulla storia vera del legame tra il genio indiano completamente autodidatta, interpretato dal Dev Patel di Millionaire e i due Marigold, e l’eccentrico e sofisticato mentore inglese GH Hardy di Jeremy Irons, pronto a lottare contro scetticismo dei colleghi e pregiudizi per rivelare al mondo il suo genio matematico.

La storia che porta Srinavasa Raman allo studio solitario e quasi ossessivo della matematica, al punto di essere espulso dal college, scrivere una lettera all’illustre professore di matematica del Trinity College a Cambridge e lasciare l’India Coloniale del 1913 e la moglie Janaki (Devika Bhisé) per l’Inghilterra, dove grazie al rapporto di profonda connessione e la guida del suo mentore riuscirà a rivoluzionare per sempre la matematica e trasformare il modo in cui gli scienziati spiegano il mondo.

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Stephen Fry plays Sir Francis Spring, whom Ramanujan worked under from 1912-1914 as a Grade III Class IV clerk at the…

Pubblicato da The Man Who Knew Infinity su Giovedì 7 aprile 2016

Con la complicità di Devika Bhise (la mosglie Janaki), Stephen Fry (Sir Francis Spring) e Toby Jones (il matematico inglese J. E. Littlewood), il secondo lungometraggio di Matthew Brown, prodotto da Edward R. Pressman/ Cinemorphic Entertainment Company, dopo la presentazione a Toronto, come film d’apertura del Festival di Zurigo e nel corso della 7.a edizione del Bif&st-Bari International Film Festival, arriva nelle nostre sale dostribuito da Eagle Pictures, da giovedì 9 giugno 2016.

Chi era Srinivasa Ramanujan

Srinivasa Ramanujan FRS (22 dicembre 1887 – 26 aprile 1920) era un matematico indiano autodidatta senza alcun training formale nella matematica pura, che diede un contributo straordinario all’analisi matematica, alle teorie numeriche, alle serie infinite e alle frazioni continue. La sua vita in India gli precludeva l’accesso a una comunità matematica più ampia, in quel momento storico tutta concentrata in Europa, cosicchè Ramanujan fu obbligato a sviluppare le sue ricerche matematiche in isolamento. Il risultato fu che lui finì per riscoprire teoremi già conosciuti oltre che a produrre nuove teorie; secondo il matematico inglese G. H. Hardy, Ramanujan era un genio naturale, allo stesso livello di matematici quali Euler e Gauss. Ramanujan è nato nella città di Erode, nello stato del Tamil Nadu, in una famiglia Bramina Tamil della setta Thenkalai della casta Iyengar. Fu introdotto formalmente alla matematica all’età di dieci anni. Fu subito evidente la sua abilità naturale, così gli furono dati libri di trigonometria avanzata scritti da S. L. Loney, che lui imparò a padroneggiare già all’età di dodici anni; scoprì dei nuovi teoremi e riscoprì da solo l’Identità di Eulero. A scuola dimostrò capacità matematiche inusuali, ricevendo premi e onorificenze. All’età di diciassette anni, aveva già effettuato la sua personale ricerca matematica sui numeri di Bernoulli e sulla costante di Eulero-Mascheroni. Ramanujan ricevette una borsa di studio presso il Government College nel Kumbakonam, che fu poi revocata a causa della sua bocciatura nelle materie non matematiche. S’iscrisse allora a un’altra università per proseguire indipendentemente con la ricerca matematica, accettando un lavoro come impiegato, nell’ufficio Generale Contabilità del Trust Office portuale della città di Madras, per mantenersi. Nel 1912–1913, inviò degli esempi di alcuni suoi teoremi a tre accademici dell’Università di Cambridge. G.H. Hardy riconobbe la genialità del suo lavoro e l’invitò in Inghilterra per lavorare con lui a Cambridge. Divenne un membro della Royal Society e del Trinity College di Cambridge. Ramanujan morì di malattia, malnutrizione e di una possibile infezione al fegato nel 1920, all’età di trentadue anni. Durante la sua breve vita, Ramanujan elaborò autonomamente quasi 3900 risultati (per lo più identità ed equazioni). Oggi quasi tutte le sue asserzioni si sono rivelate corrette, anche se una piccola quantità di questi risultati erano effettivamente falsi o già conosciuti. Sorprendentemente, gli appunti dell’ultimo anno di vita di Ramanujan (quasi cento pagine), sono arrivati in Inghilterra. Negli anni ’60 rischiarono di essere bruciati, ma furono salvati da Robert Rankin. Rankin fece sì che gli appunti fossero aggiunti agli archivi di Ramanujan presso la Wren Library del Trinity College di Cambridge, dove giacquero dimenticati fino a che George Andrews li riscoprì nel 1976. Questo “quaderno dimenticato”, come spesso viene chiamato, include alcuni dei lavori più importanti di Ramanujan e costituisce la base su cui oggi studiano fisici e matematici per elaborare la teoria delle stringhe, i buchi neri e la gravità quantistica.

