The Greatest, la serie su Muhammad Ali convince ma pecca di rigidità narrativa
The Greatest, la nuova serie su Muhammad Ali disponibile su Prime Video dal 4 novembre 2026, convince con Jaalen Best ma pecca di rigidità narrativa.
Disponibile su Prime Video dal 4 novembre 2026, The Greatest è la prima serie televisiva ufficiale dedicata alla vita di Muhammad Ali — nato Cassius Clay — e porta con sé tutto il peso di un’impresa biografica autorizzata. Otto episodi, un arco temporale preciso e una produzione che ha ottenuto il sigillo della famiglia del pugile più celebre del Novecento: le premesse per affrontare the greatest serie su Muhammad Ali nel modo più ambizioso possibile c’erano tutte. Il risultato è una miniserie che convince in più di un momento, ma che lascia anche qualche domanda aperta su quanto la forma possa, a volte, prendere il sopravvento sulla sostanza.
La prima serie autorizzata su Ali: cosa significa davvero
Non si tratta di un dettaglio secondario. The Greatest è la prima serie televisiva ufficialmente autorizzata basata sulla vita di Muhammad Ali, e questo ha implicazioni concrete sia sul piano narrativo sia su quello produttivo. Lonnie Ali, vedova del campione e figura centrale nella gestione della sua eredità culturale, ha ricoperto il ruolo di produttrice esecutiva. La sua presenza garantisce un accesso privilegiato ai materiali e alla memoria familiare, ma pone anche un interrogativo legittimo per qualsiasi critico: quanto spazio lascia una produzione autorizzata alla complessità e alle contraddizioni di un uomo che ha fatto della provocazione e della rottura delle convenzioni la sua cifra stilistica, dentro e fuori dal ring?
La risposta, guardando la serie, è parziale. The Greatest costruisce un ritratto rispettoso, curato, visivamente solido. Ma il rispetto, quando diventa deferenza, rischia di appiattire i contorni di una figura che era tutto fuorché piatta.
Ben Watkins e la scelta di concentrarsi sugli anni della formazione
Il creatore e regista Ben Watkins ha operato una scelta narrativa precisa: la miniserie copre il periodo che va dal 1960 al 1964, gli anni decisivi della formazione di Ali. Sono gli anni delle Olimpiadi di Roma, del passaggio al professionismo, dell’avvicinamento alla Nation of Islam, della conquista del titolo mondiale dei pesi massimi contro Sonny Liston. Un quadriennio in cui Cassius Clay smette di essere un talento promettente e diventa qualcosa di più grande: un simbolo, una voce, una forza politica oltre che atletica.
La scelta di concentrarsi su questo arco temporale è intelligente. Evita la tentazione enciclopedica — raccontare tutta una vita in otto episodi sarebbe stato un errore — e permette alla serie di scavare in profondità in un momento specifico. Watkins costruisce le sequenze con mestiere, alternando le scene sul ring a quelle che esplorano le relazioni personali di Ali e i contesti sociali che ne hanno plasmato l’identità. Il razzismo sistemico degli Stati Uniti degli anni Sessanta è presente come sfondo costante, non come elemento decorativo.
Jaalen Best nel ruolo di Ali: una prova da tenere d’occhio
Il peso della serie ricade in larga misura su Jaalen Best, chiamato a incarnare uno degli sportivi più iconici e più imitati della storia. Ali ha un’energia verbale e fisica che è quasi impossibile da replicare: il ritmo del suo eloquio, la teatralità dei suoi movimenti, la capacità di occupare ogni spazio fisico ed emotivo in cui si trovava. Best affronta la sfida con una presenza scenica che si impone progressivamente nel corso degli episodi. Nei momenti più statici, la performance trova il suo equilibrio; nelle sequenze di maggiore intensità drammatica, emerge una comprensione autentica del personaggio che va oltre la semplice imitazione fisica.
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È una prova che merita attenzione, anche perché il confronto con interpretazioni precedenti — da Will Smith nel film del 2001 diretto da Michael Mann a Eli Goree in One Night in Miami — è inevitabile e non sempre favorevole a chi arriva dopo. Best costruisce il suo Ali con strumenti propri, il che è già di per sé un risultato.
Dove la miniserie mostra i propri limiti
Il punto di attrito più evidente riguarda il tono generale della narrazione. The Greatest tende verso una solennità che, in certi frangenti, irrigidisce il racconto. Ali era un uomo che usava l’ironia come arma, che destabilizzava i suoi interlocutori con la leggerezza prima ancora che con la forza. Una serie su di lui dovrebbe, almeno in parte, respirare con lo stesso ritmo imprevedibile. Invece, la miniserie predilige una costruzione formale, quasi reverenziale, che garantisce dignità al soggetto ma ne attenua la carica sovversiva.
Non è un difetto insuperabile, e non compromette la visione. Ma è un limite che si avverte soprattutto nei momenti in cui la serie potrebbe osare di più — nelle conversazioni più intime, nei conflitti interiori, nelle scene in cui Ali si confronta con le aspettative che il mondo proietta su di lui. In quei momenti, la produzione sceglie la sicurezza narrativa invece del rischio, e si nota.
The Greatest su Prime Video: per chi è pensata e perché vale la visione
Nonostante le riserve, The Greatest rimane una serie che chi segue il genere biografico televisivo non dovrebbe ignorare. È la prima produzione autorizzata su Ali in formato seriale, copre un periodo storicamente ricchissimo, ed è costruita con una cura produttiva evidente. Per chi conosce già la storia del pugile, offre l’opportunità di rileggere quegli anni attraverso una lente narrativa articolata su otto episodi. Per chi si avvicina per la prima volta alla figura di Ali, è un punto di partenza solido, anche se non esaustivo.
Chi volesse approfondire la figura storica e culturale di Ali al di là della serie può consultare le risorse del profilo ufficiale della serie su IMDb, che raccoglie anche materiali di contesto utili.
The Greatest è una serie che rispetta il suo soggetto con onestà e competenza. Il problema, semmai, è che Muhammad Ali non chiedeva rispetto: chiedeva di essere guardato, sfidato, sorpreso. E su questo fronte, la miniserie di Ben Watkins lascia ancora qualcosa sul tavolo — abbastanza da sperare che una produzione futura, magari meno vincolata dalla deferenza, possa raccoglierlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.