Dopo Venezia, riparte l’interesse per capire la situazione del nostro cinema, ricominciare da Fellini?

Nessun premio ai tre film in concorso (“Piuma”, “Questi giorni”, Spira Mirabilis”), un premio in Orizzonti per “Liberami”), vitalità e ambizioni di Paolo Sorrentino in “Young Pope)… Sorrentino che riprende la lezione di Fellini come in “La grande bellezza”

Una certa sofferenza mi ha procurato, in questi giorni, la ridda di reazioni sulla riuscita o meno della Mostra, che non mi è dispiaciuta nel complesso. Ma i problemi ci sono; e la ripresa, ennesima, delle chiacchiere, sulla vitalità o decadenza del nostro cinema; la obsoleta parola crisi nessuno più la pronuncia.

Mi sono detto, e se provassimo a ripensare in termini meno soggiogati dalle vecchie abitudini a questo nostro cinema che è migliore in ogni senso rispetto, ripeto, alla chiacchiere di sempre. Mentre mi sto dedicando a un libro su Ettore Scola e la commedia italiana, ho pensato di fornire qualche spunto che viene da un altro nostro autore, Federico Fellini, la sola e vera boa intorno alla quale si arrovellano i commentatori al minuto e quelli delle boutique del gusto e della critica. Questo spunto viene da Fellini & Fellini. L’inquilino di Cinecittà, un mio libro per Lindau; ed è rafforzato dalla visione del film “Young Pope”, ricavato con le due prime puntate per Sky. Un bel lavoro. In cui fermenta la capacità del regista Sorrentino di guardare a Roma con intelligenza e grande stile; la Capitale più croce che delizia,in ogni seno. Fellini è la grande ombra- si pensi alla sfilata di moda in Vaticano, uno dei pezzi più convincenti di “Roma”- di un nodo storico che riguarda il cinema ma soprattutto il Paese.

Fellini ha dato tutto se stesso al cinema italiano e a tutto il cinema; come hanno sempre fatto i grandi ma anche i piccoli maestri della pellicola, fin dai tempi del muto. Che vuol dire, per quanto riguarda Federico, come il pubblico si è abituato a chiamarlo, confidenzialmente. Ecco il punto.

La qualità felliniana sta nella confidenza, ossia di cercare se stesso attraverso i film e congiungersi con le gioie (poche) e le afflizioni (tante) degli italiani; con un’avvertenza di scelta di fondo, questa confidenza si è estesa al mondo degli spettatori- grazie agli Oscar, cinque, quattro ai film e uno alla carriera- sul piano delle riflessioni sui concreti vissuti. Ossia, le mediocrità e i sogni dei provinciali (Rimini cittadina universale) ad esempio “I vitelloni”; la bramosia dei brividi della contemporaneità, fra glamour e scandali, nella “Dolce vita”; infine, il sogno dei sogni, “Amarcord”, guardarsi negli specchi del ricordo, compiacersi, divertirsi, detestarsi e chiedere con felicità la sofferenza esistere.

Nel libro “Fellini & Fellini. L’inquilino di Cinecittà” cerco di delineare le due cittadinanze felliniane: quella passiva, decretata al cinema ci spinge nella totalità esistenziale, ma si tratta di spiccioli; quella attiva, ovvero la caccia alle storie, agli ambienti, ai temi e personaggi delle generazioni tra la prima guerra mondiale e l’approdo agli anni 90, in cui Federico morì, in cui finita la pace, finita la scoperta dell’eros gaudente, cominciava l’afflizione delle cronache contemporanee (le macerie e i corpi dei bombardamenti, terremoti amplificati dalla disumana insensatezza), lo smarrimento che si manifesta nella confusione filmica tra l’epica bellica e conflittuale dei kolossal, non solo americani, e l’epica dei migranti, barconi, corpi perduti nei mari e nei campi dei nuovi schiavi delle campagne non solo italiani.

Bisogna dire che Fellini non è mai stato studiato, e approfondito in questo senso; è stato inteso come un birbante geniale, e lo è, un regista che vive in un cinema per metà vincolato al sentimentalismo abile, furbo, accattivante tipico nel nostro Paese, dominato dai media; e per l’altra metà alla voglia celestiale di guardare tra le nuvole, cadendo nel vuoto degli slogan ideologici, politici, vacui innamoramenti delle idee di rivoluzione anticapitalista oggi impossibili in Occidente, abbracciando la generica misericordia la causa degli arrivi, senza sapere come gestirli, tra reazioni violente (i muri e non solo dei respingimenti).

Il pubblico occidentale, Europa e America, ama Fellini genericamente, come il poeta di una terra che è stata scoperta da Goethe e altri, ai tempi del grand tour, come un eden, un paradiso perduto, pet la bellezza dei paesaggi, dell’arte e delle persone anche le più umili, nelle città e nelle campagne; il tutto nell’alone del cattolicesimo prodigioso nel perpetuare la grandezza dei papi della seconda parte del Novecento che stanno cercando di portare il mondo a Roma, mentre la Roma politica è sfigurata dal crimine e dalla trasandatezza, dall’insoddisfazione e dalla politica che balbetta. Fellini è stato scoperto all’estero dopo la seconda guerra mondiale (con le tracce del militarismo fascista, con la Liberazione degli Alleati e dei partigiani).

E’ accaduto questo soprattutto grazie agli americani che si sono presentati come i principali liberatori, grazie anche al fatto che nelle truppe in Italia era forte la presenza degli italo-americani.Mentre gli aerei distruggevano parti di paesi e di città, costoro scoprivano le terre dei padri ormai inclusi nella società americani. Su queste premesse belliche e post belliche nacque a Roma la Hollywood sul Tevere, con “sbarchi” a Via Veneto, la strada della “Dolce vita” felliniana, dei grandi divi americani, da Gregory Peck a Liz Taylor.

Intanto, Fellini inteneriva l’Accademia degli Oscar con “La strada”, nei primi anni 50: poesia di guitti, dolori, pene, speranze sognate, tutto quanto negli occhi di Gelsomina (Giulietta Masina, ,moglie di Fellini) e di Zampanò (possente Antnony Quinn, “padrone” della tenera e innocente Gelsomina. Lo stile, i sensi, l’intelligenza di Fellini fu attiva e profonda. Dopo la “Dolce vita”, rendendosi conto che la capitale con il nuovo humus affaristico-politico, il regista con “Otto e mezzo” dimostrò di voler prendere le distanza dai film precedenti ma era ormai diventato il riconosciuto maestro di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e gli attori anch’essi italoamericani (Bob De Niro). Federico cominciò a voltarsi e a cercare nei ricordi, ad esempio con i bellissimi “Amarcord” e “Roma” negli anni 70, la “sua” Italia viveva nel passato e in essa, deluso, incapace di immaginare un futuro. Il suo filo creativo cuciva il suo strepitoso costume di geniale clown.

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Nella foto di inizio post: Federico Fellini con Giulietta Masina e Magali Noel al festival di Cannes 1974 (Getty Images)

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