Non solo Wolverine…

Attore versatile, fascinoso e “fisico” che deve a Wolverine la sua fortuna cinematografica e che tuttavia non esita a mettersi in discussione attraverso personaggi dall’anima, inquieta, tormentata o sensibile. Questo è Hugh Jackman ed ecco i cinque film che meglio lo definiscono


Immaginereste mai Wolverine in gessato scuro sgambettare il tip-tap a mo’ di arringa finale per una Renèe Zellweger oca (assassina) dentro un’aula di tribunale tramutata in circo delle falsità? Una delle tante curiosità che gira intorno a Hugh Jackman riguarda proprio quel ruolo rifiutato nel 2002, l’avvocato Billy Flynn di “Chicago”, poi interpretato, con successo, da un maturo Richard Gere. Il giovane Jackman (32 anni all’epoca del musical di Rob Marshall) si riteneva troppo giovane per quella parte. Sarà stata inutile prudenza la sua perché l’attore australiano in realtà col musical ci sapeva già fare (“Oklahoma!” e “Beauty and The Beast” a teatro), proprio come il giovane Gere che non a caso aveva esordito sui palchi nel ruolo di Danny Zuko in “Grease”.

Prove di modestia le sue perché in fatto di versatilità il bel Hugh (da un decennio tra gli uomini più sexy di tutte le classifiche femminili) ha dimostrato di averne abbastanza da vendere (vedi alla voce “Notte degli Oscar 2008”, serata che proprio i suoi numeri di danza e canto hanno reso fra le più memorabili degli ultimi anni). Nemmeno l’ironia difetta al nostro visto che è stato capace di improvvisare sul set di “Wolverine” il micidiale “Gangnam Style” in compagnia dello stesso PSY. Fisicaccio scolpito (il suo workout, a quasi 45 anni, fa a gara con quello di Tom Cruise), laurea mai sfruttata in giornalismo e un cipiglio nello sguardo che sembra richiamare quello di un giovane Eastwood (se lo guardi dal naso in su però, perché sotto tende a sciogliersi in un sorriso più largo e amichevole di quello del cavaliere pallido). I cinque film sotto elencati sono la prova del suo eclettismo d’attore in crescita:

X-Men di Bryan Singer (2000)

Diciamocelo francamente: il film Marvel, capostipite della serie sui mutanti, sarebbe stato la stessa cosa senza Jackman nei panni di Wolverine? No. Ecco perché il primo “X-Men” (vero film-rinascita del cinecomics due anni prima di “Spiderman”) lo consegna subito nell’olimpo delle giovani promesse. Zazzera da mannaro e artigli che erompono dalla carne, il taciturno Logan è il centro narrativo del film. Insieme a lui scopriamo meglio chi sono i mutanti e i loro maestri e impariamo a schierarci, nel bene o nel male, dalla parte del “diverso” emarginato. Un ruolo che vale una rendita ma sul quale Jackman, intelligentemente, non costruisce il suo unico modus recitandi.

“Kate & Leopold” di James Mangold (2001)

La “commedia-canto del cigno” con cui una (ancora guardabile) Meg Ryan dice addio al ruolo di fidanzatina d’america, è anche quella che consacra Jackman a sex symbol di tutto il globo terracqueo femminile. Ad essere il fidanzato ideale adesso è lui, la neo-star australiana, anche amico di Nicole Kidman, che qui interpreta il duca gentiluomo inventore dell’ascensore piombato giù da un wormhole per fare innamorare l’ormai matura Sally del terzo millennio. Archiviata la seriosità del mutante con lo scheletro di adamantio, Hugh ce la mette tutta per convincere l’altra metà del cielo che sa anche sorridere e sedurre. E ci riesce senza difficoltà.

“The Prestige” di Christopher Nolan (2006)

Il cristallino apologo di Nolan (capolavoro per chi scrive) sul tema dell’illusionismo come mezzo di persuasione di massa, annovera un cast selezionato con ineccepibile esattezza. Il plauso quindi va a tutti. A Jackman tuttavia tocca il ruolo moralmente più sgradevole, quello di chi, fra i tanti sacrifici cui vanno incontro tutti i personaggi, è destinato a compiere il più tremendo, quella scelta feroce che annulla dignità, coscienza e, soprattutto, identità. Gli artigli di Wolverine stavolta lacerano il corpo dentro e non più quello fuori. E Jackman incarna l’abiezione con barlumi di umanità che lo rendono ancora più tragico e maledetto.

“The Fountain” di Darren Aronofsky (2006)

Sono in tanti a detestare questo film di Aronofsky, forse perchè ne hanno voluto cogliere soltanto il cotè fantascientifico e (vagamente) kubrickiano della messa in scena. Eppure, se si è capaci di andare oltre il drappo new age (che resta visivamente pregevolissimo), si scorgono i solchi più dolorosi di una storia su malattia, perdita e impossibilità di elaborare un lutto. Aronofsky all’epoca sperimentava, mettendo in cantiere una lezione che sarebbe sfociata nel più celebrato “Black Swan”. Hugh Jackman invece, dopo gli abissi morali di “The Prestige”, sondava quelli del dolore e dell’ossessione. La sua massiccia prestanza fisica si piega sotto le lacrime versate per l’angelo (Rachel Weisz) strappato a lui e alla vita.

“Les Miserables” di Tom Hooper (2012)

Se quest’anno l’Academy Awards avesse votato più col cuore che col raziocinio, l’Oscar non glielo avrebbe potuto soffiare nessun impettito Daniel-Day Lewis. Il ruolo della vita o, meglio, di quell’altra vita cinematografica che gli prospettiamo al di là dei mutanti e dell’ennesimo “Wolverine-l’immortale”, è questo. Hugh Jackman dimostra che si può essere un grande Jean Valjean anche fuori dal palcoscenico. Basta saper unire ad un cantato singhiozzante e (volutamente) imperfetto, l’autenticità di un recitato vissuto davvero sulla propria pelle. Jackman qui non canta (soltanto) né recita gorgheggiando. Lui dialoga con la propria anima e con gli spettatori, restituendo lo spessore di un personaggio letterario doloroso e combattuto, diverso perfino da quello del musical originale. In ogni caso sublime.