Star Wars: L’ascesa di Skywalker, recensione, l'epilogo più amaro

Episodio IX chiude una Trilogia che non è in nessun caso riuscita ad andare oltre la mera rievocazione, pur restando quintessenzialmente figlia del proprio tempo

C’è sempre un dentro e un fuori. Anche ne L’ascesa di Skywalker questo pattern non cambia: due battaglie, una che si combatte internamente, mentre l’altra si consuma all’esterno. «Ok, ma rispetto a cosa?», si dirà. Prendete Il ritorno dello Jedi, episodio al quale questo, il numero nove, manifesta a ogni piè sospinto di volersi ispirare a tal punto da ricalcarlo quasi: c’è il conflitto interiore dei protagonisti, che acquista forma nelle decisioni definitive che prendono; e c’è l’azione, la parte se vogliamo superficiale, quella che si combatte in interni e in esterni – sempre per restare ad Episodio VI, come quando Luke è alle prese con l’Imperatore, mentre da un’altra parte, “fuori” per l’appunto, la flotta ribelle distrugge la seconda Morte Nera.

Come detto, è tempo di chiudere un cerchio, ergo quello delle scelte irrevocabili, le stesse che plasmano un universo intero per gli anni a venire. J.J. Abrams ne è consapevole, così tanto da apparire paralizzato davanti alla voragine che gli si apre davanti; c’è da comprenderlo, ché qui si fa la Storia. Ma se ne Il risveglio della Forza questo eccesso di fedeltà alla fonte, per così dire, aveva un senso, anzi, per certi versi se ne sentiva quasi il bisogno, il maldestro tentativo di attualizzare una formula arcinota, parte di una mitologia ben precisa, ebbene, lascia interdetti. Non solo gli eventi, ma le chiavi di lettura evocate risentono in maniera verrebbe da dire oppressiva di un passato che questo Episodio subisce in maniera bestiale: tematiche sì universali, ma che qui vengono riproposte mediante un lavoro di maquillage minimo, rispetto al quale, ripeto, a questo punto non ci sono più attenuanti.

L’eroe (o eroina) alle prese col proprio destino, mentre si strugge nell’attesa di capire chi sia veramente, di chi può fidarsi e a chi può affidarsi; un villain che sfrutta a proprio vantaggio tale condizione, questo esser sospesi tra ciò che si è e ciò che si pensa di dover essere. Senonché il processo sembra limitarsi al mero ribaltamento, adattamento povero di schemi e soluzioni che appartengono a un’altra storia, elevata in maniera esplicita e inadeguata a mito fondativo, quale di fatto è. Una morale vichiana di corsi e ricorsi che viene qui svilita come se a trattarla fosse un liceale alle prese per la prima volta con alcune pagine di Filosofia, da cui l’approccio raffazzonato, quasi tenero nella sua ingenuità. Ingenuità a cui però qui non si può credere, dato che il risultato è palesemente cercato, strenuamente voluto.

La complementarietà sin qui espressa, nell’economia della narrazione, tra Rey e Kylo trova adesso compimento, mentre i due percorrono i rispettivi sentieri, destinati a congiungersi, epilogo preceduto da qualche colpo di scena la cui presa si rivela sorprendentemente modesta. In fondo questi due protagonisti incarnano la portata dell’intera operazione: anche se in ultima istanza sembrano essere loro a prendere certe decisioni, la verità è che non sono in grado, ecco perché, nei momenti clou, hanno sistematicamente bisogno di una spinta da parte di altri personaggi più illustri. Fatta infatti eccezione per una certa disinvoltura che Abrams ostenta nel conferire ritmo o alternare i toni, quando si tratta di far davvero andare avanti le cose, è come se si mettesse in un angolo, consultasse compulsivamente un bigino del perfetto Guerre Stellari, e si limitasse poi ad applicare certi presunti principi.

Ciò che forse amareggia di più, tuttavia, è che Star Wars, arrivati a questo punto, abbia del tutto smarrito il senso del viaggio, la portata di un racconto, o una serie di racconti, che non poggiano solo ed esclusivamente su quei tre/quattro momenti chiave, come accade oggi, riuscendo, al contrario, a dire qualcosa, a comunicare qualsiasi cosa, anche in quelle fasi in cui tocca trasmettere informazioni di altro tipo, quelle inerenti a un mondo, un contesto, un luogo, un gruppo. Non c’è niente di tutto questo in Episodio IX, che si bea nel e del suo distratto rievocare.

