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Street Fighter, il manifesto nostalgico degli anni 90

Il street fighter film di Kitao Sakurai arriva nelle sale con Noah Centineo e Jason Momoa. Un adattamento che cattura l’estetica arcade tra nostalgia e critica.

23 Ottobre 2026 20:04

Il film di Street Fighter è arrivato nelle sale il 16 ottobre 2026, distribuito da Paramount Pictures e Legendary Pictures, portando sullo schermo uno dei videogiochi arcade più iconici della storia. Alla regia c’è Kitao Sakurai, e nel cast figurano Noah Centineo, Andrew Koji, Callina Liang e Jason Momoa. La domanda che in molti si sono posti fin dall’annuncio è la stessa di sempre: può un adattamento di un picchiaduro funzionare al cinema, dopo il disastro culturale del 1994?

Un materiale di partenza difficile da tradurre in narrazione

Adattare Street Fighter per il grande schermo è un’impresa che chiunque abbia memoria cinefila affronta con diffidenza. Il videogioco originale — un arcade da sala giochi degli anni Novanta — non ha una trama nel senso tradizionale del termine: ha personaggi, mosse speciali, sfondi esotici e un’estetica iperbolica. Tutto ciò che rende il gioco irresistibile è quasi per definizione antinarrativo. Sakurai, già noto per il suo approccio visivamente sopra le righe, prende in mano un materiale che non chiede profondità psicologica ma coerenza stilistica e ritmo.

Il film dura 119 minuti e ha ottenuto una classificazione PG-13, il che già dice qualcosa sulle ambizioni commerciali del progetto: non si punta a un pubblico adulto disposto a tollerare violenza esplicita, ma a una fascia larga che includa i nostalgici trentenni e quarantenni e i più giovani che conoscono il franchise attraverso i capitoli recenti del videogioco.

Noah Centineo e Jason Momoa: un casting che divide

La scelta di Noah Centineo nel ruolo principale ha generato discussione ancora prima dell’uscita. Centineo è un volto legato alla commedia romantica di Netflix, e vederlo in un film d’azione basato su un picchiaduro richiede un salto di immaginazione non banale. La sua presenza fisica e il suo carisma vengono messi alla prova in un genere che tradizionalmente premia la credibilità atletica sopra ogni altra cosa.

Jason Momoa, al contrario, è esattamente il tipo di presenza che ci si aspetta in un film come questo: imponente, magnetico, capace di riempire l’inquadratura con una naturalezza che pochi attori della sua generazione possono vantare. La sua partecipazione al cast è uno degli elementi che ha alimentato le aspettative nei mesi precedenti all’uscita. Andrew Koji e Callina Liang completano un ensemble che sulla carta ha le credenziali giuste, anche se la ricezione critica ha messo in discussione quanto il film riesca effettivamente a valorizzare ciascuno di loro.

La ricezione critica: nostalgia sì, ma non basta

Qui la realtà diverge sensibilmente da qualsiasi campagna promozionale. Le recensioni apparse dopo l’uscita del film di Street Fighter dipingono un quadro tutt’altro che trionfale. Alcune fonti descrivono il film come «a complete mess», altre si fermano a una valutazione di cinque su dieci — sufficienza risicata, non celebrazione. La nostalgia per gli anni Novanta è chiaramente uno degli assi portanti della produzione, ma la nostalgia da sola non costruisce un film.

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Il problema ricorrente negli adattamenti di videogiochi è la tensione tra fedeltà al materiale originale e necessità di creare una storia che funzioni autonomamente. Quando si privilegia troppo il primo elemento, il risultato è un film che soddisfa i fan hardcore ma lascia freddo chiunque non abbia passato ore davanti a un cabinato. Quando si privilegia il secondo, si rischia di tradire l’identità del franchise. Sakurai sembra navigare in questo spazio difficile con risultati che la critica giudica, nella migliore delle ipotesi, discontinui.

Il confronto inevitabile con il passato del franchise al cinema

Non si può parlare di un film tratto da Street Fighter senza evocare il precedente del 1994, con Jean-Claude Van Damme e Raul Julia. Quella pellicola è diventata nel tempo un oggetto di culto involontario: talmente eccessiva, talmente ingenua, talmente figlia del suo tempo da risultare paradossalmente amabile. Non era un buon film, ma aveva una sua personalità assurda e memorabile.

Il rischio per il film del 2026 è opposto: essere abbastanza consapevole del proprio materiale da evitare i difetti più grossolani del predecessore, ma non abbastanza coraggioso da trovare una voce propria. La consapevolezza meta-cinematografica, il wink al pubblico, il tono che oscilla tra l’ironico e il sincero — sono tutti strumenti legittimi, ma richiedono una mano ferma per non scivolare nell’incoerenza.

Paramount e Legendary puntano su un franchise di lungo respiro

Dal punto di vista industriale, la produzione congiunta di Paramount Pictures e Legendary Pictures segnala un investimento pensato per costruire un franchise, non per chiudersi in un singolo episodio. Street Fighter come proprietà intellettuale ha una base di fan globale enorme, alimentata da decenni di capitoli videoludici e da un torneo competitivo attivo a livello mondiale. Il potenziale commerciale è reale, indipendentemente da come va la critica.

La storia recente degli adattamenti di videogiochi — da Sonic the Hedgehog a The Super Mario Bros. Movie, passando per Mortal Kombat del 2021 — dimostra che il pubblico può essere conquistato anche quando i recensori sono tiepidi, a patto che il film offra abbastanza spettacolo e fedeltà emotiva al materiale originale. Se il film di Street Fighter riuscirà a replicare quella formula lo dirà il box office delle prossime settimane.

Quello che è già chiaro, guardando al debutto e alle prime reazioni, è che Sakurai ha costruito qualcosa di divisivo: non un disastro, non un trionfo, ma un film che pone domande interessanti su cosa significhi portare al cinema un’eredità ludica tanto amata. Per chi vuole vederlo, è attualmente nelle sale italiane distribuito da Paramount.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.