Torino 2020, Moving on, recensione del film di Dan-bi Yoon

La povertà nei sobborghi di Seul, vissuta principalmente attraverso gli occhi di un’adolescente. Moving on è un film delicato e commovente

Altro ritratto familiare dalla Corea del Sud, molto meno stiloso ed amaramente ironico di Parasite, il tono minore Moving on non è tuttavia d’impedimento nel permettere di veicolare un’altra storia sulla falsa riga rispetto a quanto raccontato da Bong Joon-ho. Padre e due figli si trasferiscono dal nonno perché sfrattati, trovandosi perciò a dover imparare a convivere non tanto con l’anziano parente, quanto con l’idea di essere ospiti.

Quello tratteggiato da Dan-bi Yoon è un ritratto intimo, costruito scena dopo scena, con delicatezza, attingendo da scampoli di quotidianità che rimandano sempre a qualcosa, dando contezza di una condizione umanamente molto pesante. Senza usare espedienti facili, la regista coreana lascia che a parlare siano le situazioni, talvolta un semplice sguardo o inquadratura, come quella in cui vi è il nonno da un lato e l’impianto Hi-Fi dall’altro, mentre un brano malinconico fa da sottofondo alla dolce rassegnazione di quest’uomo che non parla mai, per tutto il film, aspettando solo di uscire di scena.

Parabola intergenerazionale, Moving on si potrebbe dire che contenga tante storie quanti sono i suoi personaggi, sebbene alla giovane Okju venga riservato maggior spazio, il suo forse l’arco più rivelatore, proprio perché parliamo di un’adolescente. Il tempo tuttavia è centrale, ed anche in tal senso rileva il trattare praticamente tutte le stagioni della vita, eccezion fatta per i primissimi anni; quali sono infatti i problemi che una persona appartenente ad una determinata fascia d’età si trova a dover affrontare nella Corea del Sud di oggi?

Il padre di Okju non è una cattiva persona, anzi, a tratti pare persino essere brillante. Eppure, con alle spalle un divorzio che senz’altro ha pesato, non gli resta che provare a piazzare qualche prodotto qua e là, tra cui qualche paio di scarpe contraffatte. A un certo punto arriva la sorella, ossia la zia dei ragazzi: anche lei ha le sue, in piena crisi matrimoniale e desiderosa di ripartire, non importa da dove. Dongju, il più piccolo, assiste disincatato a ciò che gli accade attorno, come fanno i bambini, dedito al gioco e curioso dinanzi a certe scene che ancora non può capire.

Non resta perciò che lei, Okju, colei che più di tutti accusa questo cambio repentino; la giovane osserva, scruta, anzitutto sé stessa, ma anche gli altri. Quando si guarda allo specchio capisce di voler cambiare qualcosa, e quel qualcosa sono gli occhi… troppo orientali, fenomeno che da quelle parti è più diffuso di quanto si pensi. Se tocca far leva maggiormente su questo personaggio è perché mi pare si tratti del più eloquente, quantunque parli poco, quello da cui passa molto del disagio che Moving on è capace di trasmettere.

Disagio su cui però la regista non rimesta, approfittando di certo contesto per lasciarsi andare. Al contrario, il discorso è abbastanza lucido e, come ravvisato sopra, la conferma ci arriva da come il film monta poco alla volta, finanche con una certa grazia. C’è peraltro qualcosa di affascinante nella scelta di lasciare aperto il finale, senza rivelarci o anche solo indicarci uno dei possibili approdi di ciascun percorso, i cui protagonisti, superata la fase su cui Moving on si concentra, sono per forza di cose chiamati a confrontarsi con quella successiva, con ogni probabilità non meno provante. Per lo meno, comunque, con un briciolo di consapevolezza in più, la qual cosa tende a gratificare pure noi che abbiamo assistito.

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