Freaks Out, Gabriele Mainetti in un kolossal contemporaneo: Roma Città Aperta incontra Il Mago di Oz
Freaks Out di Gabriele Mainetti è un kolossal dei nostri tempi. Il regista romano ha creato un precedente importante in grado di mescolare il genere fantasy con la realtà più cruda per riscrivere cinematograficamente il concetto di Resistenza.
La Resistenza al cinema affronta quello che per l’Italia è stato un dopoguerra coinciso con l’esigenza di ripartire, ma anche ritrovarsi. Lo Stivale non è sempre stato un Paese libero: è diventato un Paese liberato. La differenza è sottile, ma sostanziale. Gli italiani hanno provato la coercizione e le restrizioni di una dittatura e ne sono usciti, anche e soprattutto grazie a persone che hanno sacrificato la propria vita per un ideale supremo e inoppugnabile come la libertà di pensiero e parola, dovendo però mettere ordine all’interno del proprio vissuto.
Non esiste il concetto di Liberazione senza quello di consapevolezza. Infatti oggi si festeggia, in Italia, il 25 Aprile soprattutto per ricordare che determinate situazioni – oppressione e prevaricazione – sono state sconfitte con fatica, sangue e sudore ma potrebbero ritornare. In alcune parti del mondo non sono mai andate via, a maggior ragione tenersi stretto quel che l’Italia nel tempo ha conquistato è un dovere.
La settima arte e il racconto per immagini
La settima arte, con la forza e l’immediatezza del racconto per immagini, descrive chi ha dato tutto quello che aveva per provare a costruire un mondo e nello specifico un Paese migliore. I posteri dovranno determinare, con il loro esempio e le rispettive scelte, se ne sarà valsa la pena oppure no. I registi e i produttori, invece, determinano una condizione di cantori che può verificarsi solo se la storia – oltre a raccontarla e comprenderla – cerchiamo di riviverla immedesimandoci in quello che hanno vissuto i nostri predecessori. Il neorealismo al cinema ha fatto (e continua a fare) proprio questo.
Il periodo del dopoguerra non è solo raccontato, ma viene sviluppato e analizzato sotto ogni punto di vista. La corrente cinematografica neorealista attraversa gli anni ’43-45 e arriva fino al 1952-1954. Comincia idealmente con Luchino Visconti che porta sul mercato cinematografico un film come Ossessione e poi conosce il suo epilogo con l’avvento di Federico Fellini che strizza l’occhio a un cinema più orientato verso evasione e modernità. Film come La Strada sono l’esempio che qualcosa nel pubblico stava cambiando.
Il neorealismo e le sue influenze artistiche
Una volta elaborati i conflitti e le liberazioni che l’Italia ha attraversato, il neorealismo non è finito in una soffitta senza più essere analizzato. Non si è trattato esclusivamente di un movimento organizzato, con neorealismo si intendeva e si intende ancora lo sviluppo di una vera e propria stagione culturale. Il cinema ha dato la stura a tutta una serie di arti e rappresentanti affini che cominciavano a porsi le stesse domande che attori e registi, con opere più o meno impegnate, portavano in sala.
Ecco perché poi un film che attinge dal neorealismo diventa un kolossal: non è quindi solo un’opera che intrattiene, diviene un film manifesto perché incarna il sentore e le suggestioni psicosociali di generazioni. È successo, tra gli altri, anche a Cabiria di Giovanni Pastrone. Un’opera nata senza pretese divenuta caposaldo di genere proprio per la sua autenticità e artigianalità che è in grado di rappresentare un’epoca senza sconti, ma con tanta accuratezza e persino la giusta dose di sentimento.
Giovanni Pastrone e il primo kolossal
Giovanni Pastrone ha dato vita a quell’opera quando parlare di neorealismo era ancora una visione. Non c’era contezza precisa di quel che sarebbe accaduto, ma nell’aria esisteva già la voglia di liberarsi da determinate catene non più soltanto ideali e disfarsi di pregiudizi e stereotipi che avrebbero portato lo Stivale a chiudersi in sè stesso. L’opera prodotta da Itala Film è datata 1914 e ancora oggi è considerata il primo kolossal: ovvero un prodotto senza tempo che può essere plasmato a cartina tornasole di un’epoca. Fu il primo film a essere proiettato alla Casa Bianca. Da Cabiria a Freaks Out sono trascorsi 107 anni, vale a dire più di un secolo.
