Tutti per 1 – 1 per tutti, la commedia natalizia a cui manca la demenza

Timido ma utile segnale, Tutti per 1 – 1 per tutti rappresenta forse un tentativo di fare commedia che guarda altrove pur restando ancorato al qui e ora

Manca la sala. Non tutti percepiscono questa mancanza in egual misura, lo capisco. Eppure manca, e si tratta di un’assenza che il suo protrarsi sta rendendo sempre meno sostenibile. È inevitabile che le compagini principali tra quelle che operano nel settore siano tenute a trovare delle soluzioni alternative, che in fondo sono già disponibili, non serve certo spremersi più di tanto le meningi.

La risposta di Sky sta nell’iniziativa che prende il nome di Sky Original, produzioni di alto profilo portate avanti internamente. Qui si è accasato Giovanni Veronesi per il suo Tutti per 1 – 1 per tutti, che, ci tiene a precisarlo, non è sequel di Moschettieri del re – La penultima missione, bensì un’ulteriore, possibile visione del capolavoro di Dumas. Immagino che per puntare così forte su un prodotto del genere Sky abbia previsto dei criteri specifici, in primis la trasversalità, a cui a dire il vero Veronesi è solito guardare, quindi c’è da immaginare che a priori l’intenzione fosse la stessa attraverso cui il film sta venendo “comunicato”, ossia un’opera di finzione per tutti, dunque per la famiglia. Il film di Natale in altre parole, che non a caso andrà in onda la sera del 25 dicembre.

A seguito della visione vale la pena soffermarsi su alcuni punti che credo siano in qualche modo rivelatori circa lo stato non tanto del nostro cinema, quanto di una certa catena produttiva. Nella conferenza stampa, immancabilmente via Zoom, uno degli interventi più interessanti è stato di Pierfrancesco Favino, il quale ha sottolineato l’importanza di osare, di muoversi all’interno di territori poco familiari, e che il rischio premia sempre, quasi di per sé.

Favino, anche per curriculum, del cast di Tutti per 1 – 1 per tutti, è senz’altro l’attore più “internazionale”, se così si può dire (nonché l’unico che nel film, quantunque il suo D’Artagnan non parli bene l’italiano, non si nega qualche frase in un inglese da ghetto). Credo non sia perciò casuale che un’affermazione del genere venga da lui, il quale, peraltro, indica con decisione l’aspetto che in teoria più contraddistingue questa produzione, ossia il suo guardare non tanto ai toni della commedia demenziale, quanto alla demenzialità come registro da integrare in un testo che di generi in realtà ne tocca svariati.

Il film di Veronesi, sgomberiamo il campo da possibili malintesi, è in tal senso fatto con squadra e righello: quella di rivolgersi ad un pubblico più ampio possibile è più che un’ambizione, piuttosto un principio regolatore da cui non derogare. Con simili premesse non sono tendezialmente ammesse sbavature, là dove invece mettere insieme tutte queste istanze diventa pressoché improponibile, e non si tratta certo di una constatazione il cui peso è riscontrabile solo dai più scafati. Di base vi è una leggerezza di fondo che viene mantenuta fino alla fine, solo che, quando si prova a conferire consistenza, anzitutto come fiaba a cavallo tra realismo e letteratura, beh, il tutto si sfalda con una facilità che è avegole comprendere, oltre che essere alquanto percepibile.

Tuttavia ciò che a un lavoro come Tutti per 1 – 1 per tutti manca, tra le altre cose, credo sia un terreno, dei precedenti insomma. Abbiamo su queste pagine in più occasioni discusso, anche se in maniera sparsa, infilando qualche pensiero qua e là, sulla necessità circa l’invenzione, oggi, di un modo di fare, e prima ancora concepire, film italiani, girati in italiano. La lingua, mi spiace, non è solo una delle tante componenti; tocca regolarsi su questa base, fare opera di ricerca fuori dalle accademie e capire cosa significa oggi parlare non solo l’italiano ma con gli italiani. Non credo, di nuovo, che sia casuale che il personaggio di Favino parli in un certo modo, e credo che un discorso del genere, per quanto magari concertato col regista o lo sceneggiatore ben prima di questo film, è espressione di quel genio che intuisce pur non sapendo, che in Favino credo covi senz’altro.

In Italia c’è stato di recente qualcuno che ha tentato di proporre qualcosa di credibile, costeggiando il demenziale in modo personale ancorché imperfetto, eppure vivo, organico. Si tratta di Maccio Capatonda, che con Italiano Medio ed Omicidio all’italiana ha tirato fuori i migliori esempi di cinema demenziale che oggi in questo Paese possiamo permetterci. Più “costretto” nella sua prima sortita, per via del primo contatto suppongo, nel secondo Maccio ha aggiustato il tiro, tracciando un sentiero il cui invito ad essere intrapreso è rimasto fin qui, tre anni dopo, lettera morta. Tacciato di televisionismo, youtubismo, accusato di essere troppo ancorato al suo passato da atipico trailerista da Mai dire gol, che il nostro andasse preso in pillole, ci siamo persi per strada uno dei moniti più interessanti.

E quale sarebbe questo monito? Anzitutto diciamo che è implicito, di certo non vi è una palese denuncia in Maccio. Tuttavia le sue due uniche opere cinematografiche hanno puntato il dito, oserei persino dire con violenza, sulla radicale necessità di ripensare il cinema che si fa dalle nostre parti; disancorarlo non solo da schemi stantii, che si rifanno a una stagione totalmente aliena dall’oggi, anche a costo di contraddirli, se non addirittura negarli. E per riuscirci, o almeno tentarci, l’impressione, confermata a mio parere con una lucidità abbagliante, pur nella sua spensieratezza quasi, è che bisogna affidarsi a qualcuno “che venga da fuori”. Che insomma, nel fare film, smetta di farli, guardando anzitutto altrove. Mi spiace, non vedo altra soluzione per noi.

