La verità sta in cielo: recensione in anteprima del film sul Caso Orlandi

Accurata ricostruzione sul caso Orlandi, La verità sta in cielo crede molto nella sua storia ma quasi per niente alla forza con cui il cinema è potenzialmente capace di veicolarla

Era il 22 giugno del 1983 quando la quindicenne Emanuela Orlandi sparisce. Figlia di di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, ad oggi non sono ancora state chiarite le cause oltre che le modalità di quella sparizione; in altre parole si conosce pressoché nulla. È tutta una sfilza di presunti collegamenti, presunti rapitori, presunti mandanti, di questo o quell’altro personaggio della malavita, a sua volta immancabilmente etero-diretto. La verità, l’unica che possiamo raccontare, è che quest’anno l’inchiesta è stata definitivamente archiviata dalla Cassazione, che aveva già respinto l’ottobre scorso le prime opposizioni all’archiviazione da parte della famiglia Orlandi.

Roberto Faenza ripercorre delle piste possibili, cercando di fare un film-inchiesta su questa triste pagina della nostra storia. Viene da pensare a La macchinazione di David Grieco, film uscito nelle nostre sale a marzo, sulla morte di Pier Paolo Pasolini; un double bill atroce, seppur efficace nel dare contezza della portata di entrambi progetti, specie in relazione al risultato finale. La verità sta in cielo, mosso senz’altro da intenti nobili e condivisibili, fatica vistosamente a tenere fede alle proprie ambizioni. Opera oltremodo modesta, viziata da una pressoché totale mancanza di un’idea che la renda credibile in questo formato.

Il film segue tre piani temporali: i giorni successivi alla scomparsa di Emanuela, la serie d’interviste raccolte all’incirca vent’anni dopo da una giornalista (Valentina Lodovini) ed il ritorno sul caso da parte di un’altra giornalista italiana (Maya Sansa), inviata da un quotidiano londinese per via dei recenti sviluppi di Mafia Capitale. Delle premesse corroboranti, che ci introducono nel contesto di una storia che non solo vale la pena raccontare ma che soprattutto attira come poche. Una storia su cui Faenza però non ha alcun controllo, non soltanto per via dei continui ma piatti salti tra un’epoca e l’altra, ma soprattutto perché, sorprendentemente, il giallo non appassiona per nulla.

Di primo acchito si potrebbe imputare alla mancata risoluzione del caso la confusione e le falle di una narrazione che accumula nomi, situazioni, piccoli e grandi episodi senza filtro. Ma non sta scritto da nessuna parte che una storia del genere la si debba seguire solo ed esclusivamente in funzione della scoperta del solito assassino, prova ne è il fatto che la collezione di aneddoti e fatti non coinvolgono per nulla, colpa di una messa in scena che praticamente non si avverte. Quasi come se Faenza stesse girando il documentario del film che avrebbe voluto fare, La verità sta in cielo si risolve in una raccolta di sequenze che in molti casi non funzionano nemmeno prese a sé stante, figurarsi nel loro insieme di ricostruzione a posteriori.

Lascia interdetti questa palese inadeguatezza nel rievocare pagine importanti, e tutto sommato recenti, del nostro Paese, ed è inutile girarci attorno o tacciare di esterofilia chi altrove scorge ben altra abilità nell’approcciarsi a contesti analoghi. Non solo gli USA, ma tutta una serie di altri Paesi, di certo non in prima linea quanto al fiorire delle rispettive industrie cinematografiche, segnalano una capacità nel confrontarsi anche con le questioni più scottanti che qui da noi latita oramai clamorosamente. I due film sopra citati condensano tutti i limiti di questo filone, lo scoraggiante «vorrei ma non posso» di un Paese che forse crede nelle storie che di volta in volta recupera, mentre ha smesso sicuramente di credere nella forza che ha il cinema nel veicolarle. E per definire tutto ciò inaccettabile non c’è bisogno di scomodare maestri come Francesco Rosi: non quando, di recente ed entro i confini nazionali, film come Suburra e Anime nere escono comunque (altri generi, certo, ma che pur sempre alla cronaca restano ancorati).

Tocca prenderne atto, capire cosa c’è che non va e ripartire. La cronaca al cinema non basta, ma neanche alla lontana, e film come questi sono espressione piena di tale equivoco, che confonde la realtà col realismo consegnando scene al livello del peggiore degli sceneggiati televisivi. Si guardi, tra gli altri, all’intervista che la giornalista interpretata dalla Sansa fa al fratello della Orlandi: finta all’inverosimile, malgrado il maldestro tentativo di fondere realtà e finzione. Ciò che preoccupa maggiormente è che non ci si renda conto che scene come queste, di cui La verità sta in cielo è piena, distraggano, smontino tutto, facendo cadere quel velo di verosimiglianza che è presupposto fondamentale per riuscire ad “entrare” nella vicenda.

È quasi superfluo scomodare scelte discutibili come il filtro verde di cui la fotografia si serve per le parti che si svolgono nell’83; o quantomeno sarebbe fuorviante. I problemi concreti stanno nei dialoghi raffazzonati, nella difficoltà di raccontare una storia che forse non si ha avuto modo di conoscere come si deve, conoscenza non dei fatti ma di quanto attiene al processo di trasposizione di questi fatti. Film impegnati che non denotano alcun impegno, troppo ripiegati non tanto sui loro soggetti quanto sulla comprensibile indignazione che provocano e sul desiderio pressante di raccontarli in quest’ottica. Manifestando peraltro la mancata consapevolezza circa il proprio limite fondante: confondere la denuncia con l’indagine, muovendosi in maniera estremamente incerta tanto nel primo quanto nel secondo campo.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”2″ layout=”left”]

La verità sta in cielo (Italia, 2016) di Roberto Faenza. Con Riccardo Scamarcio, Maya Sansa, Greta Scarano, Valentina Lodovini, Shel Shapiro, Tommaso Lazotti, Luciano Roffi, Anthony Souter, Elettra Orlandi, Alessandro Bertolucci, Giacomo Gonnella, Alberto Cracco, Paul Randall e Pino Torcasio. Nelle nostre sale da giovedì 6 ottobre.

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