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Come guarderemo i film dopo il Coronavirus, e come ne parleremo – Parte seconda

Proseguiamo quanto argomentato nella prima parte in merito al potenziale lascito del virus su dinamiche ed abitudini attorno al fare e vedere cinema

Prima parte: Come guarderemo i film dopo il Coronavirus, e come ne parleremo – Parte prima

Mi rendo conto che chi tra noi si è trovato a coprirlo qualche Festival, tanto più se a mo’ di appuntamento fisso, rischia di avere una percezione sfalsata, non tanto perché infondata, quanto perché magari meno rilevante, meno essenziale di quello che in realtà è. Eppure sul ruolo di un Festival quale polo d’aggregazione privilegiato e, per certi versi, indispensabile, ai fini del discorso, il sottoscritto di dubbi non ne ha moltissimi. Anche laddove questo discorso a cui mi sto volendo aggrappare si dipanasse attraverso i social media, non si può glissare così impunemente su quanto avviene in quei giorni dentro e fuori la sala, le conversazioni, avute o rubate, in fila o mentre si corre a prendere un panino in quei fugaci buchi tra una proiezione e la necessità di dover buttare giù due righe su ciò che si è visto.

Nessuna nostalgia (che ovviamente c’è, non mi si fraintenda), solo l’esposizione di un processo che ha formato tanti, forse addirittura tutti quelli che hanno avuto accesso, in maniera più o meno frequente, ad ambienti del genere. Gusti, idee e convinzioni, non abbiate dubbi: tutti, nella peggiore delle ipotesi, hanno risentito di queste parentesi, che, a diverse modulazioni, hanno influenzato dallo studente che ha scritto qualche pezzo sul bloghettino personale al critico rinomato di questa o quell’altra grossa testata. Chi si è poi accostato a quanto partorito da queste penne, capaci o meno, non è stato che il destinatario di una catena che, dietro le quinte, ha visto all’opera simili logiche. E so che non sono tanti, me lo confermano i dati al botteghino prima ancora che quelli relativi ai singoli siti o, più prosaicamente, le interazioni con questo o quell’utente nei vari social; però ci sono e contribuiscono al discorso.

A questo punto un’ulteriore considerazione facciamola pure rispetto al cinema che va per la maggiore, quello che sposta cifre considerevoli, oltre che le cosiddette masse. In un articolo apparso qualche giorno fa sul New York Times i due redattori che lo hanno scritto hanno fatto i conti in tasca alle major almeno in relazione alle uscite più recenti. A parte i danni che potrebbero derivare dai rinvii, scelte forse obbligate ma non certo indolore, si menzionano i casi di film come Onward, che nella seconda settimana ha fatto registrare un calo del 73% negli incassi rispetto ai primi tre giorni (quando nel medesimo arco di tempo le percentuali, per un film Pixar, si attestano solitamente fra il 30 ed il 45%).

Bloodshot, con Vin Diesel, non è arrivato nemmeno a 10 milioni di dollari, sui 45 che ce ne sono voluti per farlo; The Hunt, prodotto meno esoso di Universal (è costato 15 milioni), ha raccolto poco più di 5 milioni di dollari. Grandi catene come AMC, il primo multiplex del Nord America, si sta trovando costretto a correre ai ripari, riducendo il numero di biglietti emessi per andare incontro al mantra di questi giorni drammatici, riassunto in due parole: «social distancing». Questo significa incassi ridimensionati in maniera sensibile, dunque perdita di posti di lavoro per tutti quegli operatori del e nel settore, dai seppur pochi proiezionisti a coloro che vendono bibite e caramelle o che stanno alla cassa. In altre parole, un duro colpo a questa forma di business, dal quale solo il tempo ci dirà fino a che punto si potrà rientrare.

Nell’ultimo decennio, Marvel in testa, l’unico modo che si è trovato per trascinare le persone nelle sale in gran numero, salvo rari casi (Joker?), è stato quello di creare da una parte l’evento, cosa che di per sé ha richiesto l’esborso di somme cospicue; in secondo luogo si è per forza di cose fatto leva su un tipo di esperienza che nessun altro posto può restituirti allo stesso modo, ossia quindi sfruttando all’inverosimile le peculiarità di quello spazio fisico che è la sala. Da qui l’idea di prodotti iperpompati, visivamente saturi, che, a torto o a ragione, convincessero lo spettatore a muovere il sedere dalla sedia e recarsi presso il multisala più vicino, perché «film con effetti speciali di quella portata se li vedo a casa è come non averli visti». E poi sì, anche se si tratta di un fenomeno più di nicchia, il recarsi in sala, che sia Avengers o l’ultimo Star Wars, è parte integrante di una filosofia, tappa obbligata per coloro che vivono queste espressioni della pop culture con un approccio militante.