Chi era G.H. HARDY Godfrey Harold

G.H. HARDY Godfrey Harold (“G. H.”) Hardy (7 febbraio 1877 – 1 dicembre 1947) è stato un matematico inglese, conosciuto per le sue conquiste nella teoria dei numeri e nell’analisi matematica. È conosciuto anche ai non esperti di matematica, per il suo saggio del 1940 sull’estetica matematica, A Mathematician’s Apology, che viene considerato uno dei migliori lavori sulla visione della mente di un matematico, scritto per i non addetti ai lavori. Dal 1914, è stato mentore del matematico indiano Srinivasa Ramanujan, una relazione ormai diventata famosa. Hardy riconobbe quasi immediatamente l’incredibile, seppur grezza e non formata, intelligenza di Ramanujan, così cominciò con lui una stretta collaborazione. In un’intervista di Paul Erdős, alla domanda su quale fosse stato il suo più grande contributo alla matematica, Hardy rispose senza esitazione che si trattava della sua scoperta di Ramanujan. Ha definito la loro collaborazione “l’episodio romantico della mia vita”. Hardy è nato in Inghilterra, nella città di Cranleigh, nel Surrey, in una famiglia d’insegnanti. Suo padre era economo e professore d’arte presso la Cranleigh School e sua madre aveva insegnato al Lincoln Training College per insegnanti; ambedue i genitori erano molto portati per la matematica. L’affinità naturale di Hardy con la matematica era evidente già in tenera età. Quando aveva appena due anni, già scriveva numeri di cifre milionarie e quando veniva portato in chiesa si divertiva a scomporre in fattori i numeri degli inni. Dopo aver frequentato la Cranleigh, Hardy vinse una borsa di studio al Winchester College per i suoi lavori matematici. Nel 1896 entrò nel Trinity College di Cambridge. Dopo due soli anni di preparazione con il suo istruttore, Robert Alfred Herman, Hardy era quarto agli esami del Tripos, il corso principale di matematica di Cambridge. Nel 1900, superò la seconda parte del Tripos e divenne membro del corpo docenti come assistente. Nel 1903 ottenne la laurea magistrale, che era il livello accademico più alto nelle università inglesi del tempo. Dal 1906 in poi occupò la posizione di professore, tenendo lezioni per sei ore a settimana e facendo ricerca nel tempo che gli rimaneva libero. Nel 1919, lasciò Cambridge per ricoprire la posizione di Savilian Professor of Geometry a Oxford, subito dopo gli avvenimenti che coinvolsero Bertrand Russell nel periodo della Prima Guerra Mondiale. Hardy è noto per aver riformato la matematica britannica rendendola rigorosa, 7 caratteristica che in precedenza la matematica aveva solo in Francia, Svizzera e Germania. Dal 1911, ha collaborato con John Edensor Littlewood, su una ricerca approfondita nel campo dell’analisi matematica e della teoria analitica dei numeri. Questo lavoro (insieme a molti altri) portò a un progresso quantitativo sul Problema di Waring, inteso come parte del Metodo del cerchio di Hardy-Littlewood, nome con cui divenne noto il metodo. Nella teoria dei numeri primi, i due matematici dimostrarono alcuni postulati e ottennero notevoli risultati condizionali. Questo fu un fattore importante nello sviluppo della teoria dei numeri come sistema di congetture; esempi ne sono la prima e la seconda congettura di Hardy-Littlewood. La collaborazione di Hardy con Littlewood è tra le collaborazioni più famose e di maggior successo nella storia della matematica.

