Lei mi parla ancora, recensione del film di Pupi Avati

Dal romanzo di Giuseppe Sgarbi, Pupi Avati gira un film sull’amore senza troppi fronzoli, in sostanza delicato ma lievemente affettato quanto alla forma

Raccontare una storia lunga sessantacinque anni è impresa difficile. Nino (Renato Pozzetto) lo dice pure, allorché si trova a contrattare con la persona che lo ha raggiunto per sentire questa storia, Amicangelo (Fabrizio Gifuni), uno scrittore incaricato di mettere ordine tra i ricordi di Nino: come fai a scegliere quali parti togliere?

È un po’ il fulcro di ogni biografia, di ogni romanzo storico se vogliamo, ossia individuare quei momenti chiave che diano contezza su tutto il resto. Il punto, tuttavia, è che per chi è stato immerso in certi accadimenti, anche il più piccolo particolare fa la differenza; lo stesso particolare che, magari, riferito a terzi non dice alcunché. Figurarsi allora quanto possa rivelarsi complicato spiegare come e perché, dopo oltre mezzo secolo, un uomo e una donna si amino così tanto, a tal punto che il primo non si vuole arrendere alla dipartita della seconda.

Lei mi parla ancora muove le proprie premesse dal romanzo di Giuseppe Sgarbi, un resoconto intimo attraverso cui viene ricostruita una lunga relazione, probabilmente il romanzo stesso un atto d’amore dell’amato verso la propria amata. La premessa di cui sopra ci agevola, per certi versi, anche nell’ottica dell’esposizione circa i limiti di un film che deve stipare non tanto avvenimenti quanto suggestioni. Pupi Avati, non a caso, mescola le carte, adottando un approccio più libero, non vincolato da una sterile linearità che, effettivamente, non sarebbe stata in alcun modo funzionale.

I suoi protagonisti ora sono giovani, ora anziani, gli uni discutono con gli altri nella medesima scena, rimarcando l’importanza del ricordo quale unico, concreto, vero strumento mediante il quale restituire la portata di un mondo. Attingere dai ricordi è infatti la via privilegiata per spiegare ciò che la mera cronaca non può né mai potrà consegnare, ossia la verità, non solo di un sentimento, bensì pure del singolo episodio, che, diversamente, appare sempre e comunque decontestualizzato, non importa quanto ci s’impegni a legarlo con altri dati.

Quanto perciò Lei mi parla ancora guadagna in scorrevolezza, poiché scorrevole lo è, lo perde senz’altro in spessore. Vive infatti più di scene, d’isolati accenti che toccano senza però formare un quadro completo. Non è un monolite, per così dire, quest’ultimo film di Avati, vuoi per quest’alternanza temporale, necessaria ancorché problematica, vuoi perché alla fine si è sicuramente persuasi della genuinità dell’amore di Nino per la sua Caterina, venendone persino mossi. Tuttavia continua anche dopo i titoli di coda a sfuggire qualcosa, quel quid che sembra invece essere determinante, addirittura, mi spingo ad affermare, l’unico reale motivo per cui valeva la pena di trasporre questo romanzo.

L’aver spostato poi il baricentro sul personaggio di Gifuni, lo scrittore con un romanzo in rampa di lancio da cinque anni, ma che nel frattempo si fa commissionare lavori da ghost writer di personaggi improbabili giusto per sbancare il lunario, tutto ciò si rivela insomma un’arma a doppio taglio. Neanche in merito al suo di personaggio si riesce a dire granché, con l’aggravante, se così si può dire, che dalla sua parabola non emergono, né a conti fatti possono emergere, quegli elementi che invece tendono a conferire un minimo di poeticità al suo sviluppo, come invece accade, a ragion veduta, per l’arco di Nino.

Parafrasando il Vangelo, la lettera uccide, ed è forse questo il vizio più marcato di Lei mi parla ancora; un limite che appunto viene maggiormente evidenziato dal processo inerente ad Amicangelo, la cui risalita, a un certo punto centrale, per quanto apparentemente laterale, è alquanto didascalica, così come in fin dei conti la struttura stessa del suo profilo, a partire dal suo retaggio: separato, convive con una donna più giovane; pieno di spese a cui far fronte; roso dal rimorso per la figlia che non sta avendo modo di crescere; insegue il sogno di una vita.

Ma, come sempre, non è il cosa ma il come; non lo si scriverà mai abbastanza. Chi lo sa, magari spingere su un taglio più spiccatamente documentaristico avrebbe agevolato quello statuto di verosimiglianza che troppo spesso viene meno, l’affettazione di svariati passaggi uno scoglio non da poco a tal proposito. Ma allora sarebbe stato probabilmente opportuno prendere scelte diverse quanto alla fotografia, allo stile di recitazione, magari incoraggiando una spontaneità che, così per come il progetto pare concepito, non ha a priori cittadinanza. Insomma, si trattava di fare un altro film, quello che evidentemente gli autori non volevano, al quale forse solo chi scrive ha pensato. Resta però la sensazione che quel po’ di calore che si trae da questo racconto stia più nell’inchiostro anziché essere scolpito nelle immagini, per quanto, attraverso quest’ultime, si sia certamente fatto il possibile per assecondare la delicatezza di quelle pagine, e con rispetto. Solo, appunto, il risultato resta per certi versi sufficiente, mentre per altri, ahinoi, un po’ meno.

Lei mi parla ancora (Italia, 2021) di Pupi Avati. Con Stefania Sandrelli, Isabella Ragonese, Renato Pozzetto, Lino Musella, Fabrizio Gifuni, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Serena Grandi, Gioele Dix e Nicola Nocella. Disponibile su Sky.