Venezia 2019, Joker, recensione - più che uno spin-off la vetrina di Joaquin Phoenix

Arthur non è mai stato felice in vita sua. Non un solo giorno. Ma è cresciuto con l’idea che l’unico modo per ribaltare, o forse semplicemente non pensare a questa realtà dei fatti, fosse quello di sorridere. «Sorridi e tutto passa», traduzione più o meno a senso di «put a smile on your face». Ma Arthur ride, ride e ride; a tratti sembra non riuscire a fare altro. La ragione è un problema neurologico che gli è stato diagnosticato, per cui improvvisamente si manifestano questi attacchi che lo fanno ridere a tal punto da sembrare sistematicamente lì lì sul punto di vomitare i polmoni. Condizione beffarda, una punizione verrebbe da dire, in un contesto dove non c’è alcun motivo anche solo per sorridere, in cui va tutto a rotoli, la decenza non esiste più.

Joker è un film su cui toccherà tornare a prescindere. Meglio infatti sgomberare il campo da equivoci, anche a costo di suonare troppo netti: non è un comic-movie, bensì, se proprio si deve, è più corretto annoverarlo tra le opere d’autore. Inserito nel solco di un fenomeno che ha a che fare con quella corrente lì, senz’altro, ma rispetto al quale non si premura tanto di rivedere o imporre nuovi standard, quanto di prenderne le distanze ed agire per conto suo. Più caso isolato che capostipite insomma, il film di Todd Phillips per il momento lo si tende a recepire così: un unicum, una storia delle origini decisamente atipica, a differenza per esempio di Logan, malgrado tutto ancorato in maniera più sensibile al mondo di riferimento.

Con questo sforzo invece la Warner Bros. è come se avesse deciso essere il tempo di cambiare direzione, provare a fare qualcosa che non scompagini ma che al tempo stesso si ponga al di là di aspettative e tendenze, che nel caso della DC lato Cinema si sono rivelate per lo più castranti, portando fuori strada. Opera importante perciò, e lo sarà ancora di più col tempo presumibilmente; anche grande però? Su questo francamente si ha una percezione diversa, che va in qualche modo elaborata.

Di base Joker si rivela un’operazione oltremodo interessante, a dire il vero già in premessa, confermata da alcune scelte spiazzanti, verrebbe persino da dire di rottura. Nondimeno, rimangono alcuni paletti che ad avviso di chi scrive non sono stati sublimati, in quanto proprio strutturali al progetto. In un’epoca in cui ci si affanna a voler sapere tutto nei minimi particolari, così poco incline al mistero o anche solo all’ambiguo, giudicati quasi dei mali da estirpare, voler razionalizzare ciò che porta il Joker ad essere ciò che è necessita di uno sforzo immane, nei riguardi del quale è estremamente arduo, quasi impossibile relazionarsi - a prescindere dalle svariate iterazioni del fumetto. A Phillips va riconosciuto, questo sì, l’abilità di aver fatto il possibile, dando vita alla versione meno imperfetta di una storia del genere, lavorando su elementi che certa Hollywood tende da tempo a scartare o a non curarsene affatto. Basta tutto ciò?

Quello che ci troviamo davanti è di fatto un buon film, a tratti addirittura notevole; la differenza è che si tratta sì di questa cosa, ma con in più un monumentale protagonista. Perché, sia chiaro, com’era lecito supporre, Joker è solo ed esclusivamente il palcoscenico di Joaquin Phoenix. Il suo non è un semplice contributo bensì la ragion d’essere di tale operazione, che pare semmai un pretesto per dargli carta bianca e fargli finalmente interpretare il ruolo che forse è addirittura nato per intrepretare. Senza alcuna magniloquenza, si tratta di una constatazione; e se non si crede a queste parole, beh, tocca necessariamente credere alla miriade d’inquadrature di cui è composto il ritratto dipinto da Phillips, a conti fatti un lungo primo piano interrotto qua e là da altre soluzioni che sembrano più delle licenze.

È vero, c’è tanto lavoro sulla corporeità di questo Joker, che in più di un’occasione viene inquadrato a torso nudo, costretto in quella carcassa che si contorce mentre il contenuto cerca di liberarsene in vista di quella trasformazione che, manco a dirlo, entro la fine del film si concretizza. Nulla però rispetto al lavoro sbalorditivo che Phoenix fa col proprio viso, procedendo secondo un percorso inverso: quando finalmente mette la maschera, in realtà è quello il suo vero volto, mentre la maschera era quella che ha indossato fino a poco prima.

