On the Rocks, recensione del film di Sofia Coppola

Bill Murray croce e delizia dell’ultimo film di Sofia Coppola, parabola tra padre e figlia, dolce ma inconsistente

Dean (Marlon Wayans) torna a casa in piena notte, stanco morto. La moglie Laura (Rashida Jones) sta già dormendo ma questo non lo dissuade dallo spiaggiarsi su di lei e cominciare a baciarla. Mezzo assopito, il marito improvvisamente è come se si destasse dal torpore, come se l’incantesimo fosse finito: osserva la moglie, la riconosce, smette di fare il romantico e si gira dall’altra parte. Da questo equivoco muove l’incipit di On the Rocks, l’ultimo film di Sofia Coppola.

Laura da quel momento, interdetta, comincia a porsi delle domande, per quanto in maniera distratta. Prova a confidarsi con un’amica, riflette, ma non ne esce nulla. Ha pure un blocco, lei che fa la scrittrice, ed allora si rende conto che la situazione è seria. Chiama il papà Felix (Bill Murray) allora, il quale è a Parigi per chissà cosa: «ti sta tradendo, non c’è dubbio», si sente replicare Laura, a cui a questo punto, dopo siffatta sentenza, un po’ il sangue comincia a gelare. Solo le prime avvisaglie di quanto accade di lì a poco, con Felix che coglie la palla al balzo per riavvicinarsi alla figlia, con cui coltiva sì un discreto rapporto ma pur sempre a una certa distanza.

Una premessa dolce insomma, per una vicenda incentrata su questo rapporto padre/figlia, che però la Coppola struttura con quel pizzico di disillusione che non muta tuttavia in cinismo. La frase che apre il film è per certi versi un programma: «ti sposerai ma sarai sempre mia», dice grossomodo Felix con una voce fuoricampo. Felix è un donnaiolo che a quanto pare commercia in Arte, a cui i soldi non mancano e che ora, in età avanzata, si sta semplicemente godendo la vita. È evidente che non sia visto di buon occhio, non solo per il tipo di vita che conduce ma per come si è staccato dal nucleo di Laura; quest’ultima vuole comunque bene al padre, ci mancherebbe, ma resta sempre quell’elefante nella stanza, il patto implicito, per cui ok, non ci si perde, ma la relazione è oramai irrimediabilmente compromessa.

In Laura, Felix cerca quel complice che con ogni probabilità ha cercato per tutta la vita, senza trovarlo. Un ragazzino troppo cresciuto, brillante, facoltoso, anche acculturato; tutte cose però che servono a poco quando ti rendi conto che poggiano su un terreno oltremodo fragile. È il terreno degli affetti, quelli che per una vita si è fatto in modo di minare, forse perché li si è sempre avvertiti come asfissianti, forse per altro; sta di fatto che spesso, purtroppo, quando ci si rende conto di aver fatto una stupidaggine, o una serie di stupidaggini, il rischio è che oramai sia troppo tardi.

On the Rocks diventa subito una storia investigativa, con Felix che smobilita conoscenze ed esperienza personale per stanare il marito suppostamente fedifrago: insinua il dubbio in maniera vieppiù ragionevole nella figlia, e nel frattempo la porta dalla sua parte. Lei soffre all’idea che il suo matrimonio possa andare in frantumi per la stessa ragione per cui è andato a ramengo quello dei propri genitori; un film già visto ma soprattutto già vissuto. Al padre però questa situazione pare proprio piacere: appostamenti, pedinamenti con caviale e vino blasonato, pranzi in costosi ristoranti e finanche una trasferta in una zona da sogno. Lui un ragazzino che gioca, lei un adulto che cerca di tenere in piedi qualcosa d’importante, a fatica resistendo alla pressione di quella che magari è solo un’impressione, oppure, al contrario, potrebbe proprio essere un dato di fatto, ossia il tradimento del marito.

Peccato che in corso d’opera On the Rocks vada scaricandosi. Saranno certi vezzi, come una mamma che incontra spesso a scuola dalla figlia, la quale di volta in volta parte come una macchinetta raccontando le sue disavventure extra-coniugali manco fosse una dodicenne; sarà il modo in cui è costruita la figura di Felix, impeccabile, perfetta in maniera a dire il vero insostenibile. Quest’ultimo appunto merita un approfondimento, perché il personaggio di Murray è un po’ emblema di ciò che più non convince, in quello stesso punto dove forse la vicenda doveva trovare un punto fermo. In buona sostanza, è Bill Murray che fa Bill Murray, con la differenza che a un profilo così sopra le righe, inverosimile di per sé, si vuole opporre una logica di diverso tipo, questa sì verosimile, a tal punto però da essere ovvia, per cui persino in un quadro del genere esistono delle crepe.

In pratica Felix è capace in tutto, dovunque e con chiunque, fuorché essere un buon marito ed un buon padre. Ma come sempre, il problema sta nel modo in cui una simile constazione prende corpo più che nella sua veridicità. Da un lato il registro scanzonato mediante cui veniamo messi a parte di alcune peculiarità di Felix è senz’altro funzionale ad alleggerire i toni, ed in questo senso è senz’altro ben accetto; dall’altro però certi eccessi tendono a svilire la portata della vicenda, mettendo persino in ombra le difficoltà di Laura, di cui non dico a un certo punto ci si dimentica, ma quasi ci si disinteressa, per il semplice fatto che tutto, eccetto le parole, ci suggeriscono, involontariamente, che in fondo non si tratta di una situazione così gravosa.

Questione di mistura insomma, il saper maneggiare con estrema precisione ingredienti che, senza le giuste dosi, trasformano la pietanza in qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto si vuole ottenere. La Coppola a questo proposito dispone bene gli elementi in un primo momento, salvo poi lasciarsi forse a sua volta ammaliare dalla figura di Murray. È proprio come se non avesse resistito alla tentazione di cedere al suo fascino, arginandolo, proprio perché la storia che intendeva raccontare credo lo richiedesse. Alla luce di tutto ciò non c’è infatti bisogno di soppesare l’esito conclusivo di tale parabola, dato che l’idea fin lì non è stata comunque all’altezza del messaggio al quale, da un certo punto in avanti, On the Rocks è palesemente sottomesso, quello inerente all’inadeguatezza di un uomo meraviglioso, verrebbe da dire perfetto. Se non fosse per quei rari sprazzi di dolcezza che Murray e la Jones riescono a spremere da certe scene, temo toccherebbe essere ancora meno indulgenti verso quest’ultimo lavoro di Sofia Coppola.

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