C’era una volta il cinema muto. Qualcosa legata a quell’epoca che usiamo definire cinema delle origini, in cui ancora si cercava di capire a cosa questo mezzo potesse mai servire. Intrattenimento? Illusione? Spettacolo da saltimbanchi? Chi lo sa cosa passò per la testa di coloro che in quei primi anni dovettero cimentarsi in qualcosa che era certamente più grande di loro…
C’era una volta il cinema in bianco e nero; e c’è ancora. A differenza del suo illustre “collega”, questo sopravvive ancora in forma autentica, spesso evocato alla luce di scelte stilistiche ben precise. Quel bianco e nero che non solo sopravvisse anche in epoca classica, bensì agli stessi colori. Perché se il suono ruppe, per certi aspetti, l’incantesimo del primo, il colore non ha fatto altro che impreziosire il fascino di quest’ultimo.
Cinema muto e cinema in bianco e nero, dicevamo. Un binomio solido, a tratti quasi imprescindibile. Raccontare questo mezzo ancora prima di rappresentarcelo. Questa è la sfida che si è prefissato Michel Hazanavicius con The Artist, inoltrandosi in quel sentiero impervio che è la ricostruzione, seppur parziale, di un mondo che non c’è più. Un mondo che non parla ma che eppure dice tanto.

George Valentin (Jean Dujardin) è un attore di spropositato successo. Accade però che la sua vita, prima ancora della sua carriera, venga sconvolta da due singoli episodi, apparentemente fortuiti. Il primo è l’incontro, del tutto casuale, con una giovane sconosciuta (Bérénice Bejo) che passa dalle stelle alle stalle giusto il tempo di raccogliere un portafoglio. Tra i due s’innesca quasi subito una strana e sottaciuta complicità. Il secondo, certamente più devastante, è rappresentato dall’avvento del sonoro.
Nel 1927 è quella la grande notizia: d’ora in avanti gli attori parleranno, gli oggetti parleranno e persino gli ambienti parleranno. Non per Valentin, cocciuto nella sua ostinazione a voler perseverare col muto. Quanti spunti ci fornisce già questa semplice imposizione! Che The Artist sia un film citazionista, reverenziale e a tratti parodistico è un pacifico assunto da cui partire. In George Valentin troviamo tanto, troppo della storia del cinematografo. Un po’ Charlie Chaplin nel non voler cavalcare l’onda nascente. Un po’ noi, che spesso amiamo così tanto il cinema da non renderci nemmeno conto di agire come se volessimo distruggerlo. E non c’è niente di nobile in questo ottuso atteggiamento. Valentin non discute sulla valenza dell’introduzione del suono, nient’affatto! Non si pone nemmeno il problema: a dirigerlo è l’orgoglio più sfrenato, quello che lo comanda a bacchetta fino a ridurlo allo stremo.
Ma l’intero film segue un registro tutt’altro che dissimile da quello del suo protagonista, che altro non è che uno dei tanti specchi del film. L’affermarsi del “nuovo” vissuto come un trauma, a prescindere dai risultati o dalle esigenze. “La gente vuole sentirvi parlare“, rinfaccia l’amico e produttore Al Zimmer (John Goodman) a quella che fino al giorno prima è stata la sua gallina dalle uova d’oro. “Ma non so è la mia la voce che vogliono ascoltare“, gli risponde per vie traverse Valentin. Ecco come ricostruire, in poche battute, il terrore di un’epoca che incombe.

Spazio però anche alla leggerezza, cifra stilistica tanto cara ad Hazanavicius, e di cui il regista francese non ha potuto fare a meno. Non è un pastiche il suo, ma sono troppo forti, troppo espliciti i richiami a celeberrime sequenze tratte da Metropolis di Fritz Lang o da Il Monello di Chaplin. E d’altro canto non ne fa mistero il nostro regista, il quale dichiara candidamente di dover tanto a registi come Murnau, Vidor o Borzage. Eppure quella ritratta nel film è la Hollywood del cambiamento, quella a cavallo tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30, quindi è nel cinema americano di quel tempo che dobbiamo ripescare molti oggetti che sembravano smarriti.
Ciò vale soprattutto in relazione al cast. Come ha fatto intelligentemente notare qualcuno, i volti di Dujardin e della Bejo sembrano proprio appartenere a quel mondo. Il primo, in particolare, riporta un’affermazione che più e più volte gli è stata sottoposta, ossia di avere “un viso senza tempo”. Un gran complimento per un attore, specie per uno a cui non piace lavorare solo “di faccia”, bensì mette in gioco l’intero corpo. E mai come in The Artist, forse, verrà data a Dujardin una chance di poter mettere in mostra così efficacemente le sue doti in tal senso. Provate a immaginare, oggi in particolar modo, cosa possa significare trascinare lo spettatore senza poter proferire parola.
Qui la regia tocca vette inimmaginabili, elevandosi all’ennesima potenza. Ai cartelli la descrizione, a ciò che avviene in scena il rapimento. E mentre noi assistiamo alle fortune alterne di questa coppia quasi archetipica, magari a parti inverse, ci lasciamo prendere da quei singoli episodi, tra il serio e il faceto, che scorrono inesorabilmente sullo schermo. Sì perché The Artist risente del melò, le cui forme drammatiche vengono però addolcite e contenute da un sano brio in salsa vagamente comica.
Bisogna leggerlo questo The Artist. A volte letteralmente, come quando sopra il capo di Valentin, ormai sul viale del tramonto, campeggia un’insegna a caratteri cubitali che recita “Lonely Star“, la star lasciata alla propria solitudine. A volte bisogna mettersi un po’ più in gioco nel voler osare nelle interpretazioni, così come quando apprendiamo che lo studio al centro delle vicende prende il nome di Kinograph. Kynos, cane in greco. Lo stesso cane i cui gesti, in un mondo in cui nessuno parla, valgono tanto quanto quelli degli altri protagonisti. E’ lui che stempera sempre l’atmosfera, con quell’ingenuità che gli è propria. Quel cane che salva, anche letteralmente, il proprio padrone, ossia Valentin, in più e più occasioni. Più di una semplice spalla, insomma.

