Dwayne Johnson verso l’Oscar? A Venezia “The Smashing Machine” rivela un nuovo The Rock
Presentato a Venezia, “The Smashing Machine” di Benny Safdie mostra un Dwayne Johnson inedito nei panni della leggenda MMA Mark Kerr. Tra standing ovation, recensioni entusiaste e parole dell’attore su carriera e ambizioni, ecco perché si parla di Oscar.
Una vera trasformazione fisica, che include una maggiore carica emotiva e una performance che molti definiscono “una autentica rivelazione”. Dopo tanti successi e un sacco di contratti che lo hanno reso l’attore più pagato di Hollywood sembra davvero essere arrivato il momento della svolta per Dwayne Johnson, che molti ritengono addirittura maturo per una corsa all’Oscar
Dwayne Johnson, il campione diventa attore
Per oltre vent’anni Dwayne Johnson è stato il volto del cinema ad alto voltaggio: terremoti e riunificazioni familiari (“San Andreas”), dinosauri e giungle (“Jumanji”), supereroi (“Black Adam”), corse e inseguimenti (“Fast & Furious”) e molto altro, anche voce per cartoni animati di enorme successo e imprese ai limiti dell’umano: sempre in chiave blockbuster.
A Venezia, però, l’ex The Rock del wrestling WWE ha messo in scena un’altra cosa: la voglia – parole sue – di “andare a fondo, di essere intenso, spinto e se necessario crudele”, liberandosi di un’etichetta che gli americani definiscono ‘pigeon-holing’, un’etichetta facile e di comodo dififcilissima da staccare. Per Hollywood un personaggio come Johnson è comodissimo: funziona, collabora, è un enorme successo promozionale e si impone. E cosa più importante a funziona ai botteghini.
La svolta di The Smashing Machine
In “The Smashing Machine”, scritto e diretto da Benny Safdie, Dwayne Johnson interpreta Mark Kerr, pioniero delle MMA – le arti marziali miste, tecnica di combattimento sportivo durissima che si è imposta tra fine anni ’90 e 2000 – un’autentica icona dell’era Pride, la famosa federazione che si impose anche a livello televisivo. Ma anche, anzi… soprattutto, uomo fragile, contraddittorio, in lotta con dipendenze, cadute e rinascite.
La trasformazione di Johnson non è solo muscolare: muscoli meno esplosivi, meno da wrestler e supereroe: è anche una trasformazione facciale, gestuale, soprattutto interiore.
La sceneggiatura attinge al docufilm HBO del 2002 – stesso titolo – che costruisce il primo crollo emotivo di Kerr – una sconfitta bruciante che lo costringe a guardarsi allo specchio senza i brividi della vittoria e senza fare sconti a se stesso. La macchina da presa lo segue nei corridoi dopo il match, e poi durante la rehab, in alcune dinamiche tossiche di coppia. È lì che l’ex “uomo indistruttibile” si incrina e, per la prima volta, commuove davvero.
Safdie, Blunt e l’anima del film
Safdie, metà del duo che ha firmato “Uncut Gems”, evita il biopic ginnico dedicato ai malati di sport, e lavora sul paradosso: in un mondo di pugni e prese, di calci e infortuni veri e non presunti, emergono intimità, tenerezza, dipendenze, una comunità che si stringe attorno ai suoi gladiatori.
Emily Blunt, nei panni di Dawn Staples, non è solo spalla una decorativa: entra nella piena temperatura emotiva della storia – mostrando amore, esasperazione, un’altra faccia della dipendenza – e fa da controcampo alle oscillazioni di Kerr. La loro relazione, tra carezze e cicatrici, è il vero ring del film. Una prestazione superba quella dell’attrice che abbiamo imparato ad amare per i suoi ruoli brillanti e romantici.
La critica su Dwayne Johnson: “una rivelazione”
Dopo la premiere al Lido, una parte consistente della critica ha parlato di punto di svolta per Johnson. C’è chi lo ha definito ‘la vera rivelazione del festival’ notando come la sottrazione dell’ego e il lavoro fisico sul volto permettano allo spettatore di “vedere Kerr e non The Rock”.
Anche le letture più caute riconoscono momenti di vulnerabilità potentissima – un pianto in camerino, uno scatto d’ira subito seguito dalla vergogna – che aprono un canale nuovo nella sua filmografia. In sala, l’impressione condivisa è che Johnson abbia finalmente trovato un ruolo capace di ridefinirlo.

La corsa agli Oscar: dove può arrivare Swayne Johnson?
È presto per verdetti, ma la narrativa è irresistibile: star planetaria che rifiuta l’autoparodia, si mette a nudo in un dramma sportivo non consolatorio e porta a casa applausi trasversali. Oltre tutto su un campo per lui molto impegnativo: il wrestler che interpreta un lottatore MMA. Un bel rischio.
Il campo Best Actor 2025–26 è affollato di nomi giganteschi, ma “The Smashing Machine” dà a Johnson ciò che finora gli mancava: un personaggio con arco psicologico netto, una prova di vulnerabilità, una partner d’eccezione come Emily Blunt e un autore che ama l’attrito. Gli ingredienti per la grande corsa alla statuetta ci sono tutti.
Kerr, l’MMA e gli anni Pride
Per chi non mastica di arti marziali miste: tra il 1997 e il 2000 la disciplina esplode come laboratorio ibrido – lottatori, pugili, specialisti di arti marziali, tutti coinvolti nello stesso ottagono – e il nome di Mark Kerr diventa sinonimo di “macchina trita-tutto”. Ma dietro il nomignolo c’è un atleta che paga carissimo gli eccessi: incidenti, abusi, alcune overdosi, il corpo come tempio ma anche come prigione. Il film restituisce quel periodo con accuratezza affettiva più che filologica, mettendo in scena la comunità dei fighter come famiglia disfunzionale, unita però da legami sorprendenti.
Chi scrive ama molto The Rock perché rappresenta molto di quel divertimento interiore un po’ fanciullesco che a volte bisogna mantenere vivo anche oltre la maturità. Dunque, al netto della retorica motivazionale che spesso circonda le storie di sport, “The Smashing Machine” resta uno dei film dell’anno, da non perdere. Il film a Venezia ha vinto il Leone d’Argento per la Regia.