Come però non ho voluto espormi troppo in negativo rispetto ad un futuro che evidentemente non conosciamo, non importa fino a che punto possiamo prevederne i contorni, farò lo stesso in relazione a quelli che personalmente giudico le altrettanto possibili, fino a un certo punto salutari ripercussioni su tale fronte. Con il consolidarsi di certi mutamenti, molte major, se non tutte, potrebbero dover/voler rivedere taluni presupposti alla base delle megaproduzioni, almeno per come le intendiamo adesso. Certo, di soldi per promuovere certi film potrebbero volercene tanti quanti se ne sborsavano prima, o magari pure di più, ma qualcuno potrebbe cominciare a misurarsela se varrà ancora la pena spingere sulla componente “ubriacante” a fronte di una fruizione che potrebbe passare in maniera ancora più massiccia di oggi da schermi ben più piccoli come quelli di TV e computer.

Senza contare, ed anche qui abbiamo a disposizione una casistica piuttosto solida, che molta attenzione si concentra da anni sui serial, prodotti che non sempre necessitano di vantare, tra le altre cose, una tenuta visiva spettacolosa come un Game of Thrones, limitandosi nella quasi totalità dei casi ad un’attenzione privilegiata per la scrittura, per cui spesso non vengono impiegate chissà quali cifre, malgrado non scopriamo l’acqua calda nell’evidenziare come la linea tra prodotti cosiddetti “televisivi” e cinematografici si sia di parecchio assottigliata negli anni. In generale, la predilezione per un tipo di esperienza su cui lo spettatore dispone di un raggio d’azione maggiore, come quello seriale (tre quarti d’ora, un’ora al massimo per episodio) appare essere a priori la soluzione più accattivante, e che certi cambiamenti, anziché intaccare, potrebbero verosimilmente rendere ancora più appetibile.

Qui, per chiudere, è dove ammetto di avere un po’ d’apprensione pro domo mea. Non si tratta della possibilità che vengano meno anteprime ed eventi, comunque il più delle volte riservate a pochi (quindi gestibili in ottica di distanze e quant’altro), ma l’idea di dover raccontare qualcosa che altri non conosceranno. Mi è capitato di alludere a tale questione, e non nascondo di essere stato più volte sul punto di scrivere un pezzo da integrare alla fine di ogni recensione, che si potrebbe riassumere così: «sappiate che la redazione del presente articolo risente di certe condizioni nella quali ci siamo trovati ad assistere al film trattato; non potendo dare per scontato che molti di voi si rechino presso una sala, sappiate che talune impressioni potrebbero rivelarsi “oscure” a coloro i quali si daranno alla visione mediante altri canali»; ma ho sempre lasciato perdere, un po’ perché mi paresse una pedante ovvietà, un po’ perché finivo sistematicamente per squalificarla come una precisazione sciocchina (entrambe le cose le ho pensate anche ora che le sto scrivendo, e con ancora più convinzione peraltro).

Tale attenzione per il discorso, per alcuni chiacchiericcio, attorno al cinema so che riscalderà pochi. E mi viene da pensare a studiosi preziosi come David Bordwell, per citarne uno che stimo, il quale immagino, niente di strano sbagliandomi, come un topo da biblioteca, lì davanti a uno schermo, lui e il suo blocco note, a vivisezionare film e prendere appunti. Eppure, su questo invece sono pressoché certo, dev’esserci stato un momento, un periodo in cui il buon David frequentava le sale, persino avidamente; e dev’essercene stato un altro ancora, magari sovrapposto a quello precedente, almeno per un certo lasso di tempo, in cui si abbeverava alle fonti di quei critici e studiosi che, come lui e prima di lui, la sala l’avevano vissuta, ma davvero. Dunque con lo scambio d’idee che ne seguiva, subito dopo o nei giorni a seguire, le prese in giro per quei cinque minuti di pisolo, per le chiavi di lettura assurde di tutta prima, eppure, in un secondo momento, non di rado illuminanti. Tutto questo già oggi i social ce lo consegnano molto raramente; perché senza la sala e le condizioni che ne esaltano la dimensione (leggasi i Festival) d’intimità ce ne sarà sempre troppa, o troppo poca. Ma chi lo sa? Forse è solo una fase, frutto degli arresti domiciliari di questi giorni; in tal caso, speriamo che, insieme a tutto il resto, passi pure questa.

Foto di Nathan Engel da Pexels