Widows - Eredità criminale, recensione: noir sociologico in linea con l'ultimo Steve McQueen

Come da premessa, la virata Steve McQueen non convince a pieno. Tanta carne sul fuoco per Widows, che non trova però una forma davvero compiuta nel suo seppur interessante esperimento

Quando la rapina di Harry Rawlins (Liam Neeson) finisce male, lui e la sua squadra ridotti a brandelli a seguito di un’esplosione, la patata bollente passa alle mogli. Harry doveva infatti due milioni a Jamal Manning (Brian Tyree Henry), boss locale in una Chicago corrotta fino al midollo: Manning con quei soldi deve finanziare la sua campagna per essere eletto rappresentante del 18° distretto, in corsa contro Jack Mulligan (Colin Farrell), la cui famiglia detiene storicamente il potere, sostanzialmente ereditandolo di elezione in elezione. Questo piano non tollera intoppi, ed allora Veronica (Viola Davis), moglie di Harry, si vede costretta a coinvolgere le altre tre vedove nel tentativo di racimolare la cifra entro un mese.

È fin troppo evidente la svolta di Steve McQueen da 12 anni schiavo in avanti, una virata mainstream che al primo giro gli ha fruttato un Oscar, forte anche di una tematica decisamente à la page, che si soffermava sulla schiavitù negli USA del secolo XIX. Anche in relazione alla seconda tappa di questo suo nuovo percorso le istanze affondano nell’attualità, raccontando una storia in cui a farla da padrone è la donna, senza accantonare del tutto nemmeno la questione razziale. Ed anche qui emergono i limiti d’approccio già riscontrati nel film precedente, un McQueen che tenta, va detto, non dico di ampliare, ché non sembra possibile, ma quantomeno proseguire coi discorsi messi in piedi già in Hunger e Shame: la sua ossessione per i corpi, il modo in cui cambiano a fronte di sollecitazioni sì esterne ma mosse da dentro, una sorta di processo psicosomatico che però si fa azione, non mera speculazione interiore.

A ‘sto giro ad alzare il coefficiente di difficoltà ci si mette un soggetto senz’altro molto ghiotto in un’epoca così impegnata come quella che stiamo attraversando, e che effettivamente pare avere le carte in regola per poter essere filtrata mediante i codici del genere. Widows è un po’ noir, un po’ thriller urbano, un po' thriller, un po’ action, eppure non è totalmente nessuna di queste cose. Un oggetto a sé stante, o per meglio dire, che cerca di distanziarsi quanto basta per conseguire quella specificità che purtroppo, al contrario di quanto s’industria a fare, non raggiunge a pieno.

Se il tocco del regista britannico non si cogliesse, beh, ci si potrebbe limitare ad evidenziare che quest’ultimo abbia perso lo smalto, che cambiando territorio si sia smarrito. Al contrario, McQueen continua ad esserci, sebbene sia frustrante apprendere come in più di un’occasione, sul punto di estrapolare da quella determinata scena il potenziale che è lì lì per emergere, il nostro sia quasi costretto a fermarsi un istante prima. Certi primi piani, certe inquadrature che indugiano quell’attimo in più che non di rado fa davvero la differenza, rappresentano qualcosa che rientrano nella poetica di questo regista, che però è come se si sabotasse da solo, costretto dalla natura di un prodotto che oltre una certa soglia proprio non può, non deve andare.

Facevo notare poc’anzi che il soggetto non aiuta. Infatti quella di Widows è una storia tendenzialmente banalotta, che ci è stata raccontata una miriade di volte; e fin qui va anche bene. Meno bene va dal momento in cui le idee per elevarla si riducano ad interventi per lo più di cosmesi, tipo il fatto che, appunto, McQueen gira come pochi e persino in un contesto a più ampio raggio riesce a muoversi in maniera credibile, pur con qualche inevitabile aggiustamento. Industriandosi nel superare i generi, elevandoli appunto, in realtà si finisce per piluccare qua e là senza però davvero mostrarsi incisivo come dovrebbe.

