Vizio di Forma: recensione in anteprima del film di Paul Thomas Anderson

Paul Thomas Anderson porta per la prima volta un romanzo di Thomas Pynchon sul grande schermo. Il suo Vizio di Forma è un trip grottesco e disilluso all’interno dell’anima di una nazione, tra canne, fantasmi personali e sconfitta di una (contro)cultura. Incredibile e ‘oltre’, uno di quei capolavori che segnano un decennio.


A forza di volerlo spiegare troppo si rischia quasi di disinnescare il fascino di Vizio di Forma. Un po’ quando all’epoca uscì Mulholland Drive e tutti si affrettavano a trovarne un senso, che ovviamente c’è e oggi è piuttosto palese per tutti. Il nuovo film di Paul Thomas Anderson non è certo in linea col film di David Lynch, ma si prova allo stesso modo un senso di spaesamento che non fa che accrescerne la carica magnetica.

Come in The Master si comincia con l’acqua, in questo caso quella dell’Oceano Pacifico. Siamo a Gordita Beach, in California, alla fine degli anni 60. Larry ‘Doc’ Sportello (Joaquin Phoenix, per cui abbiamo speso ogni parola) è un detective privato di L.A. che fuma erba praticamente tutto il tempo. Un giorno riceve l’inaspettata visita dell’ex-fidanzata, Shasta Fay Hepworth, ora compagna di un pezzo grosso chiamato Mickey Wolfmann.

Shasta è convinta che la moglie dell’uomo e l’amante vogliano richiuderlo in un istituto mentale. Gli chiede quindi di cominciare a far luce sul mistero. Negli stessi giorni Doc riceve un’altra visita, questa volta nel suo ‘studio medico’ (lavora in un posto del genere, sì…): quella di Tariq Khalil, che chiede a Doc di rintracciare la guardia del corpo di Mickey, Glen Charlock, che aveva speso del tempo in carcere con lui.

Ma non sono gli unici due casi che gli capitano tra le mani nel giro di poche ore. Come terzo mistero da risolvere deve pure rintracciare un saxofonista da poco svanito nel nulla, Coy Harlingen, e questa volta è la moglie dell’uomo scomparso a chiederglielo (dal nome che è tutto un programma: Hope). Come fare a districare una matassa che in così poco tempo ha assunto dimensioni così grandi? Basterà il suo metodo così particolare e ‘intuitivo’?

Vizio di Forma è come guardare un noir – prendiamone quello più classico e ovvio: Il Grande Sonno – da strafatti. Quindi, in linea teorica, qualcosa di estremamente godereccio, fuori di testa e improbabile. Però non è affatto un divertissement come l’ha definito qualcuno, anzi: non può semplicemente esserlo. Semmai è il film più politico e disilluso di P.T. Anderson, uno che di film politici e disillusi finora ne ha fatti non pochi.

Vero: guardando Vizio di Forma si ha l’impressione di essersi fatti una canna. La sensazione è dovuta certamente al fatto che Doc, in 148 minuti densissimi, se ne fa tante. Però il senso di smarrimento che viviamo, ancorati al punto di vista delle indagini del protagonista, non è mica dovuto soltanto all’effetto che la marijuana ha su di lui: questa è semmai una lente deformante di una realtà che già di per sé ha un ‘vizio di forma’ intrinseco.

Per ‘vizio di forma’ si intende la tendenza negli oggetti fisici di deteriorarsi a causa della stessa instabilità dei componenti che ne fanno parte, al contrario del deterioramento causato da forze esterne. Chiaro e limpido questo concetto, vero? Però è francamente anche troppo semplice partire da un titolo che sembra essere bello e pronto per analizzare il senso di un’opera ben più complessa, e che all’interno del cinema di Anderson assume una valenza ancora più stratificata – o, almeno, diversa – del romanzo di Pynchon.

È ormai da due film che Paul Thomas Anderson segue un percorso tutto suo all’interno della Storia Americana. Prima Il Petroliere, il suo ‘Nascita di una nazione’, ambientato agli inizi del 1900, lì dove il ‘vizio di forma’ di una nazione diventa, appunto, intrinseco e si radica nel sottosuolo. Poi The Master, ambientato negli anni 50 durante la nascita di Scientology e dei culti, in cui lo spaesamento del singolo dopo la Seconda Guerra Mondiale diventa definitivo.