[accordion content=”Il viaggio del prodigio matematico autodidatta Srinivasa Ramanujan e quello di raccontare la sua vita in un libro sul grande schermo, cominciarono entrambi con una lettera. Nel 1913, Ramanujan, un povero impiegato contabile dell’India del sud, con un’inspiegabile conoscenza matematica, scrisse a G.H. Hardy, noto matematico inglese e ricercatore al Trinity College di Cambridge, con la speranza che Hardy potesse dare un riscontro su alcuni dei teoremi e formule che Ramanujan aveva sviluppato da solo. Settantacinque anni dopo, lo scrittore Robert Kanigel, nel rispondere a un editore interessato alla biografia di Ramanujan, le scrisse che si era reso conto che il libro che aveva in mente, libro su cui è basato questo film, doveva essere non solo su Ramanujan, ma su Ramanujan e Hardy e sulla relazione che si sviluppò tra loro. “L’uomo che vide l’infinito, non è un film su dei matematici, ma sul legame potente tra due uomini e di come questo ha poi dato forma alle loro vite”, dice Kanigel. “Chiunque abbia sperimentato un’amicizia intensa o abbia sentito la vicinanza e poi la separazione da qualcuno, può capire questa storia”. Nel 1988, Kanigel fece un viaggio di tre mesi in Inghilterra e nel sud dell’India, per visitare i luoghi dove Hardy e Ramanujan vissero e lavorarono. Durante la sua visita in India, riuscì a incontrare la vedova di Ramanujan, Janaki, che all’epoca aveva circa novant’anni. Con l’aiuto di un interprete, Janaki rispose alle domande di Kanigel su suo marito, che era morto circa settant’anni prima. Di quell’incontro Kanigel dice: “È stato un vero privilegio poter incontrare la persona che aveva un legame diretto con Ramanujan.” Dopo circa cinque o sei anni dalla pubblicazione del libro “L’uomo che vide l’infinito”, lo scrittore e regista Matthew Brown e il produttore esecutivo Tristine Skyler, erano in visita dalla zia di Brown a Big Sur, quando Skyler notò il libro nella libreria della zia di Brown. Visto che il libro di Kanigel, si svolge per la maggior parte durante la Grande Guerra, lei pensò che potesse tornare utile a Brown, che stava studiando quel periodo storico. Brown rimase intrigato dalla storia di Ramanujan e trovò che la biografia fosse una delle più interessanti che avesse mai letto, oltre che molto cinematografica. Brown entrò in contatto con Kanigel, nella speranza di poter adattare il libro per il grande schermo. Il loro primo incontro durò circa cinque ore. “Mi ha interrogato sul libro e alla fine dell’incontro mi sono sentito come se avessi passato una specie di esame”, ricorda Brown. Questo incontro fu l’inizio di un’amicizia che esiste tutt’oggi. Brown portò il progetto alla produttrice Sofia Sondervan, con l’idea di sottoporlo al leggendario produttore Edward R. Pressman. “Speravo che Ed trovasse la storia di Ramanujan storicamente importante e quindi decidesse che meritava di essere realizzata; con il suo aiuto ero certo che avrei realizzato il film” dice Brown. Pressman ha una lunghissima esperienza professionale e un talento nello scoprire nuovi e giovani filmmaker, per poi sostenere i loro primi film. Solitamente è attratto da un progetto prima per il filmmaker che per la storia. Dice: “ È molto importante che un filmmaker dimostri una passione chiara per il suo progetto e che comunichi in che modo vorrebbe realizzarlo. Quest’abilità nella comunicazione, è fondamentale per il successo di un regista”. Di questo progetto Pressman dice: “Non sapevo nulla di Ramanujan e ho pensato che il libro fosse illuminante. Matt mi ha presentato un’idea molto intelligente e coerente su come dovesse essere il film e mi ha trasmesso in modo chiaro come avesse intenzione di adattare questa storia per il grande schermo”. Brown mostrò il progetto anche al produttore Jim Young, con cui stava già lavorando su altre cose. “Ero affascinato dalla relazione tra questi due uomini che venivano da due mondi diversi: Hardy, professore del Trinity College, all’apice del mondo intellettuale di quell’era e Ramanujan, che veniva da un piccolo villaggio indiano e non aveva alcun tipo di educazione formale”, dice Young. “Il fatto che si trovarono assieme, scoprissero una comunanza negli obiettivi intellettuali, sviluppassero un’amicizia che sarà alla base di scoperte matematiche in cinque anni più importanti di quelle che gli uomini hanno ottenuto in mille anni, è una storia incredibile”. Kanigel aggiunge: “Ramanujan riusciva a vedere le relazioni tra i numeri, coglieva degli schemi tra di loro e li traduceva in un linguaggio matematico. Ciò che meravigliava Hardy, che davvero lo stupiva, era da dove venissero le idee di Ramanujan. Come matematico professionista, Hardy era formato nel pensare che non fosse sufficiente affermare un teorema, una relazione o uno schema; dovevi provare che fosse così, cosa che spesso richiedeva pagine e pagine di argomentazioni. Hardy provò a passare quest’idea a Ramanujan. Nel farlo non voleva assolutamente scoraggiare Ramanujan. Né voleva ispirarlo; Ramanujan non aveva bisogno d’ispirazione. Semplicemente era quello che facevano i matematici e Ramanujan doveva impararlo. D’altro canto, le prove, seppur difficili, erano quasi la parte facile della matematica. La parte difficile era in primo luogo avere l’idea. Era come se Ramanujan ne avesse un pozzo senza fine”. Il produttore Joe Thomas, ha collaborato nel reperire la maggior parte dei finanziamenti per il film, con i suoi soci della Xeitgeist Entertainment. “Il mio primo incontro con Ed Pressman avvenne a una proiezione speciale di Wall Street: il denaro non dorme mai, e sono sempre stato un ammiratore della sua abilità nello scoprire e coltivare nuovi talenti”, dice Thomas. “Quando ho saputo che stava lavorando sullo sviluppo de L’uomo che vide l’infinito, con i miei soci della Xeitgeist abbiamo fatto richiesta di essere coinvolti nel film e di aiutare con i finanziamenti. Data la materia del soggetto e stato più difficile di quello che pensavo, ma Matt ha scritto una sceneggiatura stupenda e c’era un buon livello di entusiasmo”. Poiché il finanziamento del film cominciava a procedere nel modo giusto, Brown si trovava di fronte alla difficile decisione di scegliere i due protagonisti. Sapeva che doveva trovare un affermato attore indiano con una certa notorietà mondiale per interpretare Ramanujan e il nome che principalmente risuonava nella sua testa era Dev Patel, che aveva ottenuto grandi elogi per il suo ruolo nella pellicola, vincitrice all’Academy Award®, The Millionaire e per il successo mondiale Marigold Hotel.
“Per riuscire a dare vita a Ramanujan, avevo bisogno di qualcuno con cui il pubblico potesse immedesimarsi e sentire empatia”, dice Brown. “Ho saputo sin dal primo incontro con Dev che, il suo carisma naturale, la sua empatia e il suo incredibile istinto, sarebbero emersi immediatamente”. Patel dice, “Volevo questo ruolo perché è raro che un attore con il mio aspetto abbia la possibilità di interpretare una parte così densa; sapevo anche che il film avrebbe attratto qualche artista importante per recitare al mio fianco. Quando un film non si basa sulla grafica del computer o sugli effetti speciali, è sorretto solo dalle performance degli attori, così ho pensato che una storia su due uomini, con ideali drasticamente differenti, sarebbe stato un viaggio incredibile ed è proprio quello che è successo. Il mio personaggio viene strappato dall’oscurità dell’India e attraverso un lungo viaggio arriva al Trinity College di Cambridge, una delle istituzioni più importanti della Gran Bretagna, dove si trova a lavorare al fianco del grande matematico G.H. Hardy, interpretato da Jeremy Irons. Ramanujan era molto religioso e pensava che la matematica fosse come dipingere senza colori; credeva che ogni equazione fosse espressione di Dio. Hardy, invece era un ateo e credeva soltanto alle prove concrete per spiegare i teoremi e questo era quello che provò a inculcare a Ramanujan. Collaborare con Jeremy Irons è un sogno per ogni giovane attore e lui si è rivelato essere tutto quello che mi aspettavo, se non di più. Ha un magnifico senso dell’umorismo ed è molto generoso. Il rapporto professore/studente si è creato molto naturalmente e Jeremy ha creato uno spazio che mi ha permesso di essere sicuro e di prendermi i miei rischi. È una persona incredibilmente premurosa e questo si vede anche nel suo modo di recitare. Le sfumature per lui sono fondamentali, tutto sul set doveva essere perfetto. Se fuori era inverno, allora ci dovevano essere guanti e ombrello sulla sedia e se avevamo lavorato per ore sulla matematica, allora la lavagna doveva essere sporca. Questo ci ha permesso di immergerci completamente nell’ambiente, quasi come se fossimo stati risucchiati in un’altra dimensione temporale. È stato fantastico. Il Trinity College mi ha lasciato senza fiato. Avere il permesso di poter girare lì con una troupe cosi numerosa è stata un’impresa; siamo stati davvero fortunati. Ho frequentato una scuola all’estremo opposto del Trinity, quindi quando sono arrivato lì, mi sono potuto mettere immediatamente nei panni di Ramanujan e percepire la grandezza di quello che gli stava accadendo. Interpretare Ramanujan per me è stato naturale. Mi sono letto alcuni passi del libro e anche se non esistono dei filmati originali, avevamo un paio di sue foto come riferimento. Fisicamente era molto diverso da me, era piuttosto corpulento ed era un uomo molto nervoso. Rappresentare la difficoltà di Ramanujan a integrarsi in Inghilterra è stata cosa ovvia, ma pur lavorando nella sfera della storia, sono stato libero e non ho dovuto semplicemente imitare dei filmati esistenti. Conoscevo il suo background, ma mi sono lasciato trasportare dal copione, impegnandomi pienamente a rappresentare ciò che era scritto su quelle pagine. C’era davvero tutto, quindi ho capito da dove Ramanujan iniziasse e dove finisse”.

