Mostra di Venezia, Alberto Barbera confermato alla direzione fino al 2024

Esteso il mandato all’attuale direttore artistico Alberto Barbera, che dirigerà la Mostra del Cinema di Venezia fino al 2024

Il Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia ha ufficializzato la nomina dei direttori artistici nei rispettivi ambiti, tra cui chiaramente quello relativo al Cinema, per il triennio 2021-2024. E non così a sorpresa, si apprende della conferma di Alberto Barbera alla Direzione del Settore Cinema. Un terzo mandato il suo, che va ad aggiungersi a quelli dal 1998 al 2002, nonché all’ultimo, in scadenza proprio quest’anno, carica che ricopre dal 2012, succeduto a Marco Müller.

Una conferma a parer nostro opportuna prima di ogni altra possibile definizione. Barbera ha traghettato, anzi, a questo punto sta ancora traghettando, la Mostra del Cinema di Venezia in una fase di congiuntura storica particolarissima, tale già prima della comparsa del virus, che pure, come abbiamo tentato di spiegare, avrà senz’altro delle ripercussioni non solo sull’industria ma, possibilmente, sul modo di concepire questo mezzo.

Barbera ha riconquistato il feeling venuto progressivamente meno con Hollywood, sodalizio, se proprio vogliamo porla in questi termini, sancito dagli Oscar ottenuti da una serie di film che proprio al Lido hanno visto il loro debutto globale. Eppure il suo è stato anche il corso di un cinema di ricerca e sperimentazione, alquanto aperto (per alcuni pure troppo), grazie al quale sono emerse sorprese e gemme che resteranno.

Di tutto ciò ne abbiamo fatto la cronaca, nei limiti delle nostre capacità, nel corso degli anni. E nell’osservare, analizzare il prendere corpo di questa parabola, ne abbiamo evidenziato tanto i pregi quanto i difetti, non mancando però di dirci al contempo corroborati da una gestione che, a parere di chi scrive, ha tenuto pienamente fede al mandato di un Festival che non celebra un Cinema a discapito di un altro, bensì l’Arte cinematografica. A coloro i quali venisse da storcere il naso dinanzi a quest’ultima considerazione, consigliamo sommessamente la lettura di un pezzo pubblicato su queste pagine alla fine dell’edizione dell’anno scorso, quella che vide trionfare un film per cui eppure il sottoscritto non stravede, ossia Joker.

Il Leone d’oro al film di Todd Phillips fu accolto come un cambio di rotta, un’illuminata ancorché tardiva presa di coscienza circa il potenziale di certo genere. Chi però a suo tempo pose la questione in questi termini, fu forse vittima anzitutto della propria distrazione, poiché, nello scandagliare le varie cinematografie sparse per il globo, oltre che nel tener conto di tutte quelle logiche sottese alla formazione di un programma così complesso come quello di Venezia, ebbene, in tutto ciò il processo che ha portato a questo apparentemente insolito traguardo cominciò da lontano.

Ma le sfide sono lungi dall’essere finite. C’è l’imporsi dei colossi dello streaming, fenomeno col quale Barbera si è forse relazionato con più pragmatismo di altri, senza necessariamente cedere in tutto e per tutto alle istanze di colossi come Netflix, ma soprattutto al modello di cui queste compagnie si fanno baluardi. C’è adesso l’evidente crisi della sala, che aleggiava già prima di marzo ma che adesso si è fatta sistemica, dunque molto seria. Si riscontra e si riscontrerà un anno in cui di produzioni ve ne saranno state meno, perciò la Mostra dovrà essere attenta anche a certe dinamiche, che inevitabilmente incideranno non soltanto sul numero di opere inedite, ma pure sulla qualità, senza dare per scontato che tutto ciò abbia per forza un’accezione negativa o positiva a priori.

Ma soprattutto, credo, emerge già in questi difficili giorni la profonda necessità di reiterare come e perché l’idea stessa di un Festival possa o addirittura debba avere rilevanza. Noi che respiriamo questo mondo, per quanto affannosamente, potremmo pure darci tutte le belle risposte che vogliamo, persino ragionevoli alle nostre orecchie, affini alle nostre sensibilità. Nondimeno, suppongo si sia al punto in cui la mission di un Festival, qualunque Festival, non si possa più limitare alla proposta, dunque all’indagine, ma debba spingersi oltre, partendo proprio da certi presupposti. Forse un maggiore e più proficuo coinvolgimento di un pubblico meno specializzato potrebbe essere una strada, ma certo è che non invidio chi si trova a doversi confrontare con un’impresa di tale portata. Impresa che tuttavia risulta stimolante e rispetto alla quale sono in pochi sulla carta ad avere voce in capitolo; tra questi, ritengo che Alberto Barbera sia una delle figure più affidabili.

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