Sound of Metal, recensione, quel silenzio che non dà pace

Non solo Riz Ahmed e Olivia Cooke ma anche un grande Paul Raci nel ritratto di un batterista e la sua conquista interiore attraverso un assordante silenzio

Ruben (Riz Ahmed) e Lou (Olivia Cooke) vivono su un camper, formando un gruppo composto solo da loro, lui batterista, lei tutto il resto. Campano di concerti live che fanno in giro per il Paese, una vita avventurosa, piena per certi versi, ma soprattutto, pare, la vita che a quell’età, chi ha un minimo di estro e voglia di fuga, dopo aver trovato il compagno o la compagna ideale, genera un fascino terribile e meraviglioso al contempo. Accade che un giorno, d’improvviso, Ruben comincia a non sentire più nulla; confuso, prima ancora che spaventato (per la paura c’è tempo), cerca in tutti i modi di accertarsi che il problema vi sia davvero. Per ovvie ragioni, ci mette poco a capire che l’udito gli è venuto meno e che il mondo, che fino a poco tempo prima gli si parava davanti con tutte le tonalità del caso, il suo mondo, beh, è destinato a cambiare profondamente.

Sound of Metal rappresenta il processare, da parte di Ruben, questa drastica rivoluzione; una rivoluzione eminentemente interiore, che nessuno può capire, anche perché, a differenza di altri problemi non meno invalidanti, nessuno in lui può scorgere alcunché, il benché minimo cambiamento. La prima cosa che gli viene suggerita è perciò quella di circondarsi di persone che hanno già attraversato questa fase, ossia una villa in cui altre persone nelle sue condizioni hanno imparato a convivere con questa loro condizione. Ad accoglierlo c’è Joe, un eccezionale Paul Raci, di cui non si può scrivere bene abbastanza; il suo è il volto del film, c’è poco da fare, il punto d’approdo che attende Ruben qualora non voglia perdersi, lui che ha già un passato con una dipendenza da eroina; la musica, e la sua Lou ciò che davvero l’hanno risollevato dal baratro. Ora però c’è Joe, questo emerito sconosciuto che cerca di tendere una mano a Ruben, senza però indispettirlo più di tanto; al contempo però è giusto metterlo dinanzi all’evidenza, ossia che non vivere la sordità come un handicap è affare che richiede tempo, un bene prezioso che va preservato dopo averlo faticosamente costruito.

Sound of Metal (qui il trailer) ci scaraventa dentro la complessità di questa situazione senza ricamarci sopra, evitando alcuna romanticizzazione dell’essere sordi, perché essenzialmente tratta il problema soffermandosi sulla persona e non sulla tematica, di fatto evitando di appiattircisi. Errore madornale ancorché puntuale in cui cadono, per dirne uno, quel genere nel genere in cui uno dei protagonisti è un malato terminale, e tutto si riduce a svilire il contesto mediante presunte infatuazioni o trovate estreme da «ultima volta», l’uscita di scena in grande stile. Insomma, robaccia.

Qui è diverso. Ruben non nega nulla, o per meglio dire, dal momento in cui entra, da quella situazione non ne esce mai, nemmeno per un secondo, nemmeno quando, a un certo punto, pare avere trovato un punto d’equilibrio: di questa fase tutt’al più ne fa esperienza come fosse una parentesi, qualcosa di temporaneo, bravo lui a trovare una scappatoia passeggera in attesa di tornare alla normalità. Ed invece, scopriamo insieme a lui, la normalità è qualcosa che a questo punto dovrà tarare quasi ex novo, da solo, ed è forse questo l’elemento più corroborante, ossia la profonda, radicale solitudine alla quale è chiamato il protagonista nell’affrontare la cosa. E non perché venga lasciato solo, né perché lui si neghi, ma semplicemente perché non c’è altro da fare: né l’amore della tua vita, né chi capisce bene quello che stai passando, né la Scienza, né alcun’altra entità in quel preciso momento, mentre ti verrebbe di spaccare tutto, può sentire quello che senti, men che meno sistemarti come tu vorresti.

Dà molto in questo senso Sound of Metal, perché non ti strapazza ma ti mette davanti a un’evidenza senza dubbio sconcertante, che ci viene restituita per intero, pur approntando qualche filtro. Il filtro del buon senso, grazie al quale non si tace alcunché ma si ha la giusta discrezione, contemperando quanto genera frustrazione con ciò che invece induce a continuare, a trovare una soluzione che potrebbe esserci, a ben vederla. Bella infatti l’ultima parte del film, senza rovesciamenti di tono, dato che in generale Sound of Metal procede abbastanza placidamente, non solo in quei frangenti in cui praticamente non ci sono linee di dialogo, ma proprio perché, dopo aver aperto il tutto su un concerto, Ruben in trance da palco, l’andamento asseconda lo sviluppo della vicenda, il che mi pare una scelta adeguata. Il finale, dicevo, preceduto dall’ultimo, impegnativo confronto, quella spinta decisiva mentre si è sull’orlo del baratro. E, dopo tanto rumore, finalmente il silenzio, quello vero.

 

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