Premio FIPRESCI a Berlino 2015 - Il gesto delle mani: trailer e intervista al regista Francesco Clerici

Raccontare il lavoro degli artigiani attraverso un documentario, è "Il gesto delle mani", il documentario italiano di Francesco Clerici

Aggiornamento del 15 febbraio: "Il Gesto delle mani" conquista a Berlino il premio FIPRESCI (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique ossia la federazione internazionale della stampa cinematografica). Congratulazioni a Francesco e a tutti quelli che hanno lavorato al documentario!

Post dell'11 febbraio 2015: Dopo il libro 24 fotogrammi - Storia aneddotica del cinema, Francesco Clerici approda oggi al Festival di Berlino nella sezione Forum con il documentario Il gesto delle mani. Il doc osserva e racconta degli artigiani al lavoro per trasformare la scultura in cera di un'opera di Velasco Vitali in un bronzo cesellato rifinito e patinato. Abbiamo incontrato Francesco per una chiacchierata.

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1. Partiamo dall'inizio, di cosa tratta "Il gesto delle mani?"
Parla, credo, di più storie che si intrecciano (e forse non ne cito alcune che qualcun altro invece potrebbe individuare):
a) la storia di una scultura di Velasco Vitali che dalla cera diventa bronzo, cambiando “pelle”, nascendo, rinascendo, facendosi, disfacendosi. Da negativo a positivo, da positivo a negativo.. In un continuo modificarsi e svelare forme effimere funzionali all’idea originaria dell’artista.
b) I gesti di una tecnica antica.
c) Un luogo storico e senza tempo raccontato attraverso gli artigiani che lo rendono tale.
d) Il rapporto tra l’idea dell’artista e i passaggi della materia che rendono questo percorso intellettuale concreto.

2. Da dove è nata l'idea?
Dal lavoro con Velasco e dalla nostra collaborazione che nasce cinque anni fa. E poi dal luogo, la Fonderia Artistica Battaglia, cui sono approdato seguendo il suo lavoro e in cui sono rimasto ipnotizzato dai gesti e dal “silenzio” degli artigiani. E da una mia vecchia idea di documentario per immagini e suoni, senza musiche e con pochissimi dialoghi che mi è sembrata materializzarsi in quello spazio e in quel momento.

3. Ci dici due parole sulla Fonderia Battaglia?
Un luogo storico milanese in cui sono passati tutti i più grandi artisti italiani e in cui si respira un’aria allo stesso tempo solenne (delle sculture monumentali e dei nomi prestigiosi che sono passati e passano da qui) e umile (come può essere un lavoro manuale al servizio di un’idea). Un’affascinante miscela di sapere manuale e cultura orale, in un luogo le cui pareti e i cui dettagli “raccontano” da soli storie segrete.

4. Che atmosfera si respira sul set di un documentario del genere? E nella fonderia? Con quale atteggiamento lavorano gli artigiani?
Un “rumore zen”, in uno stato di (almeno per me) perenne ipnosi e riscoperta degli oggetti e degli strumenti. Gli artigiani fanno tutto con la naturalezza e la sapienza di chi senza saperlo crea e disfa sculture effimere di precaria bellezza.

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5. Cosa ti ha colpito di più del lavoro di questi artigiani?
La loro dimensione di naturalezza disinvolta: è come se non si accorgessero della straordinarietà dei loro gesti e della loro abilità.

6. Perché hai deciso di inserire pochissimi dialoghi e nessuna colonna sonora?
Sui dialoghi non ho deciso io: tutti erano liberissimi di dire ciò che volevano quando volevano, semplicemente il loro metodo di lavoro (e spesso la difficoltà di intavolare un dialogo sul rumore forte dei loro strumenti) prevede quell’atmosfera di “dialogo tra mani” e non tra voci… Volevo che la narrazione rimanesse concentrata sulla descrizione di un’atmosfera, di un luogo, di una storia che va avanti anche grazie a un audio preciso e “avvolgente”. In questo Michele Brambilla, Francesco Mangini, Fortuna Fontò, Emanuele Pullini e Mattia Pontremoli, e Massimo Mariani (mixaggio) hanno fatto un lavoro certosino e molto complesso dal punto di vista tecnico. E mi sembra questo funzioni meglio di una colonna sonora che sarebbe finita per essere invasiva. Per alleggerire il finale e rendere scorrevoli i titoli di coda ho invece chiesto a Claudio Gotti di comporre un pezzo con il basso...

7. Come siete arrivati a Berlino? Qual è il tragitto da compiere per arrivare ad un festival così importante?
La sezione Forum mi sembrava perfetta per il prodotto che stavo terminando, e allo stesso tempo il festival di Berlino (cui partecipo da spettatore da quattro anni) è di gran lunga uno dei miei preferiti: per cui mi sono detto “proviamo dal massimo possibile”. Mentirei se non dicessi che un po’ ci credevo, ma allo stesso tempo dubitavo che un film senza una vera casa di produzione, fatto con pochi soldi, fuori da ogni circuito, potesse davvero venire selezionato… E invece il festival di Berlino non smette mai di stupire…

8. Quando e come hai saputo della partecipazione a Berlino? La tua reazione?
Mi sono arrivate due mail: una del direttore di Forum e una del direttore della Berlinale. Ho riletto un paio di volte entrambe. Sembrava un account vero della Berlinale. Poi mi sono messo a lavorare per spedire il file definitivo prima della deadline che mi hanno dato una volta “accettato l’invito”, e da allora non ricordo granché: ci siamo messi a lavorare sodo. L’adrenalina mi è risalita al mio atterraggio a Berlino. A quel punto i programmi erano stampati e le locandine esposte: era tutto vero.

9. Dopo questo documentario ti piacerebbe fare l'artigiano che lavora il bronzo?
Credo di aver fatto questo documentario anche perché mi piacerebbe fare l’artigiano che lavora il bronzo. Ma anche perché fare un film con le modalità con cui l’abbiamo fatto è un procedimento “artigiano” a sua volta estremamente affascinante, e in cui sono al momento più a mio agio.

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