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The Birth of a Nation: recensione in anteprima del film vincitore del Sundance 2016

The Birth of a Nation, vincitore del Sundance 2016, racconta la storia vera di Nat Turner, predicatore nero che guidò una rivolta di schiavi nella Virginia del 1831. Peccato che Nate Parker abbia una mano pesantissima, non abbia senso del racconto e sia assai innamorato della violenza. Sommerso di polemiche in patria per le vicende personali del regista: ma il film parla da sé.

pubblicato 12 Ottobre 2016 aggiornato 30 Luglio 2020 05:00

Bella idea, quella di riappropriarsi del titolo di The Birth of a Nation, lo stesso del controverso film di Griffith: mi sembra anche l’aspetto più interessante a conti fatti del film. E invece, ovviamente, ci si è voluti soffermare sulla vicenda personale di Nate Parker, sulle accuse, sulle confessioni e sul tran tran di scuse. Una questione che andava affrontata, va bene, ma che alla fin fine ha finito per offuscare il film stesso, con le sue qualità o meno.

Almeno negli States, sono in pochi quelli che sono davvero interessati a ciò che The Birth of a Nation dice e fa. Ci si divide in due fazioni: chi giudica nonostante tutto il film un’opera prima riuscita e addirittura ‘viscerale’ (l’aggettivo che si legge più spesso nelle recensioni), e chi non lo andrà a a vedere per partito preso. E poi ci sono quelli che ‘ah ma non era periodo di #OscarsSoWhite?’ e quelli che ‘è una follia che sia stato acquistato per 17,5 milioni’.

Certamente il team del film voleva ripercorrere una strada simile a quella di 12 Anni Schiavo, rifiutando 20 milioni di dollari da Netflix – per una day and date release nei cinema e nella loro piattaforma – in favore della tradizionale distribuzione cinematografica offerta dalla Fox Seachlight. Non si aspettavano però tutto il polverone mediatico che si sarebbe alzato pochi mesi dopo, e che non ha davvero aiutato né il film (è un sonoro flop) e né la corsa agli Oscar (per ora le sue quote stanno diminuendo ovunque).

Ambientato nel Sud prebellico, il film segue Nat Turner (interpretato dallo stesso Nate Parker), uno schiavo letterato e predicatore, il cui proprietario, Samuel Turner (un barbuto e imbruttito Armie Hammer), accetta l’offerta di usare la predicazione di Nat per sottomettere schiavi indisciplinati. Dopo essere stato testimone di innumerevoli atrocità, contro sé stesso e i suoi compagni di schiavitù, Nat orchestra una rivolta nella speranza di condurre il suo popolo verso la libertà.

Non parte neanche male, The Birth of a Nation. Parker usa tutti i suoi mezzi produttivi a disposizione per ricreare ambientazioni e atmosfera dell’epoca in maniera piuttosto certosina. Funziona a suo modo anche il preambolo in cui Nat e Samuel sono bambini: sembra quasi che il film si apra come un gran romanzone popolare da seguire e bere tutto d’un fiato. I fatti narrati poi sono ampiamente romanzati e spesso inventati, ma non c’è nulla di scandaloso in questo. Peccato che il film prenda per davvero una piega assai discutibile.

Da quando indugia sul cadavere di un uomo nero per terra con il cranio aperto e il cervello di fuori, si inizia a intuire la direzione in cui Parker sta andando. Certo, se un regista nero si riappropria del titolo e di tutto ciò che sta attorno al film di Griffith non lo farà certo con un guanto. In questo chi ha gradito il film ha anche ragione, per carità. Però che film disgustoso che diventa, The Birth of a Nation.

Senza senso del ritmo e del racconto (la moglie di Nat usata come puro elemento narrativo, non che gli altri personaggi siano davvero scritti…), Parker si lascia andare ad un personale showcase attoriale. Quasi sempre in ogni fotogramma, l’attore si lancia in monologhi lunghissimi che gli danno modo e spazio di versare pure qualche lacrimuccia. Peccato che sia una interpretazione pessima e forzata, giusto in linea con le qualità della pellicola, che ha pure alcuni errori di montaggio grossolani.

C’è anche una scena che fa staccare gli occhi dal ribrezzo e dall’orrore, quella dei due soldati incatenati con tanto di ‘museruola’, a cui uno che si rifiuta di mangiare vengono staccati i denti con un martello per potergli infilare in bocca un imbuto di ferro. Turner assiste e poi diventa protagonista di tutta una serie di orrori meticolosamente mostrati anche in dettaglio dal regista. Il film colpisce alla pancia, ma colpisce solo lì.

Vi diranno che è un film necessario e che finalmente mostra quanto gli orrori della schiavitù abbiano portato al punto di non ritorno di alcuni schiavi che hanno ripagato i loro torturatori con la stessa medaglia. Però l’ultima parte del film è uno dei disastri più epici che si siano visti su grande schermo di recente, quindi a che pro investire sforzi e ragionamenti in un film del genere?

Tra parodia di Braveheart e pochissimo talento coreografico (una qualsiasi battaglia o lotta di Game of Thrones è migliore di quella vista qui), il fim raggiunge vette di violenza mica male: a Parker piace tantissimo il sangue, e si vede. È un regista dalla manona pesantissima, e le ultime scene sono un abisso: peggio ancora infatti sono la farfalla sul corpo morto di un bimbo impiccato, mostrato interamente assieme a decine di altri corpi impiccati con tanto di delicatissimo carrello all’indietro, l’angelo, e quella lacrima che fa da filo conduttore verso la Guerra di Secessione. Il film affonda così direttamente nel ridicolo. Fatevi un favore e vedetevi Moonlight piuttosto.

[rating title=”Voto di Gabriele” value=”3″ layout=”left”]
[rating title=”Voto di Federico” value=”6.5″ layout=”left”]

The Birth of a Nation (USA 2016, storico / drammatico 117′) di Nate Parker; con Nate Parker, Armie Hammer, Gabrielle Union, Penelope Ann Miller, Aunjanue Ellis. Sconosciuta la data d’uscita italiana.

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