Tutto ciò che non ha di buono Tutti per 1 – 1 per tutti gli viene infatti dal cinema, dal suo essere un prodotto pensato per la sala, la nostra sala, secondo logiche produttive specifiche, con in mente dei target precisi, secondo regole e consuetudini radicate, quintessenzialmente legate alla realtà produttiva italiana. Veronesi ahimè non credo sia la persona più indicata per gestire un passaggio del genere, proprio perché il suo mestiere espressione di modo di concepire e fare film che è venuto a strutturarsi in un certo modo e che da tempo non si mostra all’altezza dei tempi, del momento e del suo linguaggio.

Nondimeno al regista toscano credo vada riconosciuto l’essersi prestato a questo colpo di coda, una prova, un possibile indirizzo rispetto a dove potrebbe/dovrebbe dirigersi la commedia italiana oggi. Partendo anzitutto da quegli attori che possono contribuire ad un simile passaggio, ben individuati in Rocco Papaleo, Valerio Mastandrea ed il già menzionato Favino. C’è poco da fare, specie quando è in campo il secondo, si ride; la romanità di Mastandrea è iconica, spassosa, seconda forse solo a quella di quell’altro grande interprete che è Marco Giallini (quando Cattelan li mise insieme, anni fa, fecero scintille e credo sia chiaro a chiunque che una cosa del genere sia spendibilissima sul grande schermo).

Ma per tornare a quanto evidenziato poco sopra, tocca appunto bazzicare certi ambienti, allontanarsi dalla struttura e lasciarsi andare anche a tonfi epocali, a questo punto di gran lunga preferibili alla stasi molesta alla quale veniamo sottoposti. In fondo Maccio Capatonda non ha inventato nulla nel suo maneggiare certo regionalismo, ed è probabile che persino oggi questo sia uno dei presupposti da cui ripartire e su cui fare leva non semplicemente per scimmiottare un genere, bensì crearlo. Non ce ne facciamo nulla di una commedia vagamente demenziale ispirata a qualcos’altro, che però pilucca pure da questo e quell’altro genere o film, frenando un processo che, così facendo, non passerà mai allo step successivo.

Tutti per 1 – 1 per tutti è l’ennesima prova, sebbene non è che ne servano altre, circa la necessità di scendere da questo ingombrante, sterile carro. Il cinema italiano ha già spremuto tutto quello che c’era da spremere dalla commedia all’italiana e, per quanto quest’ultima resti fondamentale studiarla, non è certo meno importante interrogarsi a riguardo, magari passando per una contestualizzazione che conduca alla sua definitiva dismissione, soprattutto sotto le specie mostruose che ha assunto negli ultimi due decenni in particolare.

In termini di sperimentazione, di tentativo, per quanto bislacco e alla lunga infruttuoso probabilmente, ha detto di più la stagione dei cinepanettoni, mossa in fin dei conti da un analogo desiderio di trasversalità; per amore di battere cassa, ok, ma non mi pare che un simile obiettivo venga ricusato da produzioni del genere, e legittimamente aggiungerei. Nella stravanganza spesso maldestra e vieppiù urtante di quei prodotti natalizi, fatti anch’essi per portare “le famiglie in sala”, c’era almeno un impeto diverso, forse sbagliato, ma più vitale, nel senso proprio di vivo. Quei film tratteggiavano non tanto come gli italiani fossero, ma come piaceva loro raccontarsi, qualcuno direbbe come si promuovevano (male, evidentemente); però c’era di che prendere da quella stilizzazione estrema, in quella volgarità gratuita e scopereccia; esito a cui commedie molto più garbate e attente ai cosiddetti codici come Tutti per 1 – 1 per tutti non si avvicinano nemmeno per sbaglio, malgrado a ‘sto giro si volesse per lo più raccontare una sorta di fiaba in chiave contemporanea (l’inizio del film in una scuola, durante il saluto prima delle vacanze estive, tutti con le mascherine, perché questo è il 2020…).

Resta dunque l’invito, si spera, a battere lungo tale sentiero. In altri ambiti ci stiamo riuscendo, o per lo meno, si nota l’impegno nell’aver preso sul serio questa traslazione verso un cinema che si apre ad esperienze aliene dalle nostre, i cui meccanismi altrove sono senz’altro ben più stratificati che da noi, ma è pur sempre un punto di partenza. Mi riferisco a persone come Matteo Rovere e Sydney Sibilia, per esempio (che non a caso hanno fatto un film insieme, che uscirà a breve, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, prendendo peraltro spunto da una storia italiana); ma anche il Matteo Garrone de Il racconto dei racconti o di Pinocchio, operazioni che finalmente mettono fuori la testa, facendo qualcosa che, aggradino o meno, nemmeno in Paesi il cui sistema produttivo è ben più in salute del nostro si vedono così di frequente.

Guardiamo perciò al momento in cui anche in ambito commedia si possa registrare una parabola simile. Rispetto a un simile percorso chi lo sa che questo film di Veronesi non possa rappresentare una seppur iniziale, accennata presa di coscienza. Far intonare un motivetto sardo ai tre moschettieri, davanti alla tomba di Aramis, lascerebbe ben sperare.