Alla festa della rivoluzione, recensione: l’utopia ribelle di D’annunzio e la visione di Fiume tra intrighi e passione
Alla festa della rivoluzione è una spy story che mescola espressionismo, pulp e storia d’amore per raccontare D’Annunzio e il sogno tradito di Fiume.
Arnaldo Catinari porta al cinema l’incredibile storia della città di Fiume nel 1919 e dell’utopia rivoluzionaria guidata dal poeta-soldato Gabriele D’Annunzio, una vicenda finora poco esplorata dal nostro cinema. Alla festa della rivoluzione, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025, miscela con audacia storia, spionaggio e melodramma sentimentale sullo sfondo di un esperimento politico unico nel suo genere. Catinari – affiancato in sceneggiatura da Silvio Muccino – si ispira al saggio omonimo di Claudia Salaris per rievocare un episodio dannunziano ricco di fascino: l’impresa di Fiume, in cui D’Annunzio trasformò la città adriatica in un laboratorio utopico di società ideale.
Il film si pone l’obiettivo ambizioso di rivelare un lato meno noto di D’Annunzio e del suo mondo, lontano dall’etichetta semplicistica di “protofascista” spesso affibbiatagli. “È la storia di un uomo, un poeta, che prende una città e ne fa il suo stato utopico, la sua società ideale“, ha spiegato lo stesso Catinari in conferenza stampa, sottolineando il fascino di raccontare quest’uomo dal punto di vista dell’arte e dell’ideale assoluto. Silvio Muccino gli fa eco, ricordando come Alla festa della rivoluzione rappresenti il “controcampo” di narrazioni recenti: se nella serie M. Il figlio del secolo l’esperienza di Fiume era mostrata attraverso gli occhi di Mussolini, qui la prospettiva si ribalta e tutto viene vissuto dal punto di vista di D’Annunzio. Ne risulta un affresco storico inedito, che getta nuova luce sulla figura complessa e sfaccettata del Vate.
L’utopia dannunziana e il sogno tradito della libertà in Alla festa della rivoluzione

Nel rovente clima politico del primo dopoguerra – sospeso tra il rosso del sangue appena versato e il nero dell’incipiente fascismo – la città istriana diventa teatro di un sogno rivoluzionario. Gabriele D’Annunzio (Maurizio Lombardi) ha occupato Fiume e vi proclama una città-stato libertaria, lavorando a una costituzione d’avanguardia, la Carta del Carnaro. Mentre le potenze alleate e il governo italiano guardano con timore a questa utopia ribelle, altri ne sono attratti: persino la neonata Unione Sovietica intravede in Fiume un possibile alleato. Proprio per conto dei sovietici giunge a Fiume Beatrice (Valentina Romani), giovane spia russa determinata e idealista, incaricata di osservare e proteggere il Vate. Durante la grande festa di insediamento del comando dannunziano, però, la situazione precipita: un attentato viene compiuto contro la vita del “Poeta-Guerriero”.
Inizia così un intreccio che unisce thriller politico e dramma umano. Scovare i nemici della rivoluzione diventa prioritario per tutti. Beatrice si ritrova a indagare nell’ombra, sulle sue tracce c’è Pietro Brandi (Riccardo Scamarcio), capo dei servizi segreti italiani inviato a Fiume. Al tempo stesso, anche Giulio Leone (Nicolas Maupas), un medico ed ex ufficiale disertore vicino agli ambienti anarchici, viene coinvolto suo malgrado. Egli ha infatti un legame imprevisto con l’attentatore, cosa che attira l’attenzione sia di Beatrice sia di Pietro. Le vite di questi tre giovani si intrecciano sullo sfondo di una città in ebollizione, tra intrighi politici, passioni impossibili e vendette private, mentre l’esperimento sociale di Fiume mostra il suo volto luminoso e quello più oscuro.
Catinari tratteggia l’atmosfera unica di quell’anno fuori dal tempo: nelle strade di Fiume convivono ex combattenti, artisti futuristi, anarchici, legionari e avventurieri internazionali. Un microcosmo eterogeneo in cui tutto sembrava possibile, dove l’omosessualità è ammessa, le droghe circolano e uomini e donne sono dichiarati pari. Ma il racconto non indulge in facili mitizzazioni: dietro i rituali flamboyant del Vate serpeggiano tensioni e pericoli reali. La fotografia, calda e contrastata, contribuisce a evocare quel “mondo alla rovescia”, facendo percepire Fiume come un universo a sé, affascinante e fragile al contempo.
Tra utopia e intrigo: spie, amori clandestini e l’energia che anima l’impresa di Fiume

Alla festa della rivoluzione combina fedeltà storica e finzione avventurosa per rendere il racconto appetibile ai giovani di oggi, non a caso nel cast spiccano volti molto amati dalla Gen Z e il registro alterna spy story, duelli e venature romantiche da feuilleton. L’ibrido funziona, pur con rischi: talvolta dialoghi e sentimenti sono didascalici, qualche parentesi amorosa è convenzionale e alcune azioni sfociano nel too much. Eppure la miscela diverte e tiene il ritmo, con guizzi insoliti raramente visti nel cinema storico nostrano.
Sullo sfondo, D’Annunzio è il perno attorno a cui ruotano eventi e personaggi. Maurizio Lombardi offre un’interpretazione carismatica del Vate: anziché ridursi a imitazione macchiettistica, ne restituisce magnetismo e contraddizioni. Come ha detto l’attore, è stato “un divertimento scoprire un mondo che a scuola ci hanno insegnato male, una babele meravigliosa di lingue, di sesso, di eros, di rivoluzione e, soprattutto, di grande modernità“. Il film abbraccia questa visione poliedrica e il Vate messo in scena è insieme eroe di guerra idealista e precursore ambiguo di eventi futuri. Non viene mai santificato, perché già si scorge in lui un’ombra più cupa e minacciosa. Emblematica, in tal senso, la battuta pronunciata dal Poeta: “Bisogna saper agire per il popolo nonostante il popolo“. In quell’istante il sogno di libertà cede il passo alla violenza, rivelando il delicato confine tra ideali e autoritarismo.
Alla festa della rivoluzione: l’estetica e il messaggio di Catinari

Catinari, forte della lunga esperienza da direttore della fotografia, realizza un film visivamente curato che restituisce l’epoca con efficacia, muovendosi in bilico tra realismo ed espressionismo. Si pensi solo al dialogo (chiave) tra D’annunzio e Giulio in carcere. Le location friulane – in mancanza di budget da kolossal – diventano una Fiume credibilissima e dai saloni agli esterni tumultuosi fino alle celle, l’immersione funziona. Merito anche ai costumi: un plus notevole, in grado di veicolare ben più del messaggio estetico.
Pur con qualche ingenuità narrativa e personaggi secondari a tratti schematici, Alla festa della rivoluzione raggiunge l’obiettivo: trasformare un episodio complesso in un racconto accessibile e coinvolgente. È un film che intrattiene e al tempo stesso solleva domande – oggi più importanti che mai – sul confine labile tra utopia e autoritarismo. Non è un’opera definitiva, ma un affresco vigoroso e curioso. Capace di riaccendere con energia contemporanea l’interesse per un momento storico sul quale ci si sofferma poco e male.