Filmmaker 2020, Petit Samedi, recensione del film di Paloma Sermon-Daï

Il tenero ma complicato rapporto tra un figlio tossicodipendente e la madre, su cui Petit Samedi offre uno sguardo garbato e rivelatore

Damien si mette d’accordo con la madre per avere venti euro: in cambio le curerà il prato, piantando pure delle cipolle. Inquadratura fissa, la conversazione tra i due si fa più intensa, la mamma che mette in chiaro di non voler cacciare una lira finché non vede il lavoro compiuto; il figlio che cincischia mentre viene colto sul fatto come un bimbo: vuole i soldi, ma di rimboccarsi le maniche per ottenerli non se ne parla. È già accaduto, e stavolta la mamma non ci casca.

Petit Samedi, in Concorso al Filmmaker 2020, contempla uno sguardo tenero, discreto, su una fattispecie delicata, in merito alla quale si rischia di prodigarsi in banalità assortite. Aiuta, credo, il fatto che la regista sia la sorella del protagonista, del piccolo Samedi, per cui da un lato è più facile avere accesso a quelle aree che per un estraneo sarebbero state al contrario precluse, dall’altro vi è un coinvolgimento che non può essere sottovalutato. In primis lo sbottonarsi: Damien fuma eroina, e quando la dottoressa gli chiede chi sa di questa sua dipendenza, lui ammette di non essere a suo agio nel parlarne con gli altri, anche se purtroppo nel villaggio in cui abita la madre tutti sanno tutto, e lui è un personaggio piuttosto chiacchierato.

Paloma Sermon-Daï, regista qui all’esordio, cerca d’intromettersi poco e nulla, piazzando spesso la macchina da presa ad una distanza opportuna, presumo senza nemmeno impartire specifiche indicazioni. Questo suo film di debutto, non a caso, ci suggerisce una cosa importante, ossia che non importa quale sia la storia che si racconta, purché però si conosca ciò di cui si parla. Nel caso della Sermon-Daï vi è una conoscenza immediata, di prima mano, per così dire, ma guai ad equivocare: conoscere significa anche studiare, dunque comprendere, non per forza aver fatto esperienza diretta.

La forza di questa vicenda, così come la scorrevolezza del racconto, derivano essenzialmente dalla consapevolezza della regista rispetto a quali tasti toccare, cosa offrire allo spettatore (oltremodo indovinate le immagini di repertorio, che fanno fugacemente luce sul Damien giovane, al quale è probabile alluda il titolo), che non ha bisogno di una cronaca, l’ennesima, bensì di un seppur piccolo svelamento, che si concretizza nell’avvicinarci, con tutto il garbo possibile, non solo a Damien, ma anche alla madre. Quest’ultima sta al cuore di Petit Samedi non meno che il figlio, vittima anch’ella di questo disgraziato corso intrapreso dal figlio.

A riguardo, saggiamente, il film non ci dice nulla: non sappiamo come, quando e perché Damien ha cominciato con l’eroina; il discorso non viene nemmeno sfiorato. Ciò che abbiamo modo di apprendere è lo status quo, quello di un quarantenne tutto sommato brillante, che senza lasciarsi trascinare da questa spirale chissà cosa avrebbe potuto fare. È il tarlo della madre, la quale non fa altro che colpevolizzarsi, a volte esplicitamente, per lo più manifestando tale sentimento in altro modo. Vive anzi intrisa di colpa, tale è l’amore per questo figlio che da anni avverte di essere in procinto di perdere.

Il rapporto tra i due è dolce ma straziante, ed effettivamente il film due/tre cose serie a tal proposito le dice eccome. Brava la regista quando, in una scena particolare, tiene l’inquadratura sulla madre, la quale, anziché scaricare la propria frustrazione sul figlio, tenta di spiegargli, quasi giustificandosi, il perché quando a suo tempo quest’ultimo cominciò a drogarsi lei si comportò in un certo modo. A un certo punto del dialogo, ecco entrare in campo le mani del figlio che si posano su quelle della madre, alla quale scende una lacrima. È un passaggio che sprigiona una certa potenza, e lo fa nel giro di pochissimi minuti, senza muovere di un millimetro la macchina da presa o prendere per il collo chi guarda con forzature di vario tipo.

Petit Samedi sta molto nella scena appena descritta, emblematica circa la sua capacità di sintesi senza al contempo perdere alcunché in efficacia. Sta nella madre che vaga per il paesino in cerca del figlio, esponendosi alle prese in giro di ragazzini e adolescenti, che le fanno il verso o che semplicemente le ridono in faccia. Al contempo però Paloma Sermon-Daï completa questo suo amoroso ritratto senza dare addosso ad un Damien che ne esce com’è giusto che ne esca, ovverosia come uno che ha percezione del danno fatto a sé stesso ma anche alla persona a cui con ogni probabilità è più legato, cioè la madre. Fermandosi al punto giusto, senza metterci a parte del successo o dell’insuccesso del tentativo di uscire dalla dipendenza. Forse Damien ce la farà, o forse no. Sia lui che la madre, tuttavia, non sono soli.