Indulgente, al contrario, sulla tematica, che cavalca senza particolare estro la dicotomia noi/loro: da un lato i deboli, poveri e sconosciuti in genere, che tentano di emergere mentre invece sono condannati a priori ad una condizione di subalternità esistenziale; dall’altro i forti, che non sono solo i potenti ma anche i loro sottoposti, che sia un noto presentatore televisivo oppure il fiore all’occhiello di Gotham, Thomas Wayne. E non è certo così brillante questa parabola cristologica dell’Arthur vittima di continui abusi, gratuiti e violenti, che, insieme ad una psiche instabile a priori (rispetto alla quale, pure, viene data una spiegazione), formano un mix esplosivo. Ma non è evidentemente quello lo strato su cui s’ha da soffermarsi, perché in tal senso questo Joker non ha alcun messaggio da dare.

In fin dei conti la stessa chiave di lettura fornita da Phillips, ossia il suo ribaltamento di prospettiva, non è poi così innovativa. Esistono infatti, e da tempo, teorie che vedono nel Batman de Il cavaliere oscuro, e non nel Joker di Heath Ledger, il vero villain di quel film. Ecco, pur nella sua morale distorta, quello di Phoenix è un eroe, una sorta di condottiero che, nella sua raggelante follia, accende quella miccia che nessuno aveva ancora avuto il coraggio o la sconsideratezza di accendere. Proprio perché, sempre parlando di prospettiva, Phillips, a differenza di Nolan, s’industria nel farci entrare il più possibile in quella di Arthur, per cui ciò che lui percepisce come un’ingiustizia di conseguenza lo è pure per noi.

A tal punto la simbiosi tra il film e Phoenix è totale, che non è facile stabilire, o quantomeno illustrare a pieno, così su due piedi, come mai tenda ad esserci questo seppur non abissale scarto tra il film nel suo insieme e la strabordante performance del suo protagonista. Forse il lungo preludio che conduce all’ultima, deflagrante mezz’ora, composto dalla descrizione dello status quo, cui seguono le rivelazioni e, dunque, la definitiva presa di coscienza; ecco, qui fanno capolino cose egregie, miste ad altre che lasciano un retrogusto vagamente ridondante.

Quello perciò che è il punto forte, la vera virtù di Joker, finisce con l’essere per certi versi non un limite, ma quella componente che non gli consente di alzare ulteriormente un’asticella comunque già alta. Mi riferisco al fatto che il film di Phillips si sforza di descrivere un personaggio e quello soltanto, perciò non è tanto all’azione, a ciò che insomma, banalmente, accade, che bisogna prestare attenzione, ma proprio a tutta quella paletta di espressioni e conseguenti sensazioni che genera il lavoro di Phoenix, la cui prova finisce addirittura col dare più di una pista alla stessa sceneggiatura, certamente Phoenix-centrica, ma in un modo che qualche scompenso lo crea.

Ad ogni buon conto, Joker è uno di quei film rispetto ai quali si deve anzitutto reagire; la reazione è infatti, in questo caso più che in altri, la discriminante principe. Dopodiché ci sarà modo di sondarne la portata, entrare più in profondità nel merito di questa tappa che, come in parte accennato, più che per il genere potrebbe rivelarsi significativa per un intero modo d’intendere l’approccio dell’industria a tutto tondo. E ragioni per reagire Phillips ne infila più di una, e di buona fattura; contrariamente a quanto alcuni sospettavano, avendo comunque qualche attenuante, il regista di Una notte da leoni non si mette in mezzo ai piedi, cercando piuttosto di rimuovere qualsivoglia ostacolo, qualunque cosa possa opporsi alla resa piena, quanto più totale del personaggio attorno al quale tutto orbita. Anche questa è intelligenza, specie nella misura in cui ce la s’impone da sé, sapendo perciò come riuscirci. Anche nella peggiore delle ipotesi, difficile rimanere indifferenti a tutto ciò.

Voto di Antonio 7

Voto di Federico 8

Joker (USA, 2019) di Todd Phillips. Con Joaquin Phoenix, Zazie Beetz, Robert De Niro, Frances Conroy, Marc Maron, Josh Pais, Brett Cullen, Shea Whigham, Bryan Callen e Bill Camp. Nelle nostre sale da giovedì 3 ottobre 2019.

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