Fino all’ultimo indizio, recensione, discreto revival in ambito noir

Rami Malek, Denzel Washington e Jared Leto protagonisti di Fino all’ultimo indizio, ritorno al genere di mestiere, difettoso ma gradevole

Joe Deacon (Denzel Washington), vice-sceriffo di una contea vicino Los Angeles, si sposta dalla periferia per recarsi nella caotica, sconfinata città degli angeli: deve raccogliere delle prove. Scopriamo quasi immediatamente che nel dipartimento di polizia presso cui si reca Deacon, quest’ultimo lo conoscono quasi tutti; fino a qualche anno prima lavorava lì, quando qualcosa non lo ha costretto ad allontanarsi. Il sergente Baxter (Rami Malek), giovane e ambizioso, scorge subito la figura di questo agente dell’ordine di provincia con un’aura tutta particolare, subendone a tal punto il carisma, da coinvolgerlo nelle indagini tese ad individuare un serial killer.

Dopo eventi come True Detective e Mindhunter, John Lee Hancock avrà pensato fosse il momento propizio per realizzare questo suo progetto trentennale, passato dalle scrivanie di cineasti come Steven Spielberg e Clint Eastwood. Fino all’ultimo indizio poggia infatti su quelle premesse lì, una caccia all’assassino seriale che può portare da qualunque parte, sebbene al contempo l’individuazione del colpevole rappresenti per lo più un pretesto per offrire un punto al quale appigliarsi, una presunta meta che necessariamente è meno rilevante del percorso.

Un noir dall’atmosfera se vogliamo “rassicurante”, che rimanda a certi scorci di cinema di quegli anni: un cinema competente, con un marchio specifico, lo stesso che s’avverte tanto nelle iterazioni più riuscite del genere, tipo Seven, così come in altre ben più modeste. Sembra a tratti di percepire l’odore e il mood di quelle serate illuminate in un modo specifico, che solo a Los Angeles uno s’immagina così; mi spingo con l’affermare che rari sono i casi recenti in cui, in ambito mainstream, il digitale riesce a far convergere certe sensazioni, prendedole a prestito spiritualmente da quanto trent’anni fa faceva la pellicola, prima che Collateral reinventasse sia alcuni generi, tra cui l’action e il noir appunto, quanto l’aspetto visuale della città, il cui approccio, da lì in avanti, ha dovuto per forza di cose affrontare un cambiamento, malgrado ci si sia accorti di questo processo anni dopo.

Un grado di soddisfazione che certamente non provvede a tutto ciò che serve al film, coprendo fino a un certo punto certi risvolti mancanti, quelle pieghe mediante cui il racconto va gradualmente svelando la trama nel suo insieme. Già a partire dalla naturale, spontanea grandezza di Denzel Washington, che qui non è nemmeno al suo meglio, rispetto alle esasperazioni recitative di Rami Malek e Jared Leto, personaggi quasi fuori contesto, da acceleratore spinto, quantunque ciascuno dei due per motivi diversi. Uno stacco che ha delle ripercussioni tangibili, specie in quella fase del film in cui Deacon e Baxter cominciano a legare e, parallelamente, sembra ci si stia avvicinando alla risoluzione del caso.

Parabola per certi versi persino scomoda, quasi fosse uno di quei polizieschi anni ’70 che denunciavano certe pratiche, l’acquiscienza, nella migliore delle ipotesi, di coloro che, all’interno delle forze di polizia, agevolavano, attivamente o meno, certe aberrazioni. In questo senso Fino all’ultimo indizio è di gran lunga meno militante, anzi, non lo è affatto, il che sorprenderebbe se non sapessimo che il progetto ha avuto una così lenta e travagliata gestazione, il cui germe risale a un periodo in cui, unitamente all’intrattenimento, la stella polare non era l’affondare nel sociale, come oggi, in questi nuovi anni ’70. Da qui l’approccio, se vogliamo, più umanista, che, a prescindere da una chiosa non del tutto soddisfacente, più per come matura che per l’epilogo in sé, rappresenta una seppur contenuta boccata d’ossigeno.

Con Fino all’ultimo indizio è come se Hancock recuperasse quegli spazi che sempre più, ed in maniera fastidiosamente maldestra, vengono negati a film hollywoodiani di questa portata. Certo, alla fine della fiera, se non fosse per il mestiere grazie a cui vengono riscattate, non dico tutte, ma almeno una parte delle sue imperfezioni più acute, si tenderebbe ad essere meno accondiscendenti. Eppure quel suo riportarci indietro, ora che i tempi sono maturi per attuare lo step successivo inerente al meccanismo dei trent’anni – come in parte già rilevato con Nella tana dei lupi – ossia il revival dei ’90, Fino all’ultimo indizio costituisce un altro tassello verso quel contesto lì. Un tassello grezzo, non del tutto appagante ma nondimeno gradevole.

Fino all’ultimo indizio (The Little Things, USA, 2021) di John Lee Hancock. Con Rami Malek, Denzel Washington, Jared Leto, Sofia Vassilieva, Tom Hughes, Natalie Morales, Chris Bauer, Jason James Richter, Stephanie Erb e Terry Kinney.