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Luca, recensione del film Pixar, un tenero incanto tra escapismo e amicizia

Ambientato in una Liguria rivisitata, Luca è la dolce e calorosa rievocazione di una stagione, personale e collettiva, che inneggia alla vita

A largo di un piccolo borgo ligure, non lontano dalla costa, una piccola civiltà marina conduce una vita appartata e silenziosa, guardinga nei confronti degli umani che vivono sulla terraferma. Pare infatti che quest’ultimi siano oltremodo ostili verso la comunità che vive sott’acqua, i cui membri sono considerati dei mostri. Questo tuttavia non impedisce a Luca d’immaginare, con un misto di curiosità e paura, cosa accade in superficie. Dalle barche cadono oggetti attraverso i quali si tenta di ricostruire un mondo, cosa impossibile finché si resta a distanza. A cambiare tutto è l’incontro con Alberto, coetaneo di Luca, il quale da tempo fa avanti e indietro con disinvoltura, conoscendo perciò questo misterioso ambiente che i genitori di Luca non vogliono assolutamente che il loro figlio bazzichi.

A sei mesi circa da Soul, Pixar sforna un altro ritratto tenero e corroborante, registrando uno stacco notevole: dai cieli alle profondità del mare. Non si può fare a meno di notare questa trasversalità, il cercare ciò che è universale nei contesti più disparati. Soul è un invito alla vita, al sano rapportarsi con le proprie ambizioni, scomodando persino il cosiddetto after life, l’aldilà, per sottoporci una prospettiva che andasse oltre l’immediato. In fondo alla Pixar sono specializzati in questo; quasi verrebbe da dire che l’oggetto del loro business sia quello di fabbricare lenti. Pochi come loro riescono ad impostare in maniera così centrata dei discorsi che vengono sempre tarati in base al punto di vista: non ha senso infatti raccontare una storia se prima non si chiarisce da che altezza o posizione la si sta guardando, consentendo poi allo spettatore di accomodarvisi, mostrandogli il sentiero in maniera chiara.

Anche in Luca è così, sebbene tale processo appaia più sfumato. In questo caso noi ci troviamo non tanto nei panni di Luca, quanto in quelli di chi condivide i suoi sogni e le sue paure, così come il suo spaesamento. C’è da tornare piccoli, in questo caso più che in altri, se davvero ci si vuole fare investire da certe sensazioni, le quali, una volta tanto, non fanno così leva su una minaccia, l’ostilità di un ambiente che ci rigetta, malgrado una simile traccia sia presente. A Luca non interessa venire accettato, non è la legittimazione ciò che cerca: come ogni ragazzino, vuole solo realizzare il suo sogno, senza misurarne la portata e l’estensione. Accade quando a sognare si è almeno in due, ed allora ci si fa coraggio a vicenda, perché il senso di quella ricerca non sta tanto nel conseguirne gli obiettivi, quanto nel portarla avanti insieme, e insieme crescere.

Colpisce come Luca sembri in tutto e per tutto un film più piccolino, malgrado l’entità di ciò che sta al cuore del suo racconto abbia una portata ben diversa. Impressione dovuta al clima intimo e sereno che si avverte costantemente, senza che i vari registri distraggano da questo stato nel loro alternarsi. C’è una grazia che è difficile infondere e che, certamente, non deriva solo dalla storia di Casarosa, la cui prosa invece è intrisa di quel quid à la Pixar col quale la vicenda si armonizza senza pressoché alcun affanno. Un’adattabilità che non ci è nuova ma che non smette mai di stupire tutte le volte in cui tocca constatarla.

Il giovane protagonista esce dall’acqua e non è più una creatura marina, trasformandosi in un ragazzino capace di mimetizzarsi benissimo con tutti gli altri. A ricordargli da dove viene c’è però quell’elemento che gli apparterrà per sempre e di cui non potrà mai liberarsi, ossia l’acqua: ogni qualvolta ne viene a contatto, il piccolo infatti torna ad assumere la forma originaria. Vi lascio immaginare quali siparietti si vengono a creare, tra pioggia, gite in barca, fontane o anche solo bicchieri pieni che rischiano di volta in volta di mettere a repentaglio il soggiorno di Luca e Alberto. C’è però un secondo incontro destinato a spostare gli equilibri, quello con Giulia, lei che, a propria volta, è una mezza outsider, ma che non ha smesso di credere in ciò che vuole fare.

C’è un passaggio in cui l’armatura di Alberto, la cui indole brillante, a tratti sprezzante, si è fin lì rivelata fondamentale per Luca, cede: è il passaggio di testimone. «Silenzio, Bruno!» è il mantra attraverso cui canalizzare l’ansia e il timore che tutti ci affligge; l’unica differenza è l’oggetto delle nostre paure, che varia da persona a persona. Finché si tratta di rischiare il collo, Alberto non teme niente e può facilmente interpretare il ruolo dell’impavido, dell’uomo di mondo; quando però si profila la possibilità di rimanere solo, quella voce interiore che spinge a ripiegare su sé stessi, ossia la via più facile, improvvisamente prende il sopravvento. Qui, proprio in questo punto, serve qualcuno a cui è stato insegnato a zittire il proprio Bruno (capirete vedendo il film), e non importa più chi è l’allievo e chi il maestro.

Non dubito che alcuni saranno tentati di leggerci l’ennesima parabola sulla diversità, declinata nei modi più disparati, senonché mi sembra la chiave di lettura più limitante e, se permettete, pure noiosa. Luca si attarda su questioni ben più rilevanti, come lo stare al mondo, il superare sé stessi quale vero traguardo; vincersi per vincere tutti gli altri, non viceversa. Per questo buoni e cattivi lo sono solo di facciata, per convenzione diciamo, ciascuno parte integrante, tassello di quel mosaico che sono l’insieme delle sfide che ciascuno di noi, grandi o piccoli, dobbiamo affrontare per passare allo step successivo. Qui è una Vespa, licenza semi-poetica che richiama una certa italianità idealizzata, quella del boom di metà secolo scorso, quando si smise di sopravvivere e si scommise tutto sul vivere, potendo cominciare a farlo.

Mi pare che questa sensibile ricostruzione di una serie di eventi con cui il regista deve per forza di cose avere avuto familiarità, riesca a dirci più di qualcosa in merito a noi stessi e le nostre debolezze. Perché in ogni tempo e in ogni luogo capita di sentirsi stranieri, anche tra le mura di casa; e allora tocca fare il giro largo, lo stesso che compie Luca, il quale, prima entra in sé stesso, per poi uscire a star fuori con gli altri (l’altro). Solo così è possibile scoprire che ciò che spesso appare come minaccia è, al contrario, l’unica cosa che può e vuole aiutarci a liberarci del nostro nemico peggiore: noi stessi.

Luca (USA, 2021), di Enrico Casarosa. Con Luca Argentero, Giacomo Gianniotti, Marina Massironi, Saverio Raimondo, Fabio Fazio, Orietta Berti, Luciana Littizzetto, Jacob Tremblay, Maya Rudolph, Jack Dylan Grazer, Jim Gaffigan, Emma Berman e Marco Barricelli. Disponibile su Disney+ da venerdì 18 giugno 2021.