Per il ruolo di G.H. Hardy, Jeremy Irons era il favorito sia per Brown che per Pressman. Irons aveva lavorato nel film prodotto da Pressman, Il mistero Von Bulow per cui ha vinto un Academy Award® come Miglior Attore, per il suo ritratto di Claus von Bülow e Pressman era entusiasta all’idea di lavorare di nuovo con lui. “Quello che mi ha attratto in L’uomo che vide l’infinito, era che non sapevo nulla della storia, né dell’uomo e ho trovato la logica del tutto davvero affascinante” dice Irons. “Un’altra attrattiva era rappresentata dal fatto che avrei interpretato il ruolo di un tipico, chiuso, uomo inglese educato in collegio che, per ragioni professionali sottrae un matematico indiano non istruito dalla sua vita piena di colori, calore ed emozioni, per portarlo in una nazione piuttosto fredda e sull’orlo della guerra. Anche se lavorarono in stretta cooperazione, Hardy non era in sintonia con le emozioni di Ramanujan e quindi era in difficoltà con lui che era tutt’altra cosa. Si trattava di un’area piuttosto interessante da esplorare, che avevo già sperimentato precedentemente nella mia carriera ed è stato interessante vedere come Hardy lentamente riesca a formare una profonda amicizia con Ramanujan, attraverso la sua passione per la matematica.”. Sul primo incontro con Brown, Irons dice: “Ho scoperto che aveva in mente di realizzare questo progetto già da diversi anni e ne era appassionato. Quando lavori con un regista relativamente inesperto, possono accadere due cose: può essere un vero pallone gonfiato, che fa finta di sapere cosa sta facendo, mentre è evidente che non lo sa, oppure può essere onesto e ammettere che non sa cosa stia facendo, ma ama la storia e ha fiducia di poterla realizzare. Matt ovviamente è il secondo tipo di persona e ha portato una magnifica umiltà nel progetto. Ho amato la sua passione, la sua apertura e la sua volontà di ascoltare i suggerimenti degli altri. Mentre giravamo, era molto chiaro su cosa volesse e sul ritmo che desiderava tenere: ci dava osservazioni molto buone. Aveva la tendenza a lasciarti fare se tu stavi andando bene, per poi inserirsi con un suggerimento occasionale, che ti rianimava e ti dava una visione leggermente diversa su qualcosa”. Sull’interpretazione di G.H. Hardy e sulle difficoltà di capire il personaggio, Irons dice: “Quando interpreti un personaggio, non c’è una vera differenza se si tratta di un personaggio reale o di finzione, a meno che non sia già conosciuto della gente. Ho interpretato gente vera nel passato e quello che cerchi di ottenere come attore, è di far dimenticare alla gente nei primi minuti del film che aspetto avesse quella persona e fargli credere che quella persona sei proprio tu. Quando hai il lusso di interpretare un personaggio che è una persona realmente esistita, puoi guardare moltissime fotografie mentre cerchi di capire chi fosse quella persona e cosa ti dice quella fotografia, che poi molte volte non è così tanto. Hardy scrisse un meraviglioso opuscolo, forse tratto dal suo The Mathematician’s Apology, che ti trasporta dentro la sua passione per la matematica. Mi ha fatto capire che qualcosa che mi lascia completamente freddo, invece contiene passione, meraviglia, mistero e arte. La sua scrittura mi ha davvero aiutato a entrare nel personaggio. Anche le sue lezioni sono documentate e lui era un professore molto accessibile: parlava di qualcosa che è piuttosto inaccessibile per me, ma poco alla volta ha cominciato ad aprirsi, a diventare accessibile. Mi sento sempre responsabile per i personaggi che interpreto e per il film, che deve avere dei personaggi interessanti e credibili. Penso che la relazione tra Ramanujan e Hardy sia difficile da comprendere per la nostra generazione. Hanno lavorato in stretta cooperazione fino alla malattia di Ramanujan e quando lui tornò in India, Hardy si rese conto che un enorme parte della sua vita era stata influenzata da quest’uomo. Sono preoccupato delle generalizzazioni, perché penso che le emozioni e i legami abbiano un significato differente per persone diverse in età diverse. Quando Hardy affermò che il tempo passato a lavorare con Ramanujan era stato l’unico episodio romantico della sua vita, credo sia stato interpretato un po’ male. Noi pensiamo al romanticismo come amore, ma io non penso sia così: il romanticismo avviene quando la vita diviene più colorata, più vibrante e vivace e credo sia quello che forse intendeva Hardy. Certo, lui stesso ha ammesso che il tempo passato con Ramanujan è stato quello in cui è stato più orgoglioso del suo lavoro e probabilmente anche più felice”. Una volta confermati i due attori protagonisti, Brown si è concentrato per trovare il miglior team tecnico che lo potesse aiutare a riprodurre l’autenticità e l’ambientazione di un film d’epoca. La sua scelta per il direttore della fotografia è stata Larry Smith, che ha lavorato in molti film di Stanley Kubrick ed è stato direttore della fotografia di Eyes Wide Shut. “Il mio lavoro è di creare l’aspetto del film, l’energia della telecamera, se si muove o meno e aiutare il regista a scegliere location visivamente forti”, dice Smith. “Un film storico porta con sé sfide maggiori e a me piacciono le sfide. Abbiamo girato tutto sul posto che significa non avere lo stesso controllo sul tempo, la luce e le scenografie che si avrebbe in uno studio di posa; alcune location possono metterti alle strette. Ma arrivare sul set e trovarsi a ragionare su come rendere le cose interessanti, per me rende la giornata più entusiasmante. Avere come sfondo il Trinity College è stato magnifico e avendo già girato in India, sapevo che avrei avuto una gamma di colori piuttosto saturi e una luce molto dura. Abbiamo girato in un bellissimo tempio Indù, dove gli interni erano particolarmente scuri e malinconici, così ho potuto usare la luce tagliente che veniva da fuori e portarne un po’ dentro il tempio, per renderlo vivo. Una delle cose più importanti che ho imparato da Kubrick è stata come modificare il film attraverso la luce, sia essa naturale o da lume di candela; questo per il nostro film ha funzionato perfettamente”. Sulla collaborazione con Smith, Brown dice: “È stata una fantastica collaborazione; l’uso che lui fa della luce non lo fa nessun’altro e in più ha l’abilità di realizzare, in maniera incredibilmente bella e veloce, quello che altre persone impiegherebbero un giorno a realizzare. È davvero un genio”. Per le scenografie, Brown ha scelto Luciana Arrighi, che ha lavorato in diversi film con lo stimato team di produzione di Merchant Ivory e che ha vinto un Academy Award®, come Best Art Direction, per la pellicola Casa Howard.
