Blonde, recensione: il biopic che non ti aspetti con una Ana de Armas in odore di Oscar

Leggi la recensione di “Blonde”, il sorprendente biopic di Netflix su Marilyn Monroe con una Ana de Armas in odore di Oscar.

Blonde l’atteso film biografico su Marilyn Monroe presentato in anteprima a Venezia, ha finalmente debuttato su Netflix con protagonista una intensa Ana de Armas, la cui candidatura ai prossimi Oscar appare cosa fatta. Il regista Andrew Dominik che ha diretto Brad Pitt nel western L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e nel crime Cogan – Killing Them Softly, non è un caso che l’attore sia produttore della pellicola con la sua Plan B, ci introduce ad un biopic assolutamente non convenzionale che arriva dopo lo sgargiante Elvis di Baz Luhrmann, spiazzando però lo spettatore con una narrazione fortemente intimista e dal taglio psicologico, sulla scia del dramma Spencer di Pablo Larrain che ha visto Kristen Stewart nei panni della Lady Diana.

Dopo un’icona della musica come Elvis e un’icona dell’immaginario collettivo come Diana, è il momento di un’icona del cinema e del glamour, e chi più di Marylin Monroe meglio rappresenta quell’ibrido tra sogno americano, sensualità e costruito divismo hollywoodiano che ha portato Norma Jean da un’infanzia travagliata ai riflettori di una Hollywood che l’ha plasmata a sua immagine e somiglianza. La “Mecca del cinema” prende una bella ragazza di Los Angeles e ne fa il perfetto stereotipo femminile, quello della bellissima bionda un po’ svampita che tutti gli uomini avrebbero voluto nel loro letto, ma impossibile da gestire nel loro quotidiano, fatto invece di figure femminili rassicuranti da spot pubblicitario, madri e casalinghe regine dei fornelli. Un cliché vivente quello di Marilyn Monroe che Norma Jean ha indossato, sfruttato, cavalcato e poi inesorabilmente subito in un bailamme di sogni infranti e desideri realizzati che sono diventati una sorta di ubriacatura costante per l’attrice, narrata in “Blonde” come scissa in due personalità differenti: da una parte Norma, donna fragile, traumatizzata e alla continua ricerca di una figura paterna surrogata, dall’altra Marilyn la diva, in grado di far perdere la testa agli uomini, far capitolare star dello sport e potenti uomini politici, una forza della natura il cui vero talento spesso veniva soggiogato nel momento in cui Norma tentava di affermarsi e mostrava un lato reale ed emotivamente tangibile, lontano dal sogno costruito, qualcosa che Hollywood non si poteva permettere.

Il regista Andrew Dominik costruisce una narrazione a tratti onirica in cui la realtà viene inesorabilmente manipolata, i ricordi sfumano nella memoria collettiva, i personaggi diventano persone reali e le persone reali personaggi di un racconto che da una prospettiva generale non si discosta dalla classica narrazione biografica; su schermo si alternano momenti di vita pubblica a momenti di intimità, ma Dominik sfuma il mormorio circostante rendendolo mera cornice di un dipinto in cui i molti soggetti restano tutti sullo sfondo, a tratti sfocati e in qualche caso appena abbozzati. Al centro della tela rifulge struggente e bellissima la Norma/Marilyn di Ana de Armas, una Marilyn come non l’abbiamo mai vista prima: audace e sensuale, ma anche disperata e abusata, sfrontata e talentuosa, ma anche sperduta e bisognosa d’affetto come quella bambina senza un padre, e con una madre instabile devastata dalla follia che ne ha segnato indelebilmente l’infanzia.

Troppo spesso vediamo utilizzare il termine “femminista” ad ogni piè sospinto, ma in questo caso il termine risulta più che appropriato, Andrew Dominik con il suo “Blonde” scruta nell’anima di Marilyn con uno sguardo squisitamente femminile e soprattutto femminista nella sua brutale rappresentazione della donna oggetto, figura costruita ad hoc per soddisfare una virilità deforme come mero corpo senza una mente se non quella dei personaggi interpretati, senza una volontà vera se non quella di soddisfare figure maschili dall’ego ingestibile. “Blonde” racchiude in sé anche tutti quegli elementi in grado di turbare una parte di platea più sensibile, contenuti sessuali che sfiorano l’esplicito, un forte senso di disagio che si prova per le scelte di regia di Dominik, che trasforma la visione in un’esperienza visiva e sonora forte e non semplice da gestire emotivamente, ma la scelta di demarcare il lato psicologico alla fine risulta azzeccata poiché dopo la visione di “Blonde”, grazie anche all’incredibile somiglianza di Ana de Armas con l’originale, sarà davvero difficile poter guardare Marilyn Monroe allo stesso modo.

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