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Monster Hunter, recensione del film con Milla Jovovich

Dopo Resident Evil e Dead or Alive, Paul W.S. Anderson adatta al grande schermo Monster Hunter. Con gli stessi pregi e difetti di sempre

Un veliero solca le sabbie di un deserto sconfinato che si apre tra rovine e carcasse di un mondo alla deriva: non è il nostro, così come non è nostra la dimensione entro cui si svolgono le prime sequenze di Monster Hunter. Qui la prima, sostanziale introduzione, o licenza, che Paul W.S. Anderson si concede: sempre in apertura si vede infatti un convoglio di militari, comandati dal tenente Artemis (Milla Jovovich), in fase esplorativa, finché non incappano in un’immensa nube che trascina con sé tutto ciò che trova sul proprio cammino. Ecco qua, i due mondi che si toccano, coi militari scaraventati nell’altro mondo, popolato di bestie enormi, altre meno, ma comunque tutte letali.

Parliamo di una saga più che fortunata, una delle più amate in Giappone e che, nell’ultimo decennio in particolar modo, si è imposta pure in Occidente. Monster Hunter è quello che dice di essere già nel titolo, ossia, spin-off a parte, un videogioco improntato alla caccia, basato su dinamiche profondamente radicate nel linguaggio di riferimento, a cavallo tra fantasy sui generis e gioco di ruolo. Vuoi per la stravaganza delle numerose creature, vuoi perché una vera e propria trama non c’è mai stata, non ci si è mai soffermati su tematiche che titoli dalla portata analoga, quantunque di spessore e presupposti ben diversi, come Shadow of the Colossus, per dirne uno, hanno sollevato, ossia del rapporto tra l’ambiente e queste creature che vengono “disturbate” nel proprio habitat; senza inoltrarsi lungo sentieri arzigogolati, cavalcando magari la sensibilità odierna, non sarebbe stato male se Anderson si fosse risolto ad imprimere anche solo qualche nota a riguardo. Nulla da fare però, la strada segnata lungo il solco d’innumerevoli azioni a ralenti, inquadrature vagamente epiche e tutto l’armamentario di cui il regista tende sistematicamente a dotarsi.

C’è qualcosa di male? Di per sé direi di no. Anzi, l’estetica così pop e conciliante di Anderson, data soprattutto la natura dei suoi lavori, non solo la si deve mettere in conto ma, in una certa qual misura, la si deve accettare senza riserve. Da ridire si ha invece su come decide di strutturare questo film, che a livello di scrittura fa troppo affidamento sulla costruzione di queste scene d’impatto, che da sole non possono reggere un simile peso. È una tendenza che stiamo riscontrando sovente negli ultimi tempi, questa scelta a priori di diluire le storie, quasi sempre in funzione dell’implacabile logica del sequel, non so fino a che punto espressione delle ripercussioni che le serie televisive stanno avendo da anni pure sul cinema.

Però davvero, quanto poco incisiva risulta essere la parte in cui Artemis deve prendere confidenza col nuovo contesto tentando la fuga da un nido di ragni giganti all’inizio? E dire che già in queste fasi qualche segno di vita s’avverte, tra quel senso d’ostilità che si percepisce a più riprese ed una scena in cui uno dei soldati avverte dei forti dolori al fianco, per poi scoprire che… non lo diciamo. Tuttavia Monster Hunter procede per lunghi tratti come un motore a scoppio, venendo meno in primis alle premesse di un film del genere, che invece ha da filare liscio, senza cedimenti né estenuanti accelerazioni. Anderson a tal proposito ha un senso del ritmo particolare, che differisce, per dirne uno, da quello di Snyder, i cui picchi, nelle situazioni più favorevoli, appaiono sempre più velocizzati ma controllati, diversamente, per citarne un altro ancora, da Michael Bay, il quale invece predilige sì la velocità, senza però esercitare, per scelta, il medesimo controllo.

Ecco, seguendo questo tipo di argomentazione, Paul W.S. Anderson ha invece la tendenza a specchiarsi un attimo più del dovuto nelle proprie scene, quasi sempre coreografiche, un’abitudine che finisce non di rado col ridimensionare anche i passaggi più interessanti, se non addirittura appaganti a livello visivo. Che poi il nostro preferisca riadattare le fonti di riferimento con ampia libertà non è certo una novità, figurarsi qui che, come già accennato, di margine ne ha parecchio. Di Monster Hunter Anderson individua alcuni elementi e ci ricama sopra a proprio piacimento; operazione sensata, senonché, ammiccamenti a parte, più di qualcosa si perde al passaggio. Sia chiaro, della cosiddetta aderenza alle peculiarità del gioco ce ne frega il giusto, dato che non si tratta di un progetto che nasce esclusivamente per i fan, bensì per tutti. Nondimeno, siamo sempre lì: nel trasporli altrove tocca impreziosirli, reinventarli in maniera accattivante, e questo ahimè in larga parte manca.

Di buono ci si tiene perciò il già citato senso d’oppressione generato da un ambiente che rigetta l’eroina protagonista, così come l’aver indovinato il tenore in alcune fasi, elevandole, seppur sporadicamente, ad intrattenimento godibile. Purtroppo per il resto l’aver disatteso limitatamente a troppi aspetti una delle ispirazioni che più si prestavano ad essere ricostruite anche sul grande schermo, ossia un certo stile, quel registro fantasy così specifico, costituisce un punto a sfavore notevole. L’innesto del simpatico Felyne che fa lo chef è troppo poco, citazione diretta che, pur nella sua credibilità dovuta a una sapiente computer grafica, non si armonizza pressoché per nulla con l’aria da cosplay che generano invece gli umani, specie il personaggio di Ron Perlman. Là dove non si percepisce lo stesso effetto, come con il personaggio di Tony Jaa, ci si può dolere invece di un utilizzo contenuto in relazione alle caratteristiche di quest’attore, la cui fisicità viene sfruttata in maniera modesta.

L’assenza di coerenza interna al mondo tratteggiato in Monster Hunter, come accade spesso in progetti su questa falsa riga, finisce coll’innescare una serie di tare per cui l’intera impalcatura appare traballante. Sono quegli elementi che lo spettatore non riesce ad individuare in maniera necessariamente consapevole, codificandoli, né in corso d’opera né dopo i titoli di coda, ma che, alla fine della fiera, hanno una valenza determinante. C’è uno scarto culturale che rema contro la resa di questa trasposizione, componente sulla quale Anderson glissa senza curarsene più di tanto; e a certe condizioni tirar fuori qualcosa d’interessante è affare complicato. Infondere carattere, non dico un’identità, è la missione principe che ci si deve dare in certi casi, e purtroppo in Monster Hunter è la saga/fonte ad essere al servizio del regista, non viceversa, come dovrebbe essere. A meno di avere un’idea forte, rischio che nel corso della sua lunga carriera Anderson difficilmente ha dimostrato di volersi concedere.

Monster Hunter (USA, Germania, 2021) di Paul W.S. Anderson. Con Milla Jovovich, Tony Jaa, T.I., Meagan Good, Diego Boneta, Josh Helman, Jin Auyeung, Ron Perlman, Jannik Schümann e Hirona Yamazaki. Nelle nostre sale da giovedì 17 giugno 2021.