Un altro giro, recensione del film di Thomas Vinterberg

Il bere quale collante tra più generazioni per accostarsi alle crisi di quattro insegnanti, alle prese con i rispettivi, ordinari problemi

Un professore di psicologia intende condurre un esperimento: secondo lo psichiatra norvegese Finn Skårderud, infatti, una leggera percentuale di alcol nel sangue, nell’ordine dello 0.050, aiuta una persona ad essere più spigliata, più aperta alla creatività, quindi a vivere più pienamente la propria vita. Questa è la premessa da cui origina la vicenda raccontata in Un altro giro.

Martin (Mads Mikkelsen), uno dei colleghi/amici ai quali viene rivelata questa teoria, decide di prestarsi; anzi, un’idea del genere non poteva arrivare in un momento migliore, lui già alle prese col bere, vizio che sta gradualmente prendendo anche in virtù di una fase della sua vita molto delicata, tra l’insoddisfazione in ambito lavorativo ed un matrimonio sempre più logoro. In totale sono quattro gli amici che decidono di mettere alla prova la teoria di Skårderud, tutti insegnanti nella stessa scuola, ma soprattutto, tutti amici.

Un altro giro, tra le altre cose, ha di bello, piacevole e persino corroborante questo suo aver assimilato più generi, senza lasciarsi limitare da alcuno di questi. Pur mantenendo un tono uniforme lungo tutta la vicenda, a momenti è commedia, mentre in altre situazioni Vinterberg riesce a drammatizzare in maniera anche abbastanza forte. Eppure non si tratta di un film che vira verso qualcosa, dato che i generi non li cavalca, bensì li fa suoi a priori. Come dire? È l’azione, lo sviluppo di ciò che accade a dettare il registro, in maniera assolutamente organica, senza alcuna concessione, come se ci si dovesse preoccupare di far quadrare i conti. Infatti non ci sono scene fuori posto, note stonate in uno spartito nel quale, al contrario, tutto fila insolitamente liscio.

Non si può nemmeno stabilire con assoluta certezza quale sia il tema di base, quantunque l’alcolismo possa senz’altro avere una certa preminenza, ancorché da una prospettiva peculiare. Non si avverte un voler recedere dal sottoporci una propria considerazione, qualcosa di più della mera opinione, come chi teme il prendere posizione per paura di predicare. Davvero, come evidenziato in merito ai generi, anche rispetto alle questioni evocate è l’azione a farla da padrone, dunque il modo in cui i personaggi si rapportano a quanto accade loro intorno.

Attenzione, i modi, non i moventi. Ciascuno dei quattro protagonisti ha delle ragioni per voler ammantare di scientificità, col pretesto della ricerca insomma, questo tutt’altro che velato desiderio di alienazione; sfruttare insomma qualcosa che dia loro modo di allentare le pressioni alle quali sono sottoposti, non necessariamente esterne. Se allora l’insegnante di Educazione Fisica beve per sublimare la sua solitudine, dall’altra parte quello di Psicologia lo fa perché, al contrario, gli impegni familiari si stanno facendo sempre più gravosi, dato anche l’arrivo del suo terzogenito.

Una delle misure che rende questo tentativo più interessante è che tenere un pelo più alto il livello di alcol in corpo è obiettivo da perseguire dalle prime ore del mattino, ma mai dopo le otto di sera. Bere non è più uno svago, bensì un mezzo per migliorarsi, per migliorare le proprie interazioni, le proprie abilità. E fa sorridere come fino all’ultimo si giochi in maniera alquanto spassosa sul fatto che, in effetti, la cosa pare funzionare. Ed ha molto senso anche in termini di scrittura che questa linea sia mantenuta sino alla fine, poiché se il contributo dell’alcol fosse stato positivo solo all’inizio, salvo poi mostrare solo ed esclusivamente gli effetti collaterali, i danni derivati da questa esposizione, ci saremmo trovati spalle al muro, costretti a tirare una linea, magari condivisibile, ma di certo scarsamente efficace. Inutile infatti spendere un intero film per metterci al corrente circa il fatto che l’abuso d’alcolici sia di per sé un male. Un altro giro è ben più sottile di così.

Vinterberg poi trova anche in elementi estranei agli eventi, filmici se vogliamo, il modo per alleggerire il tutto. Quelle continue scritte su schermo nero che indicano di volta in volta il livello di alcol mentre uno dei protagonisti procede ad un improvvisato alcol-test fa sorridere in più di un’occasione, ed è opportuno dire che in nessun caso la soluzione stanchi, poiché sempre funzionale al momento che sta affrontando la trama.

Un altro giro è dunque frutto di una scrittura ponderata e una regia seria, che non prende sottogamba la portata di certe questioni, riuscendo al contempo a distaccarsene quanto basta senza però svilirle. C’è un misto di freddezza e calore che difficilmente si riscontra altrove nel medesimo racconto, con questi quattro personaggi alle prese non solo con le rispettive storie, bensì pure con un più generico panorama in cui tematiche come quella inerente all’alcolismo è un po’ l’elefante nella stanza. Pur evitando di ripiegare in una sterile oltre che stantia critica alla borghesia, Vinterberg pone l’accento sull’ipocrisia di un contesto in cui tutti sanno che quest’abitudine è (o può diventare) un problema; non a caso il termine alcolismo non viene mai esplicitamente tirato in ballo, proprio perché si finirebbe col patologizzarlo e ai quattro amici non resterebbe che confrontarsi con un problema dai contorni netti e definiti, aspetto che però non consentirebbe a ciascuno di loro di fare i conti anzitutto con sé stessi.

Sobrio ed elegante, Un altro giro tocca i tasti giusti, e lo fa con intelligenza. A colpire è l’apparente semplicità con cui riesce ad eludere pressoché tutte le trappole che si trova davanti, insite nella natura di questa storia e nella parabola che quasi da subito prende. Parabola di risalita, se non proprio di una vera e propria rinascita, in Mikkelsen il regista danese trova il complice più adatto. Il suo Martin è un personaggio cui non mancano le sfaccettature, nient’affatto posticcio, col quale è difficile non stabilire un legame. In questo racconto esistono tutti, dai ragazzini che cercano evidentemente dei maestri, qualcuno che li incoraggi ad aprirsi allo step successivo, quello che viene dopo la scuola, fino a coloro che invece un simile processo lo avrebbe persino già consumato, eppure sembra come trovarsi al punto in cui si era all’inizio, quando non si capiva niente ma almeno si era in qualche modo giustificati per tale ignoranza.