I due film, però, hanno le medesime prerogative. Raccontare la guerra e le sue conseguenze in modo diverso. Mainetti e Pastrone hanno influenze diverse, ma la stessa esigenza: sparigliare le carte partendo da qualcosa che già esiste. Pastrone aveva terra vergine negli anni della Grande Guerra, mentre Mainetti nel 2021 arrivava da una situazione più agevole (stimoli e maggiori aspettative) senza però un paracadute adeguato.
Freaks Out dopo Cabiria
Il regista romano è nel bel mezzo di anni dove tutto sembra possibile, ma serve una base da cui ripartire. Lui un precedente ce lo aveva e si chiamava Jeeg Robot. Quel film, il cui titolo completo è Lo Chiamavano Jeeg Robot, rappresenta un vero e proprio punto di svolta per Mainetti ma anche la sua croce più grande. Quando è uscito, nel 2015, non lo voleva produrre nessuno. I possibili produttori dicevano che il cinema di genere stava morendo e non c’era più tempo, né modo, di rischiare.

Mainetti se lo è finanziato autonomamente, in parte, attraverso quella che era una sua casa di produzione. Ha dovuto, in altre parole, fare di necessità virtù. Se non avesse scelto questo sentiero, probabilmente non staremmo parlando neppure di Freaks Out. Morale: Jeeg Robot fa incetta di David di Donatello e tutti si accorgono che esiste un regista romano, proprio al pari di Pastrone, in grado di sparigliare le carte partendo da storie verosimili. Arriviamo, dunque, al neorealismo contemporaneo messo in atto con Freaks Out.
La Resistenza tra privazioni e superpoteri
Siamo nella Roma della seconda guerra mondiale e quattro artisti circensi si mettono alla ricerca del proprio maestro Israel, caricato su uno di quei treni che non prevede viaggio di ritorno. Tutti hanno poteri più o meno speciali e devono guardarsi non solo dai rastrellamenti dei fascisti e dei nazisti, ma anche dalla diffidenza dei possibili complici. Nessuno, apparentemente, può aiutarli nella loro impresa perché oltre a essere considerati “stranieri” pagano anche il prezzo della loro condizione particolare. Chi ha dei superpoteri nel corso della seconda guerra mondiale non è soltanto anacronistico, ma anche oggetto di ulteriori persecuzioni.

Mainetti, con l’aiuto di un cast corale importante – che va da Pietro Castellitto a Claudio Santamaria fino ad Aurora Giovinazzo – riqualifica il neorealismo con tutta l’audacia di un film fantasioso. Spariglia le carte, ma con stile e anche una buona dose di estro. C’è la doppia accezione coercitiva, mista alla volontà di scardinare l’ordine costituito anche grazie a qualche super potere, che non solo ribadisce e rafforza il concetto di Resistenza ma riesce addirittura a farlo diventare attuale come si conviene senza scadere nella banalità e nella retorica. Anzi, l’imperativo è stupire il pubblico con effetti speciali. Quasi come se un grande classico come Roma Città Aperta incontrasse Il Mago di Oz con qualche influenza degli Avengers.
Roma Città Aperta e Il Mago di Oz
Un prodotto davvero inedito destinato a fare la storia del genere fantasy partendo da precedenti illustri con una componente storiografica accurata. Classico e avanguardia si mescolano per un fine più grande. Anche questo vuol dire non dimenticare un passato che, in maniera alternata, torna a bussare alla porta. L’importante è farsi trovare pronti con approfondimento, cultura e grande cinema. Ce l’ha fatta Pastrone nel 1914, ha continuato Mainetti nel 2021 e il giro non è ancora finito. Non resta che aspettare la prossima opera spartiacque, nel frattempo c’è il tasto del rewind.