Lettere dal Sahara: recensione e curiosità sull’ultimo De Seta

Lunedì 20 novembre, ore 21.00, Multisala Pio X di Padova: proiezione di Lettere dal Sahara, presentato come Evento Speciale all’ultimo Festival di Venezia. Non solo un’opportunità per chi se lo è perso a Venezia o in sala (per il sottoscritto entrambe le cose) di vederlo, ma di discuterne con chi quel film lo ha diretto:

Lunedì 20 novembre, ore 21.00, Multisala Pio X di Padova: proiezione di Lettere dal Sahara, presentato come Evento Speciale all’ultimo Festival di Venezia. Non solo un’opportunità per chi se lo è perso a Venezia o in sala (per il sottoscritto entrambe le cose) di vederlo, ma di discuterne con chi quel film lo ha diretto: presente in sala, appunto, Vittorio De Seta.

Ragionando proprio su Venezia 63, si nota che tre dei (in realtà pochi) film italiani presentati al festival trattano in un modo o nell’altro l’immigrazione/emigrazione: Nuovomondo, dove una famiglia di siciliani nei primi anni del ‘900 parte per trovare fortuna in America; La stella che non c’è, con una ragazza cinese che lavora come traduttrice, cercando di fare del suo meglio, in Italia, per poi fare da traduttrice proprio a colui che le ha fatto perdere il lavoro in Cina; infine proprio Lettere dal Sahara.
Secondo De Seta è questo tipo di cinema, quello impegnato, quello serio (che nulla ha a che vedere con i paparazzi sulla coppia Cruise-Holmes, per la serie maccheccefrega) che potrebbe cambiare la situazione non proprio brillante di un’Italia in cui le leggi e il razzismo ancora vivo non aiutano di certo la situazione degli immigrati.

Lettere dal Sahara ha una nascita molto travagliata. Una gestazione lunga la sua, di anni e anni, che conta circa una decina di riscrizioni della sceneggiatura. Ed ora il risultato è quello che possiamo vedere, e De Seta, se ne avesse l’opportunità, lo rifarebbe di nuovo così: certo, poi sarebbe comunque diverso… basta infatti cambiare di pochissimo la posizione della m.d.p. che il messaggio che si vuole mandare o l’emozione sarebbero diversi.
Film diviso se vogliamo in tre parti, narra la storia di Assane, ragazzo senegalese che parte per l’Italia in cerca di un lavoro e di una sistemazione. Trovato assieme ai compagni sopravvissuti dalla polizia, riuscirà a fuggire, ed arriverà, passando per varie città, sino a Torino, dove conoscerà un’assistente sociale che lo aiuterà, anche per fargli prendere il permesso di soggiorno.
I temi sono tanti, importanti, gli spunti di riflessione infiniti. Non solo perchè si parla di immigrazione clandestina e di razzismo (vedere anche il momento in cui Assane ed un amico vengono picchiati da una banda di ragazzi italiani e lasciati cadere in un fiume: un momento che ricorda anche l’inizio della pellicola, quando un amico del protagonista cade in mare dalla nave che li sta trasportando verso le coste di Agrigento), ma anche di sradicamento, inteso proprio in quel senso che intendeva Simone Weil, ossia non riconoscersi più con l’ambiente, con la lingua, con la gente, e quindi con se stessi. Quando Assane decide di tornare nel suo paese d’origine, la situazione è di spaesamento, quasi di alienazione, un senso di smarrimento che deve in qualche modo ricondurre all’origine.

Pellicola che alterna momenti bellissimi ad altri in cui pare che il ritmo non renda troppa giustizia ai temi, Lettere dal Sahara è in ogni caso un’opera estremamente importante e difficile, che si impone con un certo didascalismo già definito comunque fondamentale per un’opera del genere. E questo didascalismo ha fatto ricondurre subito i critici ai vari documentari che De Seta ha girato nella sua carriera. Ed ecco che De Seta risponde, sottolineando il fatto che se un film tratta la realtà viene subito definito “documentaristico”: di documentario in effetti non si tratta, ma di riflessione su una storia assolutamente riconducibile alla realtà.

Il film, girato da una troupe di 21 elementi, è stato girato in digitale. “Mi preoccupa che nelle università s’insegnino ancora costantemente le tecniche di regia con la pellicola: ora è facilissimo col digitale, bastano anche solo due persone e la troupe è fatta”. E la scelta è assolutamente condivisibile per quanto riguarda la qualità della fotografia, bellissima e con momenti veramente affascinanti (vedi i momenti notturni, soprattutto).

I difetti ci sono ed anche ben visibili (oltre al ritmo prima citato, anche qualche momento in cui il didascalismo è troppo forte, i dialoghi non funzionano benissimo, nel finale il tutto si trascina un po’), ma il film va visto per tutti i motivi elencati in precendenza. Un’opera singolare, complessa più di quanto non si possa credere e sicuramente interessantissima. Non siamo dalle parti della perfezione, ma talvolta difetti e momenti non riusciti possono essere lasciati da parte per una autentica ed importante riflessione.

Voto Gabriele: 7

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