Captain Marvel, recensione: piacevole digressione in vista di Endgame

Meno azione ma non meno divertimento per quello che è, a conti fatti, il film Marvel più politico dopo Black Panther. Captain Marvel risente forse di una certa "fretta" nell'introdurci il personaggio di Carol, già proiettato com'è al gran finale di Endgame

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Ed il passaggio di testimone arrivò. A Captain Marvel infatti, al di là dei meriti o demeriti su cui ci si sofferma a breve, si potrà probabilmente far risalire quel momento in cui l’industria dorata sancì un nuovo paradigma, secondo il ben noto meccanismo alla base della teoria dei trent’anni: addio anni ’80, benvenuti ’90. Un’introduzione, un saluto per quella nuova onda che, con ogni probabilità, ci accompagnerà per i prossimi anni. Questo per dire che, al di là di tutto, il ventunesimo film Marvel marca priori una svolta, per quanto piccola, che potrebbe persino trascendere logiche interne all’universo cinematico.

Carol (Brie Larson) si sveglia di soprassalto, braccata da queste immagini sconnesse rispetto a quella che sembra una vita precedente, di cui tuttavia non ha alcun ricordo. Membro di un’unità militare chiamata Starforce, lei che è una Kree d’adozione. Il suo mentore, Yon-Rogg (Jude Law), la sta preparando a qualcosa, e già nelle prime battute viene fatto riferimento a quello che è un po’ il leitmotiv del film, ossia il limite imposto al potere di Carol (e per traslato, come si dirà a breve, a quello della donna in generale), che da subito si comprende essere devastante. Captain Marvel è infatti un racconto delle origini un po’ particolare, la cui peculiarità informa lo sviluppo di questa storia.

Quando infatti conosciamo la protagonista il processo che l’ha portata ad acquisire il proprio potere, oltre che esserne consapevole, si è già consumato; la differenza è che lei non sa come, e noi con lei. Non si tratta perciò di prendere confidenza con una condizione “straordinaria”, dopo essersi soffermati, poco o molto, sull’ordinarietà del personaggio: Carol è già quello che dovrà essere dall’inizio, non in astratto, bensì in pratica proprio. Il percorso perciò, come in parte accennato sopra, ha a che vedere con il liberarsi dalle catene, obiettivo che passa dall’apprendere certi eventi del suo passato, di cui all’inizio è totalmente all’oscuro.

Va altresì detto che si tratta di un capitolo, questo, meno caciarone, meno improntato all’azione, a trucchi visivi mirabolanti, quantunque per forza di cose scene di questo tipo vi siano. È proprio un prologo, l’introduzione di un personaggio che, presumibilmente, avrà un ruolo significativo in Endgame, perciò andava in qualche modo presentato. Al tempo stesso, nondimeno, a Captain Marvel non poteva essere riservato lo spazio concesso ad altri personaggi, dunque in circa due ore vanno fornite le coordinate minime per capire chi sia e come s’inserisca nel progetto.

Il risultato è un film godibile, che per tono e tenuta mantiene uno stile in linea all’universo al quale appartiene, perciò la venatura comedy, con certi immancabili siparietti a smorzare la portata di argomenti ben meno leggeri – qui si parla addirittura di genocidio, tema a cui è legata una rilevante modifica rispetto al fumetto. Proprio questa traccia costituisce infatti l’elemento che, senza nemmeno approfondire più di tanto, colloca Captain Marvel in quell’attualità con la quale non si è potuto fare a meno di confrontarsi, espressione della resistenza che Hollywood continua a portare avanti rispetto a come viene percepito da quelle parti non solo e non tanto Trump, bensì l’onda trumpiana.

Da qui, peraltro, la declinazione al femminile: Captain Marvel è infatti un film popolato da donne, analogamente a quanto accaduto in Black Panther. A differenza di quest'ultimo, meno diretto, sebbene non manchino riferimenti e accenni piuttosto espliciti, siano essi i brani anni '90 che accompagnano certi passaggi o il fatto che Carol non sia l'unico "eroe" di questa storia, che vede altre donne in ruoli importanti. E si è voluto ancora una volta ridurre ulteriormente il margine, avvicinando, per così dire, il personaggio della bella e simpatica Brie Larson allo spettatore, umanizzandola ulteriormente rispetto alla controparte fumettistica, messaggio nel messaggio, specie in relazione a quella che forse è la sequenza più esplicitamente politica del film, quando le varie Carol, in momenti diversi della sua vita, si rialza da una caduta.

Come però accade spesso con i film Marvel, la facilità con cui riescono a sfornare un prodotto capace d’intrattenere come pochi in circolazione, l’abilità affabulatoria di certe sue componenti principe, finiscono con il coprire altre magagne. In Captain Marvel, per esempio, mentre si è presi dalle battute di Fury, twist e gattini, si potrebbe essere tentati di soprassedere su un racconto che in generale si limita a tenere desta l’attenzione, dando a tratti l’impressione di una sorta di riempitivo addirittura, quel dazio da pagare perché un progetto del genere le caselle le copre quasi tutte.

Non solo, quindi, l’esigenza narrativa di colmare un potenziale buco in vista dell’epilogo, senz’altro primaria, ma anche la possibilità di una protagonista femminile con un capitolo a lei interamente dedicato prima di chiudere questo lungo viaggio cominciato oltre dieci anni fa. Evidenziando i limiti di quest’imponente monolite che è l’Universo Cinematico Marvel, concepito per spingere certe componenti come nessun altro ha potuto fare, rivedendo perciò il concetto di intrattenimento nell’industria, grazie a quell’avanzamento tecnologico rispetto al quale, a torto o a ragione, è legato il successo dei venti film precedenti, se non addirittura la loro ragion d’essere. Captain Marvel, in tal senso, adotta una tonalità minore, anche se non pare essere questa l’unica ragione per cui lo sviluppo di questo protagonista non soddisfi a pieno; è difatti sin troppo evidente il suo essere proiettato già verso Endgame, quasi che ne costituisse in tutto e per tutto un'appendice che funge anche da prologo. Eppure, di nuovo, lo si segue dall’inizio alla fine.

Voto di Antonio 6

Captain Marvel (USA, 2019) di Anna Boden, Ryan Fleck. Con Brie Larson, Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Djimon Hounsou, Lee Pace, Lashana Lynch, Gemma Chan, Rune Temte, Algenis Perez Soto, Mckenna Grace, Annette Bening, Clark Gregg, Jude Law, Raul Torres, Colin Ford, Chuku Modu, Robert Kazinsky, Kenneth Mitchell, Pete Ploszek, Ana Ayora e Abigaille Ozrey. Nelle nostre sale da mercoledì 6 marzo 2019.

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