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Cinerama Dome a Los Angeles a rischio chiusura, cosa può fare Hollywood? – Prima parte

La possibile chiusura dello storico Cinerama Dome a Los Angeles è l’ennesimo segnale che spinge a riflettere su come produzione e distribuzione siano legate

La notizia è semplice e sta in una riga. La ArcLight è in procinto di chiudere una delle sale più iconiche di Los Angeles, ossia il Cinerama Dome. A diramarlo è stata la Pacific Theatres, che possiede in totale all’incirca 300 schermi nell’area, tutti attualmente destinati alla chiusura. Destino che, è bene sottolinearlo, è scritto fortunatamente nel ghiaccio al momento: si tratta infatti di una decisione presa fino a data da destinarsi ma non necessiaramente in via definitiva.

David Strohmaier, uno che la tecnologia Cinemarama, in voga per una decina d’anni scarsi, a cavallo tra ’50 e ’60, la conosce parecchio, tanto da essere il punto di riferimento in questa nicchia, per dire, non crede più di tanto alla possibilità che il Dome chiuda davvero: abbasseranno le pretese dell’affitto, a suo dire, e tornerà operativo come prima. Il problema, credo, sta proprio in quel «come prima»; perché sì, al di là della provvisorietà o meno della decisione, il problema inerente alla sala resta.

Su queste pagine chi scrive oramai si ritrova a tirare in ballo l’argomento sempre più spesso, e non senza ragione. Da questa parte non ci passa manco per l’anticamera del cervello che le sfide che abbiamo davanti riguardino solo chi opera in questo settore; per quel che vale, la nostra vicinanza va pure a chi opera in altri settori dell’intrattenimento, senza contare i ristoratori e Dio solo sa quali e quanti altri professionisti, si trovano sul ciglio di un burrone, nel quale c’è chi vorrebbe si gettassero tutti senza fiatare (è la Quarta Rivoluzione Industriale, baby, o ci stai o muori… oppure muori standoci!).

Solo che a noi compete sottoporvi qualche considerazione su un contesto ed uno soltanto, quello che peraltro ci sta più a cuore. Ed allora, tornando tra mura amiche, si capisce bene che una notizia del genere, la quale si colloca nel solco del momentaneo scampato pericolo di un’altra grossa catena, quella della AMC Entertainment, costringe a ragionare sul business model nella sua interezza. Sia chiaro, qui si parla di Hollywood, che non va confusa col Cinema tout court, e non per snobismo o che so io, ma proprio perché logiche e dinamiche inerenti al suo cosmo sono uniche e, almeno nell’immediato, hanno delle ripercussioni anzitutto su quello specifico sistema produttivo.

Il problema è… come far fronte al rischio, sempre più capillare, di queste chiusure? Giustamente Peter Debruge nel pezzo sopra menzionato evidenzia come la crisi della sala non sia solo dovuta al fatto, ovvio, che la gente non ci possa andare, ma anche dall’evidenza che si sia ridotto il numero di megaproduzioni capaci eventualmente di spingere la gente a recarvisi. Con esperti e para-esperti che non perdono mezza giornata per ricordare a tutti che «questa pandemia è solo l’inizio», è evidente che l’industria deve rimboccarsi le maniche e preparsi la cosiddetto worst case scenario, peraltro beffardamente più e più volte ipotizzato in non pochi blockbuster.

In altre parole, come garantire un calendario abbastanza fitto per tenere in piedi la baracca? Se ci si pensa bene, è un cane che si morde la coda: che senso ha investire centinaia di milioni in produzioni che necessitano per forza della distribuzione in sala se quest’ultima non è garantita? Eppure il fenomeno che solleviamo qualche rigo sopra è che non vi siano abbastanza di questi prodotti per convincere le persone ad andarci al cinema. Come se ne esce?

Difficile dirlo. Qualcuno propone una finestra esclusiva per la sala, estendendola ben oltre le regolari scadenze. Si tratterebbe di un esperimento interessante, rispetto al quale nondimeno qualche dubbio è lecito nutrirlo: a parer mio, giusto per mettere sul piatto qualcosa, lo strapotere non solo commerciale ma sempre più culturale delle piattaforme streaming non solo tenderebbe a non consentirlo a priori, ma, qualora una mossa del genere fosse attuabile, non sono del tutto persuaso che il riscontro possa rivelarsi a tal punto significativo da non cedere alla distribuzione online. Quest’ultima forma senz’altro meno redditizia della sala, almeno per le megaproduzioni, ma ripiego più sicuro allorché il modello classico, per un motivo o per un altro, ti tradisce.

Con Godzilla vs. Kong ad aver fatto registrare numeri notevoli per il periodo, c’è da credere che il trend, purtroppo convenzionalmente inaugurato da Tenet, possa essere invertito. Ed effettivamente c’è da sperare che sia così. Ma, pur essendoci degli elementi che concedano un ragionevole margine a tal proposito, va altresì fatto notare come, dei quasi 340 milioni di dollari d’incasso totale, solo il 20% deriva dal mercato americano, mentre dei restanti 268 milioni incassati nel mondo, 165 arrivano dal mercato cinese. Basterà, alla lunga, rivolgersi principalmente a quei mercati, tarando i progetti su quel tipo di pubblico (posto che non si tratti di un’idea miope sul medio-lungo periodo)?

Come abbiamo avuto modo di evidenziare su queste pagine, credere che le logiche distributive riguardino solo ed esclusivamente il dove vedremo film è, nella migliore delle ipotesi, ingenuo. Dove e come sono indissolubilmente legati, per cui, quale che sia il futuro del Cinema, è assurdo anche solo immaginare di poter eliminare la sala dall’equazione senza che questo non comporti il venire meno della premessa fondamentale. Oltre un decennio di streaming sempre più diffuso, legalmente o meno, temo abbia fuorviato molti in tal senso, e con tale confusione adesso siamo costretti a dover fare i conti.

(Continua)

Cinerama Dome a Los Angeles a rischio chiusura, cosa può fare Hollywood? – Seconda parte

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