Ora c’è l’inizio degli anni 70 di Vizio di Forma. Che ci parla innanzitutto del fallimento di una (contro)cultura, e se siamo arrivati a quel punto è proprio perché prima ci sono stati gli eventi de Il Petroliere e The Master. L’ultimo film di Paul Thomas Anderson è evidentemente il suo film più politico perché è dichiaratemente un’Odissea, un viaggio, un trip grottesco e malinconico (a tratti delirante e tristissimo) nell’anima di una nazione.

Su questa base vediamo decine di personaggi che entrano escono muoiono amano fannocose sopravvivono. Doc ne incontra di personaggi ‘al limite’: però sono proprio tutti un po’ fuori di testa, e questo dovrebbe già dire molto. C’è il Dr. Rudy Blatnoyd, dentista pazzo e cocainomane. C’è Penny Kimball, procuratrice distrettuale che non sopporta Doc però poi ci finisce a letto in un battibaleno.

Poi c’è ovviamente quello che pare essere l’altra faccia della medaglia di Doc, il poliziotto Christian ‘Bigfoot’ Bjornsen, che odia gli hippie e crede che ogni gruppetto, anche il più piccolo, possa essere la prima cellula di un movimento pericoloso (eccoli, i culti!). Doc si approccia a questi personaggi con la sorpresa di chi non capisce chi ha di fronte o cosa stia davvero succedendo, con l’incapacità di leggere la realtà, per di più già annebbiata da un sacco di canne. E non sarà mica un caso se Freddie Sutton in The Master era sempre inebriato dai fumi dell’alcol, no?

Vizio di Forma

Come in The Master c’è poi una ragazza che ritorna come un fantasma. Solo che in quel caso era tutto nella mente di Freddie, qui Shasta esiste qui e ora. Eppure è palese che sia il motore che scatena tutto ciò che succede in Vizio di Forma, più o meno come l’amore di Freddie lo metteva in certe situazioni. Un fantasma personale di Doc, che uno dei tanti del film: anche la voce over di Sortilège pare quella di un fantasma.

Ogni personaggio potrebbe sparire da un momento all’altro, e c’è una strana sensazione di pericolo che non è mai forzata eppure è tangibile. Questo è puro noir: ed è il noir il modo in cui Anderson ci invita a leggere il mondo. Quindi a vivere la realtà in diretta (Vizio di Forma è un film cronologico) e comunque non capirla. Persino le ovvietà sono negate di fronte agli occhi (“Ma è una svastica quella sulla sua fronte?”, “No, è un antico simbolo hindu che significa ‘Tutto è a posto'”), è meglio continuare a far finta di nulla anche di fronte all’evidenza.

Romantico e sexy (il piano fisso con Doc e Shasta è spaziale), assurdo e spaventoso, grottesco e serissimo (si ride molto, ma si sbarranno anche spesso gli occhi), Vizio di Forma è ipnotico anche perché ha la musica di Jonny Greenwood e Neil Young. Poi perché ha la corruzione e il mistero, i neon, L.A. e i canyon, il mare e la spiaggia, il sole accecante della California e la sua notte che profuma di palme e di erbe (tutte le erbe) e patchouli. Materia che, grazie alla regia di Anderson, sembra uscita proprio fuori da un sogno.

Non è però un film nostalgico, Vizio di Forma, per carità. Di quell’epoca e di quel preciso momento storico non rimpiange nulla, perché è il momento di una sconfitta definitiva. È palese chi è che ‘perda’ alla fine del film: di conseguenza la parabola decadente di Boogie Nights (fine ’70 – inizio ’80) e i problemi quotidiani di Magnolia (oggi), nel Grande Affresco Americano di Paul Thomas Anderson, hanno paradossalmente ancora più senso, figli di quel vizio intrinseco che nessuno ha voluto fermare e che in molti hanno invece cavalcato.

Segnato da magistrali pianisequenza, da un uso impercettibile dello zoom e da travelling con macchina a spalla che fanno impallidire più o meno tutti i registi nominati agli Oscar, Vizio di Forma è fluido come un sogno e inquietante come il suo stesso passaggio verso un incubo nonsense. È Il Grande Lebowski che incontra proprio Mulholland Drive. Una seconda visione è obbligatoria, ma la sensazione di trovarsi di fronte uno di quei rari film che segnano un decennio è netta. O forse è che non abbiamo ancora smaltito l’effetto.

Voto di Gabriele: 10
Voto di Federico: 8.5
Voto di Antonio: 7½

Vizio di Forma (Inherent Vice, USA 2014, drammatico / grottesco / noir 148′) di Paul Thomas Anderson; con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Katherine Waterston, Owen Wilson, Reese Witherspoon. Qui il trailer italiano. Uscita in sala il 26 febbraio 2015.

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