“Luciana è una gran lavoratrice e una delle persone con più talento che abbia mai conosciuto”, dice Brown. “La combinazione tra le sue scenografie e la luce di Larry ha dato al film un aspetto straordinario e non avrei potuto essere più contento”. Brown continua: “Una sera stavamo filmando alla Nevile Court del Trinity College dove erano state allestite delle tende da ospedale per curare i feriti della Grande Guerra. Tutti erano in costume e sembrava di essere tornati indietro nel tempo. È stato inquietante perché la Nevile Court è una sorta di spazio sacro, tanti giovani uomini vi sono morti. La troupe tecnica e gli attori hanno ulteriormente arricchito l’autenticità che girare al Trinity già assicurava ed io sarò per sempre grato al college per averci fatto un dono così speciale”. Arrighi aggiunge: “Girare al Trinity è stato molto interessante, perché prima d’ora non era mai stata data l’autorizzazione a realizzare un film al suo interno. La prima volta che siamo andati a visitarlo ci hanno spiegato in maniera molto chiara che andava evitata la situazione da colosso hollywoodiano. Ma alla fine tutti sono stati deliziosi, incluso il preside e i professori, che si sono dimostrati molto interessati alla storia e volevano mantenere il legame tra l’India e l’Inghilterra. Abbiamo avuto tre giorni per filmare i cortili e le meravigliose visuali, le librerie, le cappelle e tutte le altre cose. Creare la stanza di Hardy è stata una sfida enorme, perché dovevamo riuscire a rappresentare l’uomo attraverso l’arredamento e gli oggetti di scena. Nessuno credeva che avrei potuto trasformare una grandiosa camera, all’interno di una casa elisabettiana, in uno studio piuttosto mediocre, la stanza di lavoro di un uomo che ha dedicato la sua vita alla matematica. Abbiamo levato le tende e i quadri; tutto ciò che era incantevole l’abbiamo eliminato. Dopodiché ci abbiamo messo delle trasandate poltrone di pelle, una lavagna e tutto quello che Hardy usava per lavorare alle equazioni che stava cercando di provare. Io incoraggio sempre gli artisti a condividere le loro idee e il contributo di Jeremy è stato enorme. Ha suggerito di aggiungere un numero maggiore di coppe, perché Hardy era molto interessato al cricket e aveva vinto alcuni trofei. Poi è stato d’accordo nel non mettere foto di famiglia, poiché Hardy era un orfano. Insomma, Jeremy si è inserito nell’atmosfera in modo carino e di conseguenza anche noi siamo riusciti a realizzare l’ambientazione giusta. Da bambina ho vissuto in India per un breve periodo e in un certo senso non è cambiata da allora. Siamo andati a Chennai, dove ha studiato Ramanujan e poi a Kumbakonam, dove ha vissuto. Lì, abbiamo trovato le case Bramine più incredibili, molto speciali dal punto di vista architettonico e poi una piccola città agricola con strade piene di queste case. È stato incantevole, da levare il fiato davvero. Ci sono degli scenari incredibili lì, gente adorabile, optional fantastici. Siamo stati così fortunati. Ramanujan era un Bramino molto rigido e riceveva la sua ispirazione dalla dea Namagiri. Quindi, abbiamo dovuto trovare un tempio dove lui andava a pregare e un tempio dove scriveva tutte le sue equazioni sul pavimento. Andare alla ricerca dei templi è stato eccitante; ci siamo resi conto che un tempio non è solo un luogo di preghiera, ma un luogo dove la gente vive. C’era gente che parlava dei propri problemi con un guru, gente che vendeva oggetti, una meravigliosa cerimonia con incenso e campane che suonavano, c’era persino un elefante. Uno dei templi che abbiamo utilizzato era assolutamente magico: era su un lago e aveva tutti questi colori, questi blu e grigi slavati. Un altro aspetto del film che ha rappresentato una sfida interessante è stato che Matt voleva prendere tutta la matematica – le figure, i numeri, le equazioni – e farle diventare qualcosa di visivo: non voleva che fosse la solita vecchia storia dove si vedono esercitazioni con vecchi uomini burberi e gente che scrive sulle lavagne”. Per i costumi, Brown si è rivolto ad Ann Maskrey, che è molto conosciuta per il suo lavoro nella serie di film The Hobbit. “La prima volta che ho letto il copione, sono rimasta sconvolta dalla mia ignoranza: com’era possibile che non avessi mai sentito questo straordinario racconto prima d’ora? Sono rimasta affascinata dalla storia di un uomo che viaggia dalla povera dell’India fino ad arrivare al Trinity”, dice Maskrey. “Ho dovuto compiere molte ricerche, per fare in modo che sia la parte indiana sia quella inglese apparissero corrette. Era un’epoca in cui le cose in Inghilterra stavano cambiando. Cambridge era un ambiente elitario e formale e non solo per l’aspetto, ma perché c’erano personaggi (nel film) che erano piuttosto particolari e non ben documentati. Hardy aveva certe idiosincrasie a cui dovevo dare vita attraverso il suo guardaroba. Fortunatamente Jeremy Irons, scelta perfetta per il personaggio di Hardy, indossa molto bene gli abiti e ha un aspetto simile a quello di Hardy. Avevamo un gruppo di sessanta assistenti professori e in un film come il nostro non è possibile fare una prova costumi, quindi abbiamo dovuto chiedere alle comparse di arrivare prima e prendere le loro misure a occhio. Il mio team aveva un ottimo piano, una sorta di catena di montaggio. Prima si provava la giacca, poi si passava all’area successiva e ci si provavano i pantaloni e poi a seguire le scarpe, le camicie, i colletti etc. Il guardaroba di Ramanujan era interessante per la transizione che lui vive. Parte come un povero Bramino dell’India del sud per poi diventare più occidentalizzato quando viene inserito nella società elitaria di Cambridge, dove nessuno capiva la sua religione o il suo background. Era un uomo piuttosto impacciato e dovevamo mostrare quest’aspetto nei suoi costumi. Non era abituato a prendersi cura di se stesso da solo, non sapeva come annodarsi la cravatta e odiava indossare scarpe di stile occidentale. La sfida era assicurarsi di non rendere Dev comico, quando si trovava a indossare un abbinamento errato di abiti indiani e occidentali. Quando comincia ad abituarsi al lato inglese delle cose, deve tornare in India e riadattarsi. Ricreare l’India dei primi del ‘900 era qualcosa che non avevo mai fatto prima; le foto di quel periodo sono molto rare e quindi si è trattato di una sfida enorme. Ho dovuto imparare tutti i dettagli non solo di quel periodo, ma di quel periodo in India. Per esempio, le donne legano i loro sari in modo completamente differente, usano nove iarde di tessuto invece delle solite sei e i colori sono molto importanti.
