Come guarderemo i film dopo il Coronavirus, e come ne parleremo - Parte prima

Quali potrebbero essere le ripercussioni di questo questo virus che imperversa per il globo? Contribuire a dinamiche inedite oppure accelerare processi già in atto?

Viviamo tempi straordinari nell’accezione più immediata del termine, ossia appunto fuori dall’ordinario. È perciò inevitabile che in momenti come questi, che comunque si presentano immersi nella Storia, si tenda a valutare, ponderare non solo e non tanto le ripercussioni immediate di ciò che stiamo vivendo; si prova infatti anche ad immaginare cosa potrebbe accadere allorché una cosiddetta normalità ritorni, anche se è lecito supporre che sarà diversa, fosse pure di poco, rispetto a come l’avevamo lasciata.

In queste settimane il circuito festivaliero è senz’altro tra quelli che stanno accusando di più il colpo inferto dal coronavirus, con cancellazioni e posticipi a catena. Mai come adesso la nostra attenzione sta venendo monopolizzata da una realtà che evidentemente conoscevamo già, ma su cui fin qui, al netto delle criticità emerse negli ultimi anni in particolare, abbiamo comunque dato per scontata. Il Festival, l’idea proprio, come luogo d’incontro, di scambio, capace di generare mostri ma anche tavolo di discussione attraverso il quale forse non si crea necessariamente il cinema che verrà, ma che un impatto ce l’ha senz’altro almeno in relazione a come se ne parlerà, di cinema.

A qualcuno non sfuggirà che un tale discorso si può senz’altro estendere alla sala tout court, anche fuori dal contesto festivaliero, così come in generale a tutti quei settori che contemplano la possibilità di mostrare qualcosa riunendo un numero più o meno considerevole di persone nello stesso posto (concerti, mostre, esibizioni, etc.). E se su quest’ultima fattispecie eviterò per ovvie ragioni di soffermarmi, alla sala cinematografica, intesa come esperienza, mi ci accosto subito.

Inteso come esercizio commerciale non è certo chi scrive a dover evidenziare come certi cambiamenti tecnologici e culturali, avvenuti negli ultimi vent’anni in particolare, abbiano già inferto una serie di colpi notevoli: oggi le sale indipendenti sono gestite da figure quasi mitologiche, metà eroi, metà incoscienti, che lottano contro i mulini a vento pur di tenere in vita questi santuari sempre più rari. In alcuni casi riuscendoci, in tanti altri dovendo soccombere al predominio delle grandi catene, che possono contare su una programmazione più redditizia. Insomma, la sala come luogo di cultura, tempio appunto, passaggio essenziale per potere dunque aversi un culto, che è comunitario, già da anni rappresenta un concetto sempre più superato, che rimanda ad una stagione che oramai ricordano in pochi.

Un Festival, in questo senso, è una scuola, e lo è per tutti, sia per chi i film li fa ma anche per chi li vede, che poi ne debba o scrivere o meno. L’accalcarsi presso i luoghi in cui si svolge questo rito meraviglioso non rappresenta uno degli aspetti, bensì è componente pregnante, pure perché, come accennato poco sopra, rappresenta il contesto per eccellenza entro il quale il culto sopravvive, perpetuandosi alle nuove generazioni. Che si tratti del Lido di Venezia o del festivalino locale bazzicato da qualche decina di persone, poco importa; cambia la scala in ordine alla grandezza, al blasone, non certo al valore.

Per esempio, da tempo sostengo che la qualità del cosiddetto cinema mainstream, così come persino parte del cinema meno “trafficato”, risenta inevitabilmente del venire meno di questo scambio, di come insomma si è da tempo soliti consumare quella che è sempre più assimilata ad un’attività ricreativa anziché culturale, se non addirittura spirituale. Non saprei descrivere per filo e per segno in che termini, tracciando mappe e percorsi che attengono più a psicologi, neurologi e scienziati; mi è nondimeno chiaro che il trascorrere del tempo davanti a uno schermo con accanto qualcuno costituisca un’esperienza totalmente diversa dal darsi magari al medesimo testo/film/prodotto in solitudine.

Una solitudine, va detto, che non sempre è spaziale, perché oramai i film si vedono sui tram, per strada, negli aerei, nei treni e via discorrendo. In questi casi ad isolare è uno strumento che agisce su un senso che non è la vista, ossia l’udito, con le cuffie a fungere da argine, come se in quelle fasi si vivesse all’interno di una bolla che ci isola da tutto e tutti. Col tempo abbiamo dovuto prendere atto che questa forma d’isolamento rischi di essere persino peggiore di quella che si sperimenta in una camera, dove comunque non si agisce attivamente per “eliminare” il prossimo, bensì ci si limita a vivere l’esperienza in una stanza vuota ma non per questo assorbendoci, astraendoci in modo analogo (chiaro, se ciò che si vede “acchiappa” si finisce con l’estraniarsi, ma quello è un altro fenomeno).

Non intendo, almeno in questo momento, adoperare termini estremi, dunque non definirò i possibili scenari post-coronavirus come una minaccia; qualunque cosa sia, si tratta comunque di una realtà con cui ci confrontiamo da un bel po' e che già così incute un certo timore. Per questo ho cominciato dai Festival, quasi a volermici appellare, proprio adesso che ne sta cadendo uno dopo l’altro, con conseguenze che per alcuni di questi non è possibile preventivare. Chi orbita attorno a questo settore sa che la questione non è nuova, e certe sirene girano da tempo; insomma, è già capitato d’interrogarsi su quale sia il ruolo del Festival oggi, se la conversione a piattaforme online, anche solo parziale, non sia qualcosa che valga la pena sperimentare. Di recente ha optato per questa via il CPH:DOX di Copenhagen, che è stato convertito interamente ad evento digitale, solo per i residenti in Danimarca.

E ci sono da anni piattaforme che danno modo di vedere film che passano a Festival a cui, per un motivo o per un altro, in pochi riescono a prendere parte: su tutti, cito FestivalScope, rivolto agli addetti ai lavori (giornalisti, critici, organizzatori o cineasti che siano). Ma l’infinita diatriba, per citare la più celebre ed importante, tra Cannes e Netflix sta lì a dimostrare che le dinamiche che ci stanno dietro sono più complesse di quello che è possibile vedere in superficie, per cui chi in questi anni ha avuto l’ardire di schierarsi, da una parte o dall’altra, l’ha fatto in maniera spesso e volentieri ideologica, semplificando un problema che, virus o meno, esiste ed è serio.

Ora ci troviamo in questa condizione da pandemia incalzante, coi media che fanno la cronaca dei contagiati, là dove non dei deceduti, mentre si sente solo parlare di cose verso cui, giustamente, ogni persona sana nutre diffidenza, se non orrore, ossia sentir parlare di cure, rimedi e cose che sanno d’ospedale, dunque, gira che ti rigira, di morte. Anche questa è chiaramente una semplificazione, ma il senso è che una popolazione così incalzata, il cui istinto di sopravvivenza viene sollecitato fino a questo punto, cosa vuoi che gliene freghi se una delle esperienze più appaganti e finanche formative possa far registrare una mutazione da tempo in atto ma che potrebbe, a queste condizioni, rivelarsi definitiva?

(Fine prima parte)

Seconda parte: Come guarderemo i film dopo il Coronavirus, e come ne parleremo - Parte seconda

Foto di Donald Tong da Pexels

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