Ma Kinograph potrebbe anche essere un rimando a quella Biograph che tanto dovette a D. W. Griffith, il quale contribuì a rendere famosa lei e famoso il lavoro di regista. Che centra con The Artist? Beh, in un periodo in cui il divismo era ancora di lì a venire, una certa Mary Pickford emerse come la “ragazza della Biograph“. Il nome era oscuro, tanto che fu il vederla comparire più spesso in produzioni di quella casa a renderla riconoscibile. L’epoca di Peppy Miller (Bérénice Bejo) non è esattamente la stessa, ma nessuno ci vieta di tentare un certo parallelismo nella storia di una ragazza-nessuno che in poco tempo diventa, a conti fatti, la “ragazza della Kinograph“.
Ed infine, ultimo ma non meno importante, c’è questa nostalgica storia d’amore che profuma davvero d’altri tempi. Un amore discreto, pulito, serio. L’amore tra un uomo e una donna che, così per come lo vediamo, ce l’ha proposto solo il cinema. Scevro di sentimentalismi di sorta, duro se necessario. Non la sua imitazione, dunque, ossia la love-story. Ed anche qui non manca quel tocco di levità cui abbiamo accennato sopra.
The Artist è un po’ come quella persona anziana che, dinanzi ad un pubblico eterogeneo, rievoca i ricordi d’infanzia. Vuoi per qualche giustificato deficit di memoria, vuoi perché è bello idealizzare i ricordi felici che ci portiamo d’appresso, quel che ne viene fuori è quasi sempre una storia a cui pochi credono… ma che a tutti piace. Piace perché è invecchiata insieme a colui che la racconta. Coinvolge perché è fermentata dentro un’otre vecchia, che nessuno ha scalfito e che quindi ha assolto al suo dovere di ben conservare il contenuto. E come il buon vino, certe storie migliorano solo invecchiando. Anche se sembrano moderne.
Voto di Antonio: 9
Voto di Federico: 9
Voto di Gabriele: 6
The Artist (Francia/USA, 2011). Di Michel Hazanavicius. Con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman e James Cromwell. Il film uscirà nelle nostre sale venerdì 9 Dicembre. Qui trovate il trailer italiano.
damiax
06 dic 2011 - 16:36 - #1Spero di riuscirlo a vedere quando uscirà (i trailer e le clip che ho visto mi fanno ben sperare!)!
type0
06 dic 2011 - 20:49 - #2Bello, bello e bello!
Ottima recensione con un interessante punto di vista ed esposizione; il muto come ricorda il regista ha la facoltà di far immaginare a noi la storia e i dialoghi, ci lascia più viaggiare e sognare.
E’ ovvio che il progresso è un bene e da certe novità tecnico stilistiche non si torna indietro, ma lo è anche ogni tanto assaporare un cinema diverso, meno caotico e lasciar scorrere una storia che può sembrar banale e invece si trova ad esser molto più arguta e profonda di quello che sembra.
A quanto pare non ha sbagliato niente in questo film il regista (la protagonista femminile è la sua compagna nella vita reale),dagli attori, all’ambientazione meticolosa alle scelte di controtendenza con il bianco e nero ma soprattutto con un film muto che sbanca i botteghini!
Bello vedere il buon cinema premiato, un Oscar almeno sarebbe dovuto.
mr.oizo
07 dic 2011 - 19:37 - #3mhà, non è che tutto il cinema muto è cinema delle origini.
ahiahiahi antonio
spantax
27 dic 2011 - 10:32 - #4Visto ieri sera, straordinario.
Unico neo, una copia indegna che virava il bellissimo bn dal giallo al blu, a flash colorati di magenta, luci bruciate, neri grigiastri. Il solito problema delle copie mediocri, ma in un film cosi esaltato al massimo. Bim investe sulla qualità artistica ma tecnicamente è sempre peggio a mio avviso. Sono finiti i tempi dei cineclub polverosi in mono, chi ama il cinema di qualità pretende anche qualità tecnica.
damiax
10 gen 2012 - 12:45 - #5Amore a 1a vista fin dalla 1a visione (amore confermato con una 2a visione nel cinema della mia città), film da 10 e lode senza alcun dubbio! Spero trionfi in questa stagione dei premi, Oscar in primis: un film che merita!
damiax
10 gen 2012 - 12:46 - #6P.S: molti lo considerano sopravvalutato, ingiustamente, come successe a The Millionaire. Il film di Boyle era una love story fantastica, qui si parla di amore vero e proprio per il cinema: da vedere (e da premiare)!
Antonio S.
05 mar 2012 - 21:41 - #7oppure …ma scusate, non vi sembra più plausibile l’assonanza col Kinoglaz, il cine-occhio di Dziga Vertov?
Antonio S.
05 mar 2012 - 21:42 - #8Ops, messaggio troncato… Dicevo: “Kynos, cane in greco” oppure”rimando a quella Biograph che tanto dovette a D. W. Griffith”…ma scusate, non vi sembra più plausibile l’assonanza col Kinoglaz, il cine-occhio di Dziga Vertov?