Di fatto, ora che abbiamo una visuale completa, quest’ultima Trilogia non è consistita in altro se non in una scialba e poco ispirata rievocazione, sebbene sia andata sgonfiandosi gradualmente, a partire da un primo tassello che un suo perché tutto sommato ce l’ha ancora. Il ritorno all’approccio che ha dato vita a Il risveglio della Forza, dopo la parentesi de Gli ultimi Jedi, non fa che consolidare l’impressione avuta a seguito della visione di Episodio VIII per l’appunto: che tale ritorno, semplicemente, non è più possibile. L’ascesa di Skywalker, impossibilitato a produrre epica, non fa altro che limitarsi al tentativo di ri-produrla, incapace com’è di reggersi sulle proprie gambe.

Goffo è lo struggersi di un capitolo in cui quasi tutto è al di sotto di ciò a cui al contempo con evidenza aspira: consci di dover mettere la parola fine in coda a questa parentesi, ma al tempo stesso scottati dalla possibilità di fallire nell’intento, non resta che riportare in vita qualcosa che però in questo mondo, a queste condizioni, vita non può averne. È questa la maledizione di un qualsiasi Star Wars che non sia uno spin-off, ossia l’essere costretto ad essere se non grande, quantomeno grandioso, là dove invece purtroppo questo epilogo non ha niente di tutto ciò nelle corde; viceversa, percependosi a priori “minore”, lo diventa a partire dalla sua struttura.

Un progetto che rischierebbe persino di vanificare, qualora fosse possibile, la portata di certi leitmotiv portanti, come la confusione alimentata rispetto al concetto di Forza, da cui almeno parzialmente deriva l’inefficienza di un Lato Oscuro che non incute mai alcun vero timore reverenziale, men che meno fascino – il che ha delle ripercussioni notevoli sulla storia, dato che quasi in nessun caso si riesce a capire perché uno qualunque dei personaggi dovrebbe accettare di arruolarvisi, non essendo mai del tutto chiari i benefici, men che meno i moventi che potrebbero spingere a prendere una scelta simile. La generale inconsistenza di un personaggio come Kylo Ren deriva anche da tale equivoco.

Né ci si può riparare dietro la tenuta visiva, non oggi. Lo spettacolo capace al tempo di offrire la prima Trilogia non è neanche lontanamente comparabile, pur di fatto essendo per ovvie ragioni tecnicamente più evoluti questi ultimi episodi; ed il motivo, banale per quanto possa apparire, è che a certe cose, ancorché impressionanti, ci abbiamo fatto l’abitudine, la soglia dello sguardo oramai superata da un bel pezzo. Nemmeno la ricostruzione ex novo di attori che sono venuti meno rappresenta un motivo sufficiente per gridare al miracolo, quantunque tale pratica guardi al futuro più che al presente.

Non incidono nemmeno le scorribande di questa bizzarra compagnia chiamata a compiere un’impresa che resta sempre sullo sfondo, l’andamento agevolato da qualche battuta simpatica o dalla presenza di alcune bislacche creature invece che da scontri o inseguimenti indimenticabili. A Episodio IX è estranea quell’estensione che, dal particolare, porta a cogliere il generale, il partire dal “minuscolo” per ampliare il discorso al “tutto”, afflato su cui erano imperniati, a diverse frequenze, i primi tre episodi. Chiusa nella sua dimensione orizzontale, la lotta su più fronti di Rey non fa leva su quell’afflato che invece animava eccome la seppur semplice parabola di Luke Skywalker.

Insomma, si tratta concettualmente dello Star Wars dei ragionieri, quelli che tormentano tecnici e autori, a priori o in corso d’opera, con approssimativi resoconti delle loro ricerche di mercato, congerie di dati che forse sanno raccogliere ma che a fatica riescono ad interpretare, figurarsi ad implementare nell’ambito di una procedura complessa e stratificata quale è quella del fare un film. O magari stiamo esagerando. Ma allora non si spiega come mai L’ascesa di Skywalker sembri urlare in faccia allo spettatore, dalla prima all’ultima scena, quanto sia stupido ad assistere a questo duplicato senz’anima, prosciugata anche a fronte della comprensibile, ineludibile pratica d’infilare personaggi buoni per lo più in ottica merchandising, carini per come sono. Avere poche pretese è una scusa che da sempre scricchiola, ma che a ‘sto giro ha davvero scarsa rilevanza; non adesso che la panoramica è ampia e la vista, nel suo insieme, non è affatto così corroborante.

Voto di Antonio 4

Star Wars: L’ascesa di Skywalker (Star Wars: The Rise of Skywalker, USA, 2019) di J.J. Abrams. Con Carrie Fisher, Mark Hamill, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Anthony Daniels, Naomi Ackie, Domhnall Gleeson, Richard E. Grant, Lupita Nyong'o, Keri Russell, Joonas Suotamo, Kelly Marie Tran, Billy Dee Williams, Billie Lourd e Matt Smith. Nelle nostre sale da mercoledì 18 dicembre 2019.

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