Torino Film Festival: Lino, Once, Noise, Actrices

Penultimo giorno di Torino Film Festival: ultimi film in concorso, in attesa della giornata di domani e di sapere chi saranno i vincitori di questa edizione. Ma soprattutto in attesa de La promessa dell’assassino, ovvero Eastern Promises, il nuovo film di David “genio” Cronenberg. Iniziamo con Lino, che è un oggetto particolare: diretto dal navigatissimo

noise poster Penultimo giorno di Torino Film Festival: ultimi film in concorso, in attesa della giornata di domani e di sapere chi saranno i vincitori di questa edizione. Ma soprattutto in attesa de La promessa dell’assassino, ovvero Eastern Promises, il nuovo film di David “genio” Cronenberg.

Iniziamo con Lino, che è un oggetto particolare: diretto dal navigatissimo Jean-Louis Milesi, al suo terzo lungometraggio (ma alla spalle ha sceneggiature, opere teatrali, romanzi, e anche un telefilm), è nato dalla mente del suo autore come un esperimento. Girato nel suo appartamento con una semplice Mini-DV, vede come attore, oltre al regista stesso, anche suo figlio: Lino, appunto, che ha solo due anni. Ancora una storia di padri e figli, ma vista l’età di Lino soprattutto di un padre: che in realtà non è il vero genitore del bimbo, la cui mamma è morta da poco.

Partiamo da un dato oggettivo: Lino è irresistibile. Il bimbo, non il film. Che sembra basarsi troppo facilmente sulla dolcezza, sulla tenerezza e sulla simpatia che il bimbo regala al pubblico. Visto comunque che il film è girato in casa con -si presume- budget zero, l’operazione è comunque singolare e non priva di bei momenti. In più ha un’orecchiabile e bellissima canzone principale.

E passiamo all’ultimo film in concorso, ossia Noise. Con cui possiamo finalmente dire “ma che bello, finalmente un thriller originale!”. Già, perché il film dell’australiano Matthew Saville (esordiente nel campo del lungometraggio) se ne frega di dare spiegazioni, e cura invece la parte irrazionale dell’argomento: con comunque una storia chiara e più che seguibile alle spalle.

Tutto inizia con un terribile e multiplo omicidio su un treno; c’è solo una testimone, una ragazza sconvolta dall’accaduto che, assieme alla polizia, inizierà a cercare il killer. Divertente dalla prima all’ultima sequenza, il film mantiene l’interesse e la tensione sempre sul livello di guardia, con delle impennate notevoli. E’ un film misterioso, ben scritto e ben recitato, diretto con professionalità.

Ma, come si diceva prima, non bada troppo alle spiegazioni e non ha per fortuna l’urgenza di dover mettere tutte le carte in tavola: e il film si chiude in un punto che tanti altri registi non oserebbero neanche pensare come una conclusione. Così non solo evita pericolose ridicolaggini (nel thriller odierno uno dei problemi è quello di dichiarare moventi e incastrare tutti i pezzi, in un puzzle che inevitabilmente lascia scoperti i suoi buchi), ma lascia una sensazione imprevedibilmente buona nello spettatore.

Passiamo quindi ad un film presentato in anteprima: Once dell’irlandese John Carney. Che piacerà agli amanti dei musical -anche se per definizione Once non è un vero musical, non essendo ballato- e a chi ama storie d’amore non banali. Lui e lei non hanno nomi: il primo è stato lasciato dalla fidanzata e suona le proprie canzoni per la strada, la seconda è straniera e vende fiori per la città, ma il suo sogno è tornare a suonare il pianoforte come faceva tempo fa. S’incontrano, si conoscono, decidono d’incidere alcune canzoni assieme.

Il tema principale è quello dell’amore per la musica come punto d’unione di due personalità, che hanno una situazione sentimentale in bilico importante e quindi non osano troppo l’uno con l’altra. Strutturato per la maggior parte attraverso i testi e le musiche composte dai due stessi attori (i bravissimi e professionali Glen Hansard e Marketa Irglova), il regista riesce ad essere coinvolgente ed ironico, evitando il melenso (e non lo ringrazieremo mai abbastanza).

Se riuscite a passare sopra ad alcune “velocità” di sceneggiatura e se le storie d’amore per voi non devono essere per forza laccate (il film si vede che è a basso budget, anche dalla fotografia), allora vi divertirete e resterete contenti. Finale, in ogni caso, azzeccatissimo.
Fuori concorso troviamo poi Actrices (Attrici), secondo lungometraggio di Valeria Bruni Tedeschi. Il suo film sembra stare in un limbo tra sogno e realtà, un posto in cui tutto può succedere e qualsiasi libertà (di sceneggiatura) è concessa. E’ una riflessione non sul mestiere dell’attrice, ma più che altro sulle necessità della donna di dover affrontare alcune tappe della vita: soprattutto la maternità.

E’ un film che, nel suo, regala momenti d’ironia riusciti, è ben recitato e con dei dialoghi ben scritti, che non fanno mai bestemmiare. Spesso è anche un tripudio di sbalzi improvvisi, di voluto e ricercato non-sense, di follie. Ma nonostante la sincerità, perché il film avrà qualcosa di autobiografico probabilmente, la troppa follia provoca globalmente la monotonia, per non parlare di ripetitività. Si può parlare di discreta idea e di realizzazione incompiuta? Chissà: troverà comunque i suoi estimatori, sia tra pubblico che critica.

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