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“Goodnight, Sundance”, tributi e riconoscimenti al lascito di Robert Redford

La notizia della morte di Robert Redford, avvenuta a 89 anni nella sua casa nello Utah, ha scatenato un’ondata globale di cordoglio che ha unito star del cinema, scrittori, giornalisti e istituzioni culturali.

16 Settembre 2025 17:04

Non solo un attore e regista premiato con l’Oscar, Robert Redford è stato un architetto dell’immaginario americano e un costruttore di ecosistemi sostenibili per il cinema indipendente.

Il suo nome è inscindibile dal Sundance Institute e dal Sundance Film Festival, che fondò nel 1981, due istituzioni straordinariamente prolifiche, incubatori di talenti e storie che hanno ridefinito le regole dell’audiovisivo.

Robert Redford, l’omaggio dei colleghi

Tra i primi omaggi circolati sui social spicca quello dell’attrice premio Oscar Marlee Matlin, che ha ricordato come l’epopea di CODA — film poi arrivato fino all’Academy — sia passata proprio da Park City: “Senza Sundance – ha scritto l’attrice – quel successo non avrebbe avuto la stessa risonanza, e senza Redford non ci sarebbe stato Sundance”.

È l’immagine più nitida dell’impatto di Redford: non solo interprete e regista, ma attore di un sistema in grado di mettere in contatto autori, pubblico e industria, dando dignità di evento alle storie off‑Hollywood che rischiavano di non avere mai alcuna visibilità.

Stephen King

Il cordoglio è arrivato anche da voci esterne al cinema indipendente. Il romanziere Stephen King, uno dei lettori più letti di sempre, ha sottolineato come Redford sia stato parte di una ‘nuova Hollywood’: “È stato abile ma soprattutto coraggioso quando, tra anni Settanta e Ottanta, aprì strade meno scontate per il cinema mainstream: ruoli iconici in Butch Cassidy and the Sundance Kid, The Sting, The Way We Were e All the President’s Men hanno infatti legato per sempre il suo volto a una stagione in cui le star potevano incarnare fascino e coscienza civile, intrattenimento e impegno”.

Dalla galassia pop è arrivato il messaggio di William Shatner, il primo comandante Kirk della saga Star Trek che ha inviato le sue condoglianze alla famiglia, mentre il conduttore Piers Morgan ha definito Redford “una leggenda di Hollywood” elencando i titoli che ne hanno scolpito la memoria collettiva. Messaggi semplici, quasi laconici, ma rivelatori: non servono superlativi quando la filmografia parla da sé.

Il tributo della stampa

Alle testimonianze personali si sono affiancati i tributi “istituzionali”, quelli delle grandi testate che ne hanno tracciato il profilo definitivo. Rolling Stone ha ricordato Redford come uno dei pochi capaci di essere, a turno e spesso contemporaneamente, attore, regista, produttore e mecenate. The Telegraph e The Guardian hanno ripercorso una carriera che dall’icona romantica è approdata a ruoli più cupi e politici, fino al tardo carisma di All Is Lost, prova quasi muta che gli valse una pioggia di riconoscimenti della critica.

La stampa americana ha collocato la notizia in prima pagina non solo per il peso della star, ma per ciò che Redford ha “costruito” per gli altri: un’infrastruttura culturale destinata a sopravvivergli di enorme valore come quella del Sundance.

Robert Redford, scomparso all'età di 89 anni
Robert Redford, scomparso all’età di 89 anni – Credits Sundance Institute Foundation (Cineblog.it)

Il valore del Sundance

Il modo in cui molti ricordi hanno chiamato in causa Sundance racconta forse il tributo più profondo. Fondato nel 1981, l’istituto e il festival hanno “istituzionalizzato” la possibilità che un esordiente, da qualunque parte degli Stati Uniti o del mondo, potesse trovare il suo pubblico.

Robert Redford ha trasformato una località montana in un laboratorio continuo, dove registi, produttori e attori hanno imparato a parlarsi, spesso aggirando i filtri dell’industria tradizionale. Non a caso, tra gli omaggi si leggono espressioni come “visionario” e “mentore”: due parole che accomunano la sua attività dietro la macchina da presa e quella dietro le quinte dell’ecosistema indipendente.

La doppia anima di Redford

Il tono delle commemorazioni ha messo in luce anche la doppia anima di Redford: l’eroe americano dal sorriso “old Hollywood” ma anche il cittadino consapevole, ambientalista di lungo corso, capace di utilizzare il suo capitale simbolico per cause pubbliche. Questo spiega perché l’addio abbia coinvolto non solo il mondo del cinema ma anche quello della cultura in senso lato: giornalisti, scrittori, istituzioni artistiche hanno riconosciuto in lui una figura‑ponte tra intrattenimento e civismo.

Nelle ore successive all’annuncio, i necrologi hanno riproposto le sue immagini più celebri: gli sguardi complici con Paul Newman, con volto stropicciato del giornalista Bob Woodward di Tutti gli Uomini del Presidente, l’eleganza delprimo  The Great Gatsby e quella, apparentemente in contrasto, dell’uomo solo contro gli elementi naturali in All Is Lost. Sono fotogrammi che compongono un mosaico coerente: Redford amava i personaggi che si oppongono alle derive — del potere, del destino, della natura — e questa etica è rimbalzata anche nei messaggi di cordoglio.

Redford, un dolore condiviso

È raro che una scomparsa produca un’unità di giudizio tanto trasversale. Nel caso di Redford, la convergenza nasce da un fatto semplice: ognuno ha un “proprio” Redford da salutare. Per alcuni è l’attore più fotogenico della sua generazione; per altri il regista dell’intimismo ferito di Gente Comune o quello più malinconico di Come Eravamo.

Molti sono rimasti affascinati dal suo personaggio de l’Uomo che Sussurrava ai Cavalli, in cui esordiva una giovanissima Scarlett Johanson. Ma per tutti, e questo è un punto comune, rimandano al Sundance e dunque a un’eredità che non si misura solo in premi, ma in infrastrutture, comunità e possibilità create.

Il lascito di Redford

“Goodnight, Sundance”, scrive qualcuno sul suo profilo ufficiale. Ma la fondazione che ha creato ha garantito la sopravvivenza non solo del festival ma anche della sua attività culturale di mentoring e sostegno per il cinema indipendenti ancora per molti anni.