Dovevo stare attenta alle piccole cose. Ero preoccupata che non avremmo trovato abiti nella gamma di colori che io e Matt desideravamo, che tutto sarebbe stato poliestere rosa. Avevo paura che quando abbiamo richiesto alle comparse di indossare sandali, sarebbero arrivate tutte in ciabattine di gomma. Per fortuna non c’erano molte scene affollate; la maggior parte erano in piccoli ambienti con una o due persone chiave. A parte attenersi a tutte le regole su quello che le persone tradizionalmente indossavano in India, dovevo anche enfatizzare i personaggi attraverso i loro costumi. Per esempio, la madre di Ramanujan era un personaggio molto forte e molto influente durante la giovinezza del figlio. Volevo che quest’aspetto arrivasse al pubblico attraverso i colori dei suoi abiti, così che non ci fosse dubbio della sua forte personalità. Sua moglie, Janaki, doveva apparire più delicata e gentile e ho trovato un sari davvero bello, di un morbido color pesca”. Aggiunge il produttore Joe Thomas, “Sono nato nel sud dell’India, quindi un po’ conoscevo la cultura e le tradizioni di quella regione e ho capito che potevo essere più utile alla produzione durante il periodo di riprese in India. È stato emozionante arrivare sul set e guardare la storia prendere vita. Ricominciare con un nuovo team dopo pochissimo tempo dalle riprese in Inghilterra è stata una sfida, ma i capi dipartimento sono stati così professionali che siamo riusciti a superare tutti i problemi che ci si presentavano”. Patel dice di Arrighi e Maskrey, “Luciana e Ann sono stati due eroi non celebrati del nostro film. Le scenografie di Luciana e i costumi di Ann hanno davvero aiutato gli attori a immergersi nell’epoca, qualcosa che non avevo mai sperimentato in nessun altro progetto. I costumi comunicano i vari cambiamenti e Ramanujan passa dall’indossare dhoti in India, a completi di tre pezzi con colletti inamidati, gemelli e cravatta; l’ho percepito immediatamente come una cosa a me estranea e quindi sono riuscito a sentire il suo imbarazzo nell’indossare degli abiti. Per quel che riguarda le scenografie, insieme al nostro direttore della fotografia che è stato fenomenale, Luciana ha creato questo tono malinconico, pieno di piccole perle con cui poter interagire, come le lavagne. Abbiamo avuto il permesso di essere molto fisici con il set e questo è stato incredibile. Una delle perle, che mi è stata data come regalo, è un pennino a inchiostro. Immergere il pennino nell’inchiostro e poi graffiare il foglio con la sua punta era qualcosa di istintivamente giusto, che andava ad aggiungere un ulteriore dettaglio alla natura febbrile del personaggio. Lo so che sembra un piccolo dettaglio, ma è stato qualcosa che ha aiutato davvero. Avevo anche una borsa a tracolla che abbiamo incorporato nel film. All’inizio si vedeva con Ramanujan solo nelle scene di Londra, ma poi abbiamo deciso che lui l’aveva portata con sé dall’India, quindi non mi sentivo a posto a meno che non avessi la borsa con me. Anche se non si vedono, dentro ci sono tre blocchi, i blocchi dove lui scriveva sempre e averli con me ha aiutato. Non avevo mai lavorato prima d’ora nell’India del sud, ma mi piace sempre andare in India e girare lì. L’energia della troupe è straordinaria: è un caos assoluto, ma in quel caos noti tutti questi visi sorridenti, di gente che è così felice di lavorare sul set di un film. È un’energia caotica ma fantastica, di cui mi sono davvero nutrito. Il sud è bellissimo. Abbiamo girato in alcuni luoghi incantevoli a Chennai, poi siamo andati a Pondicherry, questa colonia francese che mi ha sbalordito: è stato davvero spettacolare. Abbiamo girato in un tempio, un bellissimo e vecchio tempio, dove la troupe doveva essere molto rispettosa e levarsi le scarpe prima di entrare. I templi erano un elemento chiave del personaggio di Ramanujan; si sedeva dentro il tempio e si metteva a scrivere sul pavimento con un gesso. Stava lì a improvvisare formule matematiche ed è proprio in questi momenti che sono emersi i suoi lavori più geniali. Quando è partito per l’Inghilterra, sua moglie andava al tempio per essere più vicina a lui e vedere il suo lavoro dappertutto. Per arrivare poi a una bellissima scena del film dove loro s’incontrano nuovamente dopo tanto tempo”. Sulla collaborazione con la costumista e la scenografa, Irons dice, “Quando si parla di costumi o di cosa debba indossare un personaggio, c’è una collaborazione a due vie tra il costumista e l’attore. L’attore deve sentire che gli abiti lo aiutano a entrare nel personaggio. Hardy era un uomo completamente ignaro del suo aspetto. Presumibilmente, quando soggiornava in un hotel, copriva tutti gli specchi; non gli piaceva guardarsi. Era un uomo piuttosto timido e divenne un rinomato eccentrico a Cambridge e a Oxford, perché faceva di testa sua e non pensava all’effetto che poteva avere sugli altri o al suo modo di apparire. Quindi, con Ann abbiamo parlato del fatto che avrebbe dovuto indossare dei completi resistenti e fatti di tessuti che tengono caldo. A quei tempi, i professori di Cambridge indossavano sempre un completo quando lavoravano. Con colletto e cravatta, quindi abbiamo cercato delle cravatte che potesse indossare e che venissero dal suo passato, come quelle del college di Winchester, che lui aveva frequentato. I costumi ti aiutano a entrare nel personaggio quando arrivi sul set per girare una scena. Gli elementi che definiscono un personaggio sono tanti e gli spazi personali, come uno studio, sono incredibilmente importanti, ti dicono moltissimo di una persona. Quando stai facendo un film, come attore sei solo una parte del processo di creazione del personaggio. Ti appoggi al gusto, alla conoscenza, all’esperienza e alle scelte di altre persone. Entro in una stanza e se è giusta sono davvero felice; con Luciana tutto era sempre azzeccato. La caratteristica di un buon scenografo è che lei, o lui, conoscano così bene i personaggi da sapere come debbano essere i loro spazi personali; così quando io mi ritrovo in ambienti così esatti come nelle creazioni di Luciana, è come se lei avesse creato per me uno strato aggiuntivo alla mia realtà”. Devika Bhise è stata scelta per interpretare il ruolo di Janaki, la moglie di Ramanujan. Grazie alla sua formazione in danza indiana classica, Bhise si è sentita molto a suo agio nel ruolo. “Ho fatto molte ricerche sulla cultura Bramina Tamil della casta Iyengar e ho anche potuto parlare con l’autore, Robert Kanigel, che aveva incontrato personalmente Janaki quando era in età avanzata”, ricorda Bhise. “Robert mi ha raccontato della vita di Janaki dopo la morte di Ramanujan e di come lei si fosse occupata di aiutare orfani e di sostenere l’educazione nei bambini, quindi mi sono immaginata una persona dal cuore gentile. Io e Matt abbiamo parlato molto di come mostrare l’intelligenza di Janaki, perché tecnicamente lei era analfabeta. Anche se non capiva la matematica, osservando Ramanujan che scriveva sui pavimenti dei templi con il gesso, ha capito istintivamente la sua passione e ha sostenuto la sua decisione di andare in Inghilterra. Siamo