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Vermiglio, la spiegazione del finale e le curiosità: tutto sul film

Sette David di Donatello e il tema della maternità raccontata senza retorica: perché “Vermiglio” è già un classico del nuovo cinema italiano

22 Giugno 2025 21:00

Il film di Maura Delpero, che ha trionfato al David di Donatello si è confermato come una pellicola che va ben oltre il semplice film in costume. Si tratta di un’opera che dipinge una storia umana intima e potente, raccontata attraverso il grande schermo evidenziando le cicatrici invisibili della guerra e della maternità.

Il luogo è altrettanto affascinante e suggestivo: una valle alpina che sembra sospesa nel tempo, in una fase che la mette al centro tra tradizione e cambiamento. Un film che senza fatica ha conquistato il pubblico e la critica perché in grado di mescolare poesia e realismo. 

Ambientato nella Val di Sole durante l’ultimo scorcio della Seconda guerra mondiale, Vermiglio segue le vicende della famiglia Graziadei, simbolo di un’Italia rurale alle prese con trasformazioni storiche e sociali. Al centro, tre sorelle — Lucia, Ada e Flavia — tre modi diversi di vivere e subire il proprio destino. La regista si muove tra le dinamiche domestiche e le tensioni sociali con spiccata sensibilità , evitando i cliché e scegliendo invece una narrazione fatta di sguardi, silenzi e gesti quotidiani.

Una storia con un finale sospeso

Ma è nel finale che Vermiglio mostra tutta la sua complessità, lasciando lo spettatore con una sensazione in cerca di risposte che si dividono tra la speranza e l’amarezza. Un finale che non chiude, ma che apre. Che non consola, ma che lascia ampio respiro alle domande, anche attuali, visto i tempi che corrono, particolarmente critici. La maternità, inoltre, protagonista della storia, non è un punto d’arrivo, ma un territorio da esplorare, abitato da contraddizioni e nuove consapevolezze.

Vermiglio finale
Il significato del finale di Vermiglio – Youtube@FilmIsNow Trailer Italia-cineblog

Dopo la notizia della tragica morte di Pietro, suo marito e padre della figlia che porta in grembo, Lucia sprofonda in un dolore che la allontana da tutto: dalla famiglia, dalla maternità, dalla vita stessa. La figlia Antonia viene affidata a un orfanotrofio gestito dalla sorella Ada, che nel frattempo ha preso i voti. Il passaggio di Lucia da madre respingente a madre consapevole avviene lentamente, senza rivelazioni lampanti, ma attraverso un processo di riconciliazione interiore.

Il gesto finale — Lucia che prende in braccio la bambina, quasi chiedendole perdono — rappresenta il desiderio di liberazione ma funge anche da gesto politico . In un’Italia ancora intrappolata in ruoli predefiniti e modelli familiari rigidi, la scelta di Lucia rappresenta un atto di ribellione e di guarigione. Non c’è un vero lieto fine, ma una possibilità. Per l’appunto un’apertura verso il futuro.

Maura Delpero — già apprezzata a livello internazionale — con questo film è riuscita ad un unire estetica e contenuto. La sua, è una regia composta ma attenta alle immagini e ai suoni, come il vento degli alberi e lo scricchiolio del legno che si mettono in primo piano. 

Non è un caso che Vermiglio abbia ricevuto ben 7 David di Donatello inclusi quelli per Miglior Film e Miglior Regia — segnando la prima volta in cui una donna ottiene questo riconoscimento. Ha colpito anche per la qualità tecnica: casting impeccabile (Giuseppe De Domenico, Martina Scrinzi, Tommaso Ragno, Roberta Rovelli solo per citarne alcuni), fotografia evocativa e un titolo che richiama il colore del sangue, ma anche quello delle foglie d’autunno.