Drinking Buddies: recensione in anteprima

Torino Film Festival 2013: giovani trentenni di Chicago oggi. La quotidianità, i problemi sentimentali e soprattutto… tanta birra! Da esponente del Mumblecore a cantore dei sentimenti e della vita di una generazione, Joe Swanberg firma con Drinking Buddies il suo film più maturo e compiuto. In Festa Mobile.

I ragazzi del Mumblecore sono cresciuti e maturati: magari non tutti, ma gli esponenti principali del “movimento” (che movimento reale non fu) hanno fatto tutti un salto in avanti. Un salto che a volte corrisponde al budget maggiore o ai nomi delle case di produzione/distribuzione che hanno avuto alle spalle dopo gli esordi super low budget. Salto che però a volte corrisponde anche ad una certa qualità.

Ne è passato di tempo da quella memorabile edizione del SXSW che diede il “via” e battezzò questo gruppo di filmmaker sconosciuti provenienti da città diverse degli States (Boston, Chicago, New York…), che avevano voglia di raccontare la propria generazione con i pochi mezzi che avevano a disposizione. Era esattamente il 2005.

E se il termine Mumblecore è entrato in vigore nel dizionario “cinefilo” attorno al 2007, quando ormai i propri autori si stavano già formando da tempo, è innegabile che tutti loro hanno preso strade diverse pur restando amici o costruendo altre cerchie di amici e collaboratori. Prendiamo proprio il caso di Joe Swanberg, il regista di Chicago: col tempo si è pure scoperto appassionato di horror (vedi il riuscito segmento da lui diretto per V/H/S), facendo incursioni attoriali in prodotti girati da alcuni amici (You’re Next e The Sacrament).

Forse quello meno interessato all’estetica di tutto il gruppo del Mumblecore, Swanberg ha avuto la possibilità con Drinking Buddies di sfruttare un cast che ha innanzittutto due attrici molto famose, andando in una direzione più mainstream rispetto alle altre opere da lui firmate. Il risultato non snatura però affatto il suo cinema e la sua ricerca.

In un birrificio artigianale l’atmosfera è molto diversa da quella di un qualsiasi altro posto di lavoro: per i colleghi Kate e Luke è normale fermarsi a bere una birra, fare due chiacchiere dopo la chiusura e, inevitabilmente, lasciarsi andare a quella sintonia un po’ alcolica su cui del resto si fondano le migliori amicizie. Ed è infatti così che i due si ritengono: amici.

Non si sognano neppure di provare a capire se il loro legame così stretto non preluda a qualcosa di più. Anché perché sono entrambi fidanzatissimi: lei con Chris, produttore musicale, e lui con Jill, insegnante di scuola che sta pensando di sposare. Però come sempre, più si fa finta di niente, più le circostanze congiurano per metterci di fronte alle questioni inevase. E un weekend a quattro fuori città mette ancora più dubbi sulla loro relazione di sola amicizia.


Dicevamo che con Drinking Buddies, Swanberg non si snatura affatto, nonostante la presenza di due attrici come Olivia Wilde e Anna Kendrick. Pensate che nel 2007 il regista aveva diretto un film tutto completamente improvvisato (Hannah Takes the Stairs), e non a caso venivano citati tutti gli attori nei writing credits. L’operazione di Drinking Buddies è molto simile: Swanberg ha lasciato praticamente gli attori all’oscuro sulla trama, chiamandoli a rapporto ogni volta per le scene che dovevano girare, senza anticipare loro nulla.

In più, per aumentare l’immedesimazione degli attori coi propri ruoli (che per forza di cose costruivano man mano assieme a lui), Swanberg ha lasciato loro la libertà di scegliere i nomi dei propri personaggi. Il risultato, ieri come oggi, è ancora una volta tutto concentrato sulla ricerca dell’attimo più verosimile, tra lunghi dialoghi e botta-e-risposta che paiono uscire da un documentario sulla vita dei trentenni di oggi.

Drinking Buddies non è però una commedia in senso stretto, dove si ride ogni due per tre o dove la volontà dell’autore è creare una gag che tenga il ritmo al momento giusto. Si tratta semmai di uno sguardo leggero su una fetta di vita e su una generazione alle prese coi propri sentimenti e la difficoltà nell’esprimerli nella quotidianità. Non era incentrato sullo stesso tema, con la variante del web, pure LOL?

Il film potrà sembrare a qualcuno l’ennesimo indie che, tentando di “registrare” la quotidianità dei trentenni americani, finisce per girare a vuoto. Ma i personaggi sono azzeccati, soprattutto quello della protagonista interpretata benissimo dalla Wilde. E, soprattutto, Drinking Buddies sta in piedi e si regge a livello narrativo perché non sai mai esattamente dove andrà a parare. Così fanno più effetto alcuni momenti di improssivo calore e di tenerezza, come un bacio sulla fronte durante un pic-nic “adultero”.

Ovviamente più curato del solito nella forma (il diretto della fotografia è Ben Richardson, che viene da Re della Terra Selvaggia), Drinking Buddies ha poi un’altra carta su cui tutto si fonda e gira attorno: la birra. Non c’è praticamente scena dove non ci sia una pinta o un bicchiere pieno: senza falsi moralismi, e al di là del fatto che con la birra i protagonisti ci lavorano, Swanberg sa che l’alcol è un collante sociale. Provate infine a dare un’occhiata alla scena in cui Jill e Luke giocano a tavola: non vi sembra che la Kendrick sia davvero alticcia? Ecco: lo era davvero!

Voto di Gabriele: 7

Drinking Buddies (USA 2013, commedia 95′) di Joe Swanberg; con Olivia Wilde, Jake Johnson, Anna Kendrick, Ron Livingston, Ti West, Roberta Chung, Mike Brune, Callie Stephens, Frank V. Ross.

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