Pawlikowski e Fatherland: il Novecento come specchio del presente
Paweł Pawlikowski torna dopo 8 anni con Fatherland, il film su Thomas Mann e la Germania del dopoguerra. Premiato a Cannes 2026 per la regia.
Otto anni di silenzio, poi Paweł Pawlikowski torna con un film che dura poco più di ottanta minuti e pesa come un romanzo. Fatherland ha debuttato al Festival di Cannes 2026 portando a casa il Premio per la Miglior Regia, è passato al 64° New York Film Festival e dal 23 ottobre apre negli Stati Uniti al Film at Lincoln Center. Nel mezzo, una storia scomoda: Thomas Mann e sua figlia Erika che attraversano la Germania del dopoguerra, cercando di fare i conti con un paese distrutto e con il suicidio di Klaus, il figlio del romanziere. Il tutto tratto da un episodio del romanzo The Magician di Colm Tóibín. Non è esattamente cinema di evasione — ed è esattamente per questo che funziona.
Un’opera nata da The Magician di Tóibín
Il punto di partenza letterario è preciso: Fatherland si basa su un episodio specifico del romanzo di Colm Tóibín, pubblicato nel 2021, che ripercorre la vita di Thomas Mann con la libertà della narrativa e la densità della biografia. Pawlikowski non ha adattato l’intero libro — ha estratto un momento, lo ha cristallizzato, e ci ha costruito intorno un film di poco più di ottanta minuti che rifiuta qualsiasi forma di gonfiamento.
La scelta è coerente con il metodo del regista polacco. Anche Cold War, il suo film precedente uscito otto anni prima di Fatherland, comprimeva decenni di storia e sentimento in un formato quasi da camera. Pawlikowski non racconta per accumulo: seleziona, taglia, lascia fuori campo. La Germania del dopoguerra in Fatherland non viene ricostruita con la magniloquenza del cinema storico hollywoodiano — viene percepita attraverso il viaggio di un padre e di sua figlia, attraverso silenzi e conversazioni che portano il peso di ciò che non si può dire.
Hanns Zischler e Sandra Hüller: il cast che porta Mann nel presente
Interpretare Thomas Mann è un’impresa che può schiacciare un attore sotto il peso della leggenda. Hanns Zischler affronta il ruolo con una presenza fisica sobria, senza i tic del biopic convenzionale. Mann non viene eroizzato né demistificato: è un uomo che attraversa le macerie di una nazione che sente sua e non sua allo stesso tempo, alle prese con il lutto per il figlio Klaus, morto suicida.
→ Leggi anche: Sergei Loznitsa trionfa al BFI London Film Festival con Imperium
Al suo fianco, Sandra Hüller — tra le attrici europee più richieste degli ultimi anni — interpreta Erika Mann, figura storicamente complessa, intellettuale e attivista, figlia che ha vissuto in costante dialogo e tensione con il padre. Il rapporto tra i due personaggi è il vero motore narrativo del film: non la Storia con la maiuscola, ma la storia privata che si intreccia con quella pubblica, il dolore familiare che riflette il dolore collettivo di un paese che deve reinventare se stesso dopo il nazismo.
La scelta di Hüller non è casuale: l’attrice tedesca ha dimostrato in Anatomie d’une chute e in The Zone of Interest una capacità rara di abitare personaggi che portano contraddizioni irrisolte senza cercare di risolverle per il pubblico. In Fatherland, quella qualità è essenziale.
Cannes 2026 e la corsa agli Oscar: il percorso internazionale di Fatherland
Il riconoscimento al Festival di Cannes 2026 ha dato a Fatherland una visibilità immediata e autorevole. Il Premio per la Miglior Regia assegnato a Pawlikowski è anche un segnale critico: la giuria ha premiato non uno spettacolo, ma un’operazione di sottrazione, la capacità di fare molto con poco.
Da Cannes il film ha viaggiato fino al 64° New York Film Festival, uno dei contesti più esigenti del calendario cinematografico internazionale, dove il pubblico e la stampa americana hanno avuto modo di confrontarsi con un’opera che non fa concessioni all’intrattenimento facile. L’apertura al Film at Lincoln Center il 23 ottobre segna il debutto nelle sale statunitensi.
→ Leggi anche: Festa del Cinema di Roma 2026, la settimana di Waititi, Luchetti e i grandi restauri
Sul fronte dei premi, Fatherland è la candidatura della Polonia per il premio Oscar come Miglior Film Internazionale per la cerimonia del 2027. Si tratta di un passaggio significativo: Pawlikowski ha già vinto l’Oscar nella stessa categoria con Ida nel 2015, e la Polonia lo rimanda in corsa con un film che, per tematiche e ambizione, è difficile da ignorare.
Il Novecento come specchio: perché Pawlikowski torna alla storia
C’è una logica precisa nel fatto che Paweł Pawlikowski continui a scegliere il Novecento come scenario. Ida guardava alla Polonia del dopoguerra e all’Olocausto. Cold War attraversava la Guerra Fredda. Fatherland si ferma sul momento immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, quando la Germania deve confrontarsi con se stessa e con le proprie responsabilità.
Non è nostalgia, né esercizio accademico. Il cinema di Pawlikowski usa la distanza storica per guadagnare nitidezza: le grandi domande sull’identità nazionale, sul tradimento, sulla colpa collettiva e sul lutto privato emergono con più chiarezza quando sono liberate dall’urgenza del presente. Thomas Mann che torna in una Germania che ha smesso di essere quella che conosceva parla inevitabilmente anche di ogni ritorno impossibile, di ogni appartenenza spezzata.
In questo senso, Fatherland non è un film sul 1945. È un film su cosa succede quando una cultura deve ricominciare a guardarsi allo specchio dopo aver guardato dall’altra parte. Ottanta minuti che pesano molto di più.
Per chi vuole approfondire il contesto del film, Culture.pl offre una scheda dettagliata su Fatherland con informazioni sulla produzione e sul percorso festivaliero. La distribuzione italiana non ha ancora una data confermata, ma il percorso del film — da Cannes agli Oscar — rende improbabile che rimanga a lungo fuori dai nostri schermi.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.