Il problema sta essenzialmente nel fatto che Widows è uno di quei film che, ancora prima di ciò che non funziona, non riesce a fare a meno di metterti sotto gli occhi tutto ciò che di buono potrebbe dare senza però arrivarci. I suoi discorsi, per dirne una, sono urgenti, è chiaro, ma non a queste condizioni; passino le ineludibili esasperazioni dovute appunto alla necessità di assecondare certi canoni, ma ad un certo punto questo restare in bilico si rivela quasi frustrante, molto più di quei film che, al contrario, non hanno alcunché da dire o offrire a priori. Un’incertezza che si percepisce costantemente, alla quale Widows, se proprio riesce a sottrarsi, ce la fa a tratti: troppo estemporanei e troppo scostanti per fare breccia.

Si pensi al taglio un po’ più spiritoso sul quale in alcuni momenti il film ripiega: di per sé quei passaggi non sono a tal punto sopra le righe da risultare del tutto fuori luogo, eppure si resta in qualche modo insoddisfatti, forse perché confusi da queste brevi parentesi che non trovano pressoché in nessun caso una vera armonia rispetto alla scena che le precede e quella che le segue. Ed è un peccato perché, non potendo andare in profondità più di così, certi accenti si fanno un pelo stonati, quanto basta non tanto per rovinare la pietanza ma per lasciarci una punta di amaro che dura un istante di troppo.

Ok, Widows non è uno di quei racconti su schermo da cui ci si può aspettare che si vada per il sottile, per cui i ruoli appaiono piuttosto netti, senza pressoché alcuna sfumatura, con l’aggiunta di un cinismo di fondo (specie nella chiusa) che evidentemente in questo periodo viene quasi naturale. E non che McQueen fosse di suo uno che ci andasse leggero, per carità, ma nei suoi due primi film certi estremismi erano gestiti con un’abilità non comune; sempre sul punto di esplodergli in faccia, il regista britannico riusciva quasi miracolosamente non solo a tenere a bada quella miscela instabile, ma a cavarci fuori delle verità che, fuori da quelle mura, non è riuscito più a catturare.

L’aspetto che, volendo, desta ulteriori perplessità sta peraltro in questo porsi lungo una via mediana, né del tutto mainstream ma nemmeno arthouse (cosa che in fondo non erano nemmeno sia Hunger che Shame). Tolta però una tenuta tutto sommato familiare, certi accorgimenti che McQueen adotta qua e là, come già detto senza necessariamente ottenere il risultato sperato, potrebbero finire per contrariare, o quantomeno “distrarre” un pubblico che invece cerca qualcosa di più digeribile, per così dire. E qui torna prepotente l’annosa questione che fa capo al pubblico, a chi insomma riceve certi prodotti: va educato a qualcosa di più inusuale proprio attraverso quei lidi che è solito bazzicare, oppure va in ogni caso tranquillizzato, evitando in ogni modo d’inquietarlo?

Un quesito che lascio più che volentieri a chi vorrà cimentarsi nella risposta. Dal canto nostro ci si limita a registrare un esito che è un pure un po’ espressione di questa dinamica qui, o per lo meno della sua mancata risoluzione. Se ne apprezzano perciò i presupposti, il desiderio di sperimentare un pochino; però ecco, appunto, è quel “pochino”, quel restare a metà strada che fa la differenza. E non poter nemmeno asserire anche con approssimativa certezza se Widows difetti per non avere osato abbastanza o per averci provato male è solo l’ultimo tra gli elementi che contribuiscono a fartelo recepire con quell’esitazione che alla fine ci lasciano più del dovuto interdetti, poco convinti.

Voto di Antonio 6

Voto di Federico 7

Widows - Eredità criminale (Widows, USA, 2018) di Steve McQueen. Con Liam Neeson, Colin Farrell, Viola Davis, Cynthia Erivo, Elizabeth Debicki, Michelle Rodriguez, Daniel Kaluuya, Robert Duvall, Garret Dillahunt, Jacki Weaver, Manuel Garcia-Rulfo, Jon Bernthal, Coburn Goss, Alejandro Verdin, Bailey Rhyse Walters e Carrie Coon. Nelle nostre sale da giovedì 15 novembre 2018.

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