stati fortunati ad aver girato in alcune meravigliose location autentiche. Essendo Bramina, Janaki era profondamente religiosa e passava molto tempo nel tempio. Abbiamo girato in un tempio estremamente bello, subito fuori da Chennai; aveva un’energia incredibile, cosa che ha aiutato a dare vita al tutto. Abbiamo anche effettuato delle riprese in un minuscolo villaggio Bramino che è rimasto completamente intatto; camminarci attraverso è stato come andare indietro nel tempo. Il mio personaggio doveva indossare un sari tradizionale da nove iarde, che è molto difficile da drappeggiare e quindi spesso cadeva. Una delle nostre comparse del villaggio, una vecchia donna che non parlava né inglese, né hindi e usava moltissimo un linguaggio gestuale, mi portava in una stanza e mi sistemava il drappeggio del sari. Sono state tante le cose che ho dovuto imparare per ritrarre la vita quotidiana di Janaki e non ce l’avrei mai fatta senza l’aiuto della gente del posto”. Sulla collaborazione con Dev Patel, Devika dice, “Dev è un attore brillante e siamo anche coetanei, quindi tra tutti i viaggi per raggiungere le varie location e le lunghe ore di lavoro, è stato divertente avere affianco un compagno di giochi. Pur non avendo nessuna scena con Jeremy Irons, ho avuto la fortuna d’incontrarlo a Cambridge e lui è stato delizioso. Il consiglio che mi ha dato sulla recitazione è stato ‘sii grande, non cercare di stupire, ma sii grande’”. Il film si è avvalso delle risorse del produttore esecutivo indiano Swati Bhise, che ha aiutato con l’autenticità delle tradizioni indiane di quell’epoca. “L’India era sotto la dominazione britannica, ma Ramanujan avrebbe indossato abiti tradizionali della famiglia Bramina Tamil della casta Iyengar, perché sarebbe stato contro la sua religione indossare abiti occidentali o viaggiare oltreoceano. Avrebbe portato il tradizionale simbolo a forma di ‘U’ sulla fronte, che rappresenta i piedi di Vishnu”, dice Swati. “Per le donne, i sari in quel periodo erano di seta brillante, rossa, gialla o verde scuro, per mostrare amore e vita. In quella regione, i sari erano fatti di nove iarde di stoffa e venivano drappeggiati intorno alle gambe come dei pantaloni. Erano di seta, ma piuttosto semplici, senza troppi fili d’oro. Le donne indossavano orecchini, braccialetti, cavigliere, anelli per l’alluce e un Tali intorno al collo che veniva messo dal marito nel momento del matrimonio e non veniva più rimosso se non in caso di morte del marito”. Per rappresentare il discorso matematico del film, Brown si è affidato a un altro consulente speciale: Ken Ono, Asa Griggs Candler Professor di Mathematica alla Emory University di Atlanta, in Georgia e studioso di Ramanujan. Ono ha un legame personale con Ramanujan. Quando era giovane, il padre di Ono, matematico anche lui, ricevette una busta sottile di carta di riso, piena di timbri indiani. La lettera dentro la busta era di Janaki, moglie e vedova ottantacinquenne di Ramanujan, che ringraziava il padre di Ono per la sua partecipazione alla comunità mondiale di matematici che avevano inviato i soldi per finanziare la costruzione di una statua nella città natale di Ramanujan.
Ono ha aiutato con gli oggetti di scena, dando consigli su quali enormi volumi di matematica fosse meglio riprodurre e assicurandosi che tutto fosse autentico e corretto. Della sua collaborazione con Ono, Brown dice: “Il dipartimento che si occupa degli oggetti di scena era molto forte e preparato, ma Ken ha aiutato a sistemare un paio di cose. Ha anche studiato il copione per assicurarsi che tutto ciò che veniva detto fosse perfettamente giusto. Ha poi aiutato gli attori a comprendere la base di ciò che c’era dietro alle argomentazioni trattate, perché si tratta della più oscura, densa e complicata matematica esistente. Anche io ho avuto delle domande importanti per Ken, perchè volevo che la gente potesse entrare nella testa di Ramanujan; era molto importante che le persone capissero come lui vedeva il mondo”. Nel descrivere il lavoro di Ramanujan, Ono dice, “Il mistero dietro Ramanujan, la sua matematica in quell’epoca e l’eredità di cui ancora oggi godiamo, tutto questo è francamente sconcertante. Allora ci si chiedeva come avesse fatto Ramanujan ad avere queste idee e ci facciamo la stessa domanda anche oggi. Posso offrire molteplici risposte, ma la verità è che non lo sappiamo. Forse quello che è più importante è che stiamo ancora scoprendo nuove applicazioni nel campo della matematica e della scienza in generale, che erano impensabili dieci anni fa; la leggenda di Ramanujan è misteriosa a tutti i livelli. Non sappiamo come sia arrivato ai suoi risultati e stiamo scoprendo che si è immaginato espressioni e formule che sarebbero diventate fondamentali in aree che ancora non avevano cominciato a esistere nell’epoca in cui lui è vissuto. È una storia incredibile”. La collaborazione Hardy/Ramanujan è davvero notevole. Prima di tutto c’era una barriera linguistica e molte barriere culturali e poi tutto è accaduto durante la Prima Guerra Mondiale. In termini più specifici di lavoro, uno degli ostacoli più grandi che hanno dovuto affrontare è stato che Ramanujan, come matematico senza formazione, scriveva le sue scoperte su pezzi di carta e pensava che questo sarebbe stato sufficiente. Da matematico occidentale con formazione tradizionale, Hardy riteneva che le scoperte andassero preparate per essere pubblicate su libri e riviste e per fare questo in maniera corretta, bisogna dare giustificazione e offrire prove per le proprie asserzioni. Ramanujan non era abituato a produrre prove, quindi uno dei compiti più difficili di Hardy nel corso del tutoring di Ramanujan, fu quello di convincerlo che perché il suo lavoro venisse accettato dalla comunità matematica globale, doveva conformarsi alle procedure e imparare a mettere insieme e a scrivere prove coerenti. Ramanujan teneva dei quaderni di appunti, i suoi diari matematici se così possiamo dire, che sono disponibili anche oggi e i matematici stanno ancora provano a capirne i contenuti. Ramanujan pubblicò anche oltre trenta saggi, che sono apparsi in riviste che sono disponibili anche oggi on line o nelle biblioteche universitarie. Matematici professionisti hanno rivisto i quaderni di Ramanujan, aggiungendo commenti e note sui singoli capitoli, cosa piuttosto inusuale, perché solitamente le pubblicazioni matematiche appaiono solamente in forma di pubblicazioni referenziate e di ricerche monografiche. Ramanujan è uno dei pochi matematici il cui lavoro è così importante che riproduzioni o scansioni delle sue note originali sono stare rese ampiamente disponibili sia on line che su carta stampata. Nel film, Hardy porta
Ramanujan alla Wren Library e gli mostra “Principia Mathematica” di Newton.

