Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, recensione, Margot Robbie merita di meglio

Non basta Margot Robbie perché non può bastare. Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn è un guazzabuglio d’idee non amalgamato, che s’affida troppo alla seppur attraente verve della sua protagonista

Sgomberiamo il campo preventivamente, senza lasciare nulla d’intentato. Birds of Prey è Margot Robbie; senonché Margot Robbie non basta, neanche alla lontana proprio. Ci prova la protagonista, palese l’impegno e la dedizione, riuscendo persino a incarnare bene visivamente l’immaginario, di cui non per niente si abusa, tra espressioni e uscite reiterate, sempre le stesse. Ma cos’altro integrare a un testo così limitato e limitante, che mescola istanze di per sé comprensibili eppure in maniera così approssimativa?

Sebbene a fatica, Harley Quinn ha finalmente realizzato che la sua relazione col Joker s’è chiusa. Cathy Yan e Christina Hodson ci danno giusto il tempo di assimilare a nostra volta questo passaggio, la consapevolezza che monta, con annessa sofferenza, che si traduce nel solito pastiche postmoderno: Harley sbevazza e si lascia andare, concedendosi in toto a quel tipo di atteggiamento distruttivo tipico di certo nichilismo à la page. Il registro è quello della farsa, ovviamente, con quell’ingombrante voce fuori campo che fa molto Deadpool, sebbene non per questo l’escamotage si riveli altrettanto incisivo, anzi.

Già dalle prime battute si tende a rimanere interdetti alla luce del tentativo di farci in qualche modo solidarizzare con la protagonista, come se in realtà non si coltivasse chissà quale speranza rispetto alla possibilità che tale contatto prima o poi andrà a stabilirsi da sé, in maniera quasi organica, in corso d’opera. Paradossalmente le due autrici qui c’hanno visto giusto; non c’è infatti modo, scrittura alla mano, di poter interagire a tale livello, né all’inizio, né a metà, né alla fine. La Robbie è costretta a sobbarcarsi l’intero peso di un personaggio e di una vicenda il cui sviluppo conta su qualche scena d’azione coreografata con criterio e la bravura della seppur talentuosa attrice; la quale, tuttavia, ripeto, poco o nulla può fare.

Col dipanarsi della trama, Harley si circonda di altre donne, a loro volta deluse, frustrate, là dove non addirittura incazzate per via dei loro trascorsi; le parabole di quest’ultime sono come affluenti che convergono verso quel fiume in piena che è Harley, personaggio fuori di testa e al quale nulla interessa di metter su una squadra. Eppure la coralità è aspetto pregnante di Birds of Prey, quantunque lo scarto tra la Robbie e le sue colleghe sia tangibile. Le magagne di scrittura, non a caso, sono più vistose quando si guarda a loro; addirittura ci si scherza un po’ su, come quando il detective Montoya (Rosie Perez) viene definita «il tipico poliziotto uscito da uno sceneggiato anni ‘80», o giù di lì, mettendole in bocca infatti frasi vagamente iconiche, che comunque rimandano a quella stagione.

Su tutti, però, a sorprendere (in negativo) è il personaggio interpretato da Mary Elizabeth Winstead: manco bidimensionale, direi più a mezza dimensione, così oltremodo calcato da non fare sorridere nemmeno per sbaglio. Colpisce perché la Winstead, a sua volta, è meglio di così, anche se chiaramente il disservizio a suo carico è ben meno significativo rispetto a quello patito dalla Robbie. Per non parlare del villain, di nuovo fallito su tutte le ruote, per certi versi persino peggio di quanto visto nel non meno mediocre Wonder Woman. E ancora una volta non si può fare a meno di puntare il dito sull’immane difficoltà, lo struggersi che la DC manifesta nell’indovinare un approccio quale che sia, smarrimento che conduce dritti allo sfasamento di toni, al mancato controllo del registro adottato, nel caso specifico per lo più quello comico-demenziale.

Appunto che ci consente di ragionare anche sull’uso indiscriminato della violenza, più che altro nelle sue implicazioni grafiche, che poi diventano inevitabilmente di senso. Quest’opporre un clima leggero, svagato, all’estemporanea brutalità che di tanto in tanto fa capolino non è che impressioni di per sé (pur in quest’ambito si è forse visto di peggio), bensì si ritorce contro il film stesso perché non motivato. Non mi riferisco al fatto che debba necessariamente esserci una ragione, cioè che tale opposizione si presti a passare indenne a un vaglio, per così dire, intellettuale; più semplicemente, mi pare che una simile tenuta leda tutt’al più al buon gusto, il non comprendere che certe misure proprio non funzionino in questi termini, non importa fino a che punto là fuori vi sia un pubblico che trovi tutto ciò piacevole. Ed è un po’ il motivo per cui gli eventuali paralleli con John Wick si rivelerebbero forzati, dato che l’alchimia lì c’è e funziona, il nonsense mitigato da premesse e una conduzione che lo esaltano anziché lasciare che operi per conto suo.

Ecco perché, quando Birds of Prey getta le carte sul tavolo, senza ulteriori giri di parole, e si dichiara femminista a tutto spiano, viene quasi da imputarglielo a colpa. Se ci si tiene davvero a certe istanze, infatti, appare fuori luogo, dunque controproducente, che le si mortifichi così, depotenziandole anziché amplificarne la portata. È un po’ come se si volesse dire che l’intrattenimento fine a sé stesso, senza discernimento, frutto di un lavoro di laboratorio in cui le esigenze artistiche sono subordinate a logiche di altro tipo, ebbene, che anche di uno scenario del genere si possano avere delle versioni più consapevoli, finanche impegnate, che non rinunciano ai botti sottoponendo al contempo un messaggio. E sia chiaro, più che il reale difetto, non è che un’aggravante.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”4″ layout=”left”]

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (Birds of Prey And the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn, USA, 2020) di Cathy Yan. Con Margot Robbie, Mary Elizabeth Winstead, Jurnee Smollett-Bell, Rosie Perez, Chris Messina, Ella Jay Basco, Ali Wong, Ewan McGregor, Matthew Willig, Charlene Amoia e Derek Wilson. Nelle nostre sale da giovedì 6 febbraio 2020.

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