Andrea sconsiglia: Magnolia

Magnolia (Magnolia – Usa 1999) di Paul Thomas Anderson, con Jason Robards, Julianne Moore, Tom Cruise, Philip Baker Hall, John C. Reilly, Michael Bowen, Jeremy Blackman, Alfred Molina, Philip Seymour Hoffman, William H. Macy, Orlando Jones, Ezra Buzzington. Questa sera, mercoledì 13 febbraio, ore 23.30 su Rete4 E’ innegabile che “Magnolia” possa risultare affascinante. Anderson,

Magnolia (Magnolia – Usa 1999) di Paul Thomas Anderson, con Jason Robards, Julianne Moore, Tom Cruise, Philip Baker Hall, John C. Reilly, Michael Bowen, Jeremy Blackman, Alfred Molina, Philip Seymour Hoffman, William H. Macy, Orlando Jones, Ezra Buzzington.

Questa sera, mercoledì 13 febbraio, ore 23.30 su Rete4

E’ innegabile che “Magnolia” possa risultare affascinante. Anderson, alla sua terza regia, mostra in egual misura un mestiere eccezionale e parecchi, sospetti debiti, verso alcuni dei migliori registi americani appartenenti alle generazione che lo hanno preceduto: fra tutti Scorsese e, soprattutto, Altman. Si possono ammirare, nei suo film (e in “Magnolia sopra tutti) i complicati e fluidi movimenti di macchina, la capacità di gestire abilmente l’intreccio complesso di molte storie (anche se il gioco, dopo un po’, mostra la corda) e l’abilità con cui riesce a fare recitare ad altissimi livelli non solo riconosciute celebrità dell’arte recitativa, come Philip Seymour Hoffman, Julianne Moore e altri, ma anche attori mediocri, e spesso eccessivamente troppo celebrati, come Tom Cruise e Jason Robards, che interpretando il vecchio malato di cancro in “Magnolia”, il suo ultimo film, ha affrontato la prova più difficile di una carriera pur costellata di successi.

Se si riesce a superare l’ammirazione, molto cinefila, per queste sue rumorose qualità tecniche, e soffermandoci nello specifico su “Magnolia” (rispetto a cui il suo precedente film, il sopravvalutato “Boogie Nights – L’altra Hollywood”, sembra essere una sorta di prova generale) si rimane però stupiti dall’enorme successo che questo film ha ottenuto, e dall’approvazione, quasi unanime, di critici e spettatori.

In realtà, “Magnolia” ha tanti limiti quanti pregi, e non si è poi sicuri che la bilancia debba pendere solo da una parte. Innanzitutto sembra difficile, per gli appassionati e per i meno giovani, sottrarsi ad uno strano effetto di déjà vu. L’Altman di “America Oggi”, ma anche di altri molti film, entra prepotentemente nella memoria e negli occhi di chi si trova a guardare il film di Anderson. Consapevole di ciò, il regista introduce dei siparietti surreali (l’introduzione sul tema del caso, la pioggia di rane ecc.) che, oltre a disturbare per la loro troppo evidente necessità metaforica, non si amalgamano nella complessa struttura narrativa (struttura che non sempre il regista è capace di gestire senza generare forzature o incoerenze).

La volontà autoriale che, già poco discreta, potrebbe però continuare a celarsi dietro ad una regia spesso esageratamente e volutamente complicata (più che complessa), onanistica si sarebbe tentati di dire, sente la necessità di esprimersi in queste sottolineature le quali, però, lontante dal suscitare l’effetto voluto, si impongono come dei richiami: da una parte all’intelligenza, apparentemente esaltata ma in realtà svilita dalla semplicità della metafora, dello spettatore “colto”, dall’altra all’attenzione sopita del tipico spettatore di popcorn movie che, spiazzato, e senza troppi strumenti per interpretare questo improvviso scarto narrativo e stilistico, non può fare a meno di credere di sentirsi intelligente, probabilmente senza capire davvero perché. Meccanismo questo, supportato da un uso a volte imbarazzantemente ingenuo e ossessivo della colonna musicale.

“Magnolia”, per questi e altri motivi, sembra essere un colosso dai piedi di argilla. Tutto è in eccesso, ma la necessità di questo eccesso non sembra trovarsi nel tema del film (la volontà di mettere a nudo tutta una serie devianze sentimentali in una piccola cittadina, attraversata da una strada, “Magnolia”, che da il nome al film) ma piuttosto da una volontà di accumulo che, lontana da costituirsi in un crescendo, sembra essere stata progettata per riempire i minuti fino al fatidico “The End”. Quando poi non si sa che fare, quando i nodi dovrebbero venire al pettine, e ci si aspetterebbe una conclusione che giustifichi tutta la carne messa al fuoco, una bella pioggia di rane a riempire i vuoti cavi delle bocche stupefatte, e tutti a casa con molte sensazione e, forse, nessuna vera idea.

Per amor d’onesta bisogna dire che il film successivo del regista, “Ubriaco d’amore”, che riprende, in tono apparentemente minore, i temi affrontati dall’autore nei suoi precedenti film, è attualmente la sua opera più riuscita. Lo stile, tanto caciarone (si può perdonare questo termine) degli altri suoi film, che prima sembrava nutrirsi, un po’ narcisisticamente di se stesso, diventa improvvisamente discreto e meravigliosamente adeguato alla storia narrata.

Lo si aspetta al varco de “Il Petroliere”, suo ultimo film.

Attenzione però: c’è anche un altro parere, Davide Consiglia Magnolia.

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