Quello che segue è un estratto della sceneggiatura:

INTERNO DELLA WREN LIBRARY

Ramanujan cammina al fianco di Hardy nella biblioteca. Lui sta parlando con un fervore che Ramanujan non aveva ancora mai visto.

HARDY

Ci sono tanti grandi onori nella vita. Per noi, essere un professore ricercatore è uno di quelli. Ma nella mia modesta opinione, il più grande sarebbe quello di lasciare un’eredità alla Wren, una volta che non ci saremo più. In questa biblioteca ci sono le Lettere di San Paolo, i poemi di Milton, la bibbia di Morgan e, secondo la mia valutazione di uomo di matematica, Principia Mathematica di Newton.

Il “Quaderno Dimenticato” di Ramanujan è alla Wren Library, e i tre quaderni di appunti originali sono nella biblioteca dell’Università di Madras. Oggi, matematici e fisici stanno studiando la teoria delle stringhe e stanno usando questo linguaggio – il metodo di Ramanujan e Hardy – per calcolare quantità relative ai buchi neri; nessuno aveva mai parlato di buchi neri all’epoca di Ramanujan. Le sue idee ispirano anche delle aree della matematica utilizzate nella sicurezza informatica. Ramanujan è stato un dono per la matematica, le sue formule si sono rivelate essere dei suggerimenti per i matematici del futuro. Era certamente un matematico eccezionale e il suo nome appartiene alla lista dei Grandi Uomini di tutti i tempi.” title=”L’uomo che vide l’infinito: note di produzione”]

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