Skiptrace – Missione Hong Kong: recensione in anteprima

Un detective cinese ed un mascalzone americano chiamati a sabotare i piani di un’imponente organizzazione criminale. Buddy movie orientaleggiante, Skiptrace è interessante come esperimento, più modesto in quanto commedia d’azione

Benny Chan (Jackie Chan) è un detective di Hong Kong a cui nessuno vuole credere: sono anni che cerca di convincere i suoi superiori, oltre che l’opinione pubblica, circa la colpevolezza di Victor Wong, magnate cinese che tutti considerano un filantropo mentre Chan è sicuro del fatto che le sue attività fungano da copertura ad una rete criminale di altissimo livello. Dall’altra parte c’è Connor Watts (Johnny Knoxville), un giocatore d’azzardo americano che, suo malgrado, resta invischiato in un regolamento di conti che coinvolge proprio Wong. Le strade dei due s’incrociano, nonostante la reciproca riluttanza; ma è solo l’inizio del loro viaggio.

Produzione cinese, Skiptrace – Missione Hong Kong rappresenta il tentativo di portare in Asia il fortunato format con cui Jackie Chan si è messo in mostra dall’altra parte del mondo, ovvero l’action comedy. Muscolare, come sempre accade con quest’atleta prestato al cinema, che ancora una volta cura le coreografie degli scontri. Eppure, vuoi per l’età, vuoi per altro, lo spettacolo è meno fluido e coinvolgente rispetto ad altre occasioni. L’innesto di Knoxville non è casuale, quasi a voler compensare un Chan per forza di cose più ridimensionato (ha sessant’anni e malgrado tutto s’industria in scene che nemmeno stuntman più giovani), ma si tratta di due tipi diversi di comicità, la cui commistione non convince a pieno.

Nondimeno, l’esperimento è interessante. Entrambi hanno alle spalle esperienze da stuntman diametralmente opposte: da un lato l’armoniosa e precisa tradizione di Jackie Chan, che organizza le sue scene come fossero delle danze, dall’altra quella più caotica ed improvvisata di Knoxville, basata più sul nonsense. Inutile dire che è l’attore cinese a dirigere, sebbene, come già evidenziato, Skiptrace non costituisca una delle prove migliori di Chan. In realtà il film diretto da Renny Harlin si risolve in un lungo spot per la Cina, per i suoi luoghi suggestivi, le sue tradizioni, il tutto filtrato attraverso la sensibilità occidentale, in particolar modo hollywoodiana.

Per metà road movie, il film è pieno di panoramiche in location accattivanti come la provincia dello Guangxi o quella di Guizhou, passando da Hong Kong, Macau e Mongolia. Ad avviso di chi scrive è questa vocazione che dovrebbe far riflettere, questo desiderio così forte di proporre un paese con un’identità specifica attraverso però un’operazione che risente molto di un’influenza straniera. Come in altri casi recenti, vedasi Dragon Blade, emerge sempre più nitidamente l’ambizione di produttori e finanziatori cinesi cresciuti a pane e film mainstream americani di voler dire la loro replicando un fenomeno anziché offrirne delle varianti (come a dire… «guardate che oggi abbiamo i mezzi per fare anche noi certe cose e farle esattamente a quel mondo»).

Ma la storia, per quanto recente, già offre le sue lezioni in tal senso, come quella impartitaci dall’intricata, triste vicenda di Empires of the Deep, rumoroso fallimento del miliardario Jon Jiang. È chiaro che qui siamo su un altro livello, se non altro perché il film è stato portato a termine. Ma fornisce spunti notevoli l’esempio cinese, ad oggi probabilmente e paradossalmente il Paese più capitalistico al mondo, così attratto da un certo tipo di cinema legato a doppio filo ad un’industria, quella di Hollywood, che a conti fatti manca in Asia.

Sembra che ci si sia allontanati dal merito di questo scritto, ma non è così. Skiptrace è un altro tassello di questo fenomeno, che va soppesato anche in relazione alla domanda verso questo tipo di produzioni, che è forte, da parte del pubblico locale. Un po’ come se Hollywood, timidamente e senza alcuna convinzione, stesse cercando di delocalizzar(si) a propria volta, come in quei film di fantascienza in cui l’anziano scienziato e/o miliardario si servono di un corpo più giovane e in salute pur di allungare la propria esistenza. Vaneggiamenti? Forse, ma il cinema dell’industria dorata sta senz’altro sperimentando un periodo di transizione, come altri ce ne sono stati in passato, solo che ad essere del tutto inedite sono le condizioni.

Skiptrace non ha alcunché da dirci se non in questo senso. È un film che si rifà a schemi risalenti a certi action anni ’80, riesuma i russi vecchio stile, quelli del tipo «ti spiezzo in due», che fa tanto Guerra Fredda. Rinsaldando così, per vie traverse, i rapporti tra due paesi che a livello politico funzionano in maniera leggermente diversa, seppure ci venga ripetuto da anni che i loro destini sono legati dal filo economico; mi riferisco evidentemente ad USA e Cina. La trama è perciò un pretesto, mero dispositivo per collezionare riferimenti e scene d’azione dal potenziale purtroppo limitato, in cui i russi sono degli zoticoni degeneri, gli americani dei simpatici furbacchioni ed i cinesi gli unici seri, buoni o cattivi che siano.

Opera per accademici insomma, a dispetto di quanto la confezione induca a credere. È innegabile che l’orizzonte attualmente sia esclusivamente quello della sala, specie in relazione al pubblico di cui sopra, quello asiatico, che tende a privilegiare certe operazioni al botteghino (i soli, probabilmente, a trovare interessante che Knoxville sia il primo straniero che Fan Bingbing abbia mai baciato); un giorno però potrebbe avere più senso parlarne nei termini che ho accennato, quelli che riguardano un processo in divenire e che Dio solo sa come si sostanzierà nei prossimi anni. Per il momento è meglio guardare a Skiptrace come a un tentativo, una commedia moderatamente divertente, ricca di scorci naturalistici notevoli, e con meno scene action significative rispetto a quanto fosse lecito sperare.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”5″ layout=”left”]
[rating title=”Voto di Federico” value=”6″ layout=”left”]

Skiptrace – Missione Hong Kong (Skiptrace, Cina, 2015) di Renny Harlin. Con Seann William Scott, Jackie Chan, Fan Bingbing, Johnny Knoxville, Bingbing Fan, Eric Tsang, Eve Torres, Winston Chao, Lanxin Zhang e Michael Wong. Nelle nostre sale da